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Torino

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29 MAGGIO 2011: TORINO

Postato il 29 maggio 2011 by La Padova Bene

La trasferta più importante degli ultimi 15 anni è arrivata. Ovviamente, come in tutte queste occasioni, farò la notte in bianco per la tensione; ma credo che questa notte a Padova ci saranno centinaia di persone che non dormiranno… Nell’ultimo anno lo sport padovano sta risorgendo, nonostante gli anni di Sinigaglia in giunta che hanno affossato, ma non estinto, quasi tutti gli sport di squadra cittadini. Oggi si è festeggiato lo scudetto del Petrarca Rugby, il dodicesimo, un titolo che mancava dal 1987. Si è festeggiato nella maniera migliore, vincendo in trasferta un derby contro l’avversario storico (Rovigo); ma mi sembra giusto dedicare all’impresa del quindici bianconero un articolo a parte. Come mi sembra giusto da padovano ricordare la promozione in A1 del Sempre Volley, pur essendo questo uno sport che non seguo. Ora tocca al calcio, che non è uno sport ma il fenomeno sociale per eccellenza….

Premetto che comunque vada domani mi ritengo soddisfatto per la stagione biancoscudata. Tuttavia siamo ad un appuntamento con la storia, e non si può evitarlo. Bisogna provarci. Fra l’altro, il mio appuntamento con la storia mi dispiace giocarmelo proprio col Toro… Mio nonno era tifoso granata, sono cresciuto da bambino ascoltando la leggenda del Grande Torino e da adolescente vedendo Pasquale Bruno che rompeva gambe, Policano che quando non aveva pippato e non piantava qualche rissa tirava delle bombe incredibili, Mondonico che sollevava la sedia sopra la sua testa e la Maratona che si menava di gusto con la Guardia Civil a Madrid… Avvicinandomi al mondo ultras, rimasi affascinato proprio dallo stile della Maratona, asciutto, senza fronzoli: poche coreografie, poca moda, poche due aste quando tutti ne facevano abuso; tanta voce, tanta fede, tanta rabbia, tanti scontri. Per me, insieme a Bergamaschi e Veronesi, alla Fossa del Milan, ed alla vecchia Curva Fiesole, sono stati il meglio della scena ultras italiana… Avvicinandomi al mondo delle sottoculture, rimasi affascinato da Torino, una città con un “underground” molto raro in Italia… Ho amato ed amo ancora molto gli Statuto, ho apprezzato gruppi come i Bull Brigade… la città più inglese d’Italia… Fino a poche settimane fa avevo l’idea di farmi un week end torinese in occasione di questa partita, a trovare qualche amico e ad immergermi nell’underground locale; ma la situazione particolare che si è venuta a creare qua mi ha sconsigliato… Alla fine il mondo va così, e non si fanno regali, ma un pò mi dispiace… Come mi è dispiaciuto per i mezzucci usati dalla loro società per condizionare l’esito della sfida, ma tant’è, si parla di dirigenze e non del popolo granata!

Domani, manco a farlo apposta, sarà pieno di “tifosi d’occasione”. Ma non voglio prenderlo come a pretesto per lamentarmi. Mi limito a lanciare un appello: chi metterà piede dentro l’Olimpico ha l’obbligo morale (e non solo morale…) di cantare fino a spaccarsi le corde vocali! Ha l’obbligo anche per tutti quelli che avrebbero voluto esserci e non hanno trovato il biglietto… Fotte un cazzo che “ognuno tifa Padova a modo suo…”, domani esiste solo un modo per tifare Padova, quello della Fattori!

Altra cosa: non prendete Torino come una passeggiata! Molta gente, nonostante lo si ripeta sempre, ha il brutto vizio di andare in giro con la testa infilata nel culo, addobbati come alberi di natale in giro per città nemiche. Non che ci sia tutta questa rivalità coi granata, ma vi posso dire per esperienza che vedere tifosi che vengono a festeggiare le loro vittorie in casa tua da molto fastidio, e finire sulla graticola è un attimo… Inoltre parliamo comunque di una tifoseria tosta e ruvida, quindi occhi aperti per le strade di Torino ma sopratutto dentro lo stadio visto che molti di loro non trovando i biglietti per la Maratona li hanno presi per i distinti…

Per il resto, di cazzate ne ho sperimentate e sentite fin troppe in questi giorni. Di gente che non ha mai messo piede in uno stadio e che parla a sproposito di una tifoseria avversaria idem. Da un lato sono anche contento perchè sono sempre giornate come queste che avvicinano nuove facce alla curva, quindi auguro a tutti che sia una grande giornata e vado a letto. Fra poco mi alzo, abbiamo un appuntamento con la storia!

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padovani a busto

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PLAYOFF VIETATI AGLI OSPITI

Postato il 20 maggio 2011 by La Padova Bene

Fonte: Salerno Notizie

In trasferta negli spareggi si potrà andare solo con la tessera del tifoso. Eppure solo venerdì scorso, durante un incontro presso il Ministero degli Interni in riferimento alle gare di play off e play out del torneo di Lega Pro, erano state fornite ai dirigenti delle società interessate indicazioni diverse.

Il presidente dell’Osservatorio sulle Manifestazioni Sportive Pietro Ieva aveva assicurato che, vista l’importanza di eventi così sentiti, i tifosi ospiti avrebbero potuto assistere alle gare nei posti a loro riservati, fatta eccezione per le partite considerate a rischio.

Ieri, però, si è riunito il Comitato di Analisi per la Sicurezza delle Manifestazioni Sportive e sono stati adottati provvedimenti restrittivi, in particolare per le gare di Prima Divisione. In base alle determinazioni assunte dall’Osservatorio, il Casms ha disposto per Salernitana-Alessandria e per tutte le altre partite valide per play off e play out, la limitazione della vendita dei tagliandi per il settore ospiti ai soli tifosi fidelizzati.

Non solo, potranno accedere al settore ospiti solo i possessori della tessera del tifoso per giunta residenti nella regione o nella provincia che originano la trasferta. Mentre nel giorno di disputa della gara, la vendita dei biglietti sarà riservata solo ai residenti nella regione o nella provincia in cui avrà luogo l’incontro.

La disposizione nasce dalla considerazione che il settore ospiti degli stadi interessati (tra gli altri parliamo dell’Arechi e del Bentegodi, che pure hanno ospitato anche gare di Serie A e manifestazioni di carattere internazionale) risulta di capienza tale da poter soddisfare solo le richieste di coloro che sono in possesso della famigerata tessera.

Il presidente della Lega Pro, Macalli, s’è detto sorpreso di limitazioni così rigide, visto che lo spettacolo degli spareggi rischia di perdere una delle sue componenti principali, ovvero il calore della gente sugli spalti. E nei prossimi giorni farà il possibile affinchè queste determinazioni vengano “ammorbidite”, ma sembra una missione impossibile.

Se questa linea passasse anche per le gare di ritorno, ad Alessandria potrebbero recarsi solo i supporters granata tesserati e residenti in Campania o a Salerno. Come noto, sono pochissimi i salernitani residenti che hanno aderito al progetto della tessera, mentre sono moltissimi coloro i quali sono emigrati al Nord che hanno sottoscritto la stessa e che rischiano comunque di rimanere fuori. Paradossi del calcio moderno.

I salernitani dovrebbero andare ugualmente ad Alessandria ed occupargli la città. In massa. Vedi se non salta fuori il posto dentro lo stadio…

Purtroppo l’Osservatorio è composto da una manica di farisei, servili e leccaculo. Bastava vedere Masucci quanto era preoccupato nel servizio di “Report” di non passare come uno che lavora per le banche.

Piuttosto vi riporto il commento di un tifoso del Toro alla notizia (riportata sul sito Calciopadova1910.com) della revisione del provvedimento di divieto di trasferta ad Empoli per i granata sprovvisti di tessera: …non so se i tifosi del padova, dell’empoli o del livorno avessero fatto causa al ministero degli interni e ai prefetti come hanno fatto – del tutto indipendentemente dalla società calcistica – i tifosi del toro. perchè questa è ciò che è accaduto. c’era una causa sotto.
ministero degli interni e prefetto si sono trovati difronte al rischio di un precedente e – vista anche la richiesta del torino f.c. – hanno revocato in fretta e furia il divieto.
ecco la spiegazione che non appare sui comunicati stampa.
l’invito è a tutte le società calcistiche e ai tifosi di ricorrere contro questi divieti assurdi. non pietire revoche: cause contro, perchè si vincono.

Io non ho modo di verificare questan notizia, ma se fosse possibile perchè non provarci?

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varese

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30 APRILE 2011: VARESE!

Postato il 29 aprile 2011 by La Padova Bene

La città. Varese è una città di 81.583 abitanti, capoluogo dell’omonima provincia in Lombardia. Le prime tracce di un insediamento abitativo ritrovate sul territorio risalgono alla Preistoria, infatti i numerosi reperti esposti nel museo di Villa Mirabello e i ritrovamenti di insediamenti palafitticoli sull’isolino Virginia dimostrano che il territorio era abitato già nel 5000 a.C. Nonostante ciò non si hanno notizie precise della città se non sino alla tarda epoca imperiale, quando il villaggio, un piccolo villaggio di origine gallica, cominciò ad assumere una certa rilevanza in quanto collocato lungo strategiche vie di transito. Infatti, nei pressi di Varese, c’era una via di comunicazione che collegava Milano con la attuale Svizzera attraverso la valle, proseguendo per la Valganna, Ponte Tresa e di lì fino al Ticino. Questa via era molto utilizzata da mercanti e i militari. Nel corso del XIII secolo, la vita del borgo si rafforza grazie soprattutto alle attività mercantili che avevano epicentro nel mercato alla Motta. Il borgo viveva la sua prima espansione territoriale racchiuso entro sei direttrici specifiche segnate da altrettante porte: la porta Rezzano che si trovava in fondo all’attuale via Marcobi e immetteva sulla strada per S. Maria del Monte; la porta Regondello; la porta di S. Martino vicino all’omonima chiesa; la porta Milano, la porta Motta e la porta Campagna. In un documento risalente al 922 viene citata per la prima volta la chiesa di Varese. Di circa un secolo successivo, 1068 è la citazione di Varese come sito di mercato. Sempre in epoca medievale, Varese entra a far parte del contado del Seprio in cui resterà fino alla sua caduta, e successiva annessione da parte del Ducato di Milano. Dopo l’anno mille vennero costruiti sul territorio numerosi presidi difensivi, in particolare vennero erette numerose torri difensive, allo scopo di controllare l’accesso al borgo e avvistare per tempo un nemico pronto ad entrare nella pianura Padana da nord. Alcune di queste torri quali, la torre di Masnago, facente oramai parte dell’omonimo castello, la torre Mozza e soprattutto la torre di Velate, bene tutelato dal FAI, sono tuttora visibili. Un altro sito difensivo degno sicuramente d’importanza è il Castello di Belforte, che ospitò, nel 1164 e nel 1175 l’imperatore Federico Barbarossa in occasione delle sue discese su Milano. L’importanza del Castello di Belforte è testimoniata anche dai varesini che nel 1168 entrarono nella Lega Lombarda venendo definiti come quelli di Belforte. L’accresciuta rinomanza del borgo è testimoniata dall’elezione di Guido da Velate, territorio posto ai margini settentrionali del borgo, come arcivescovo di Milano nel 1045. Il prelato, fedele all’imperatore Enrico III, si schiera contro il papato e i Patari, un movimento eretico diffuso nel nord Italia. Durante la guerra che oppose i Visconti di Milano e i Torriani di Como, il borgo alleato dei milanesi, venne saccheggiato dai Comaschi che non risparmiarono distruzioni di presidi difensivi, tra cui la torre di Velate, così come di altri insediamenti. Nel 1237 Varese combatté a fianco di Milano contro l’Imperatore Federico II di Svevia, nipote del Barbarossa. Al Trecento risalgono i primi statuti che regolavano la vita cittadina, fondata su una sostanziale e privilegiata autonomia di governo che durò, tranne rare eccezioni, fino alla seconda metà del 1700. Nel 1407, in seguito ai disordini scoppiati in seguito alla morte di Gian Galeazzo Visconti, il condottiero Facino Cane si proclamò signore di Varese, usurpando le antiche libertà. Ma nel 1410, grazie Giovanni Maria Visconti i varesini ottennero il ripristino dei loro privilegi. Nel 1450 scoppiò la peste in Lombardia ma Varese ne fu lievemente colpita perché i varesini chiusero le porte del borgo. Una grande e importante stagione è quella vissuta dal borgo all’avvento di Carlo Borromeo in qualità di arcivescovo di Milano. Infatti egli modificò l’istituzione ecclesiastica di Varese e contribuì a consolidare la fama del monastero di Santa Maria del Monte che da lì a poco avrebbe visto aprirsi una delle più importanti fabbriche artistiche della Lombardia. La fabbrica che prevedeva la realizzazione di una grande via che dalle pendici del Sacro Monte raggiungesse in vetta il santuario ebbe inizio quando il cappuccino Padre Aguggiari riuscì a raccogliere la somma di 1 milione di lire imperiali. Conclusasi nel 1680 la realizzazione della via Sacra vide la partecipazione di artisti celebri quali il Morazzone e il Cerano sotto la direzione iniziale dell’architetto Giuseppe Bernascone. L’impresa, che trasforma Varese in un autentico baluardo del cattolicesimo contro la minaccia protestante, viene condotta pur attraverso gravi crisi epidemiche, tra cui la più famosa è quella del 1628, citata dal Manzoni ne I Promessi Sposi. Un grande cambiamento avviene nel corso del XVIII secolo. Nel 1752 il borgo diventa anche se per poco tempo, un centro della politica internazionale: qui, infatti, si tiene il congresso per definire i confini della Svizzera. Dal 1757 Varese diventa capoluogo dell’omonima provincia. Pochi anni dopo fa il suo primo apparire Francesco d’Este, duca di Modena che viene nominato dagli Austriaci governatore di Milano. Lo stesso Francesco nel 1766 ebbe in feudo il borgo dall’imperatrice Maria Teresa d’Austria e decise di governare la Lombardia proprio da Varese, costruendovi la famosa Reggia. Di fatto, la storica e secolare autonomia di Varese andava definitivamente perduta. La città seppur per breve periodo si trasforma in una corte dedita ai ricevimenti, alle parate e alle battute di caccia. La civiltà delle ville che aveva caratterizzato lo splendore urbanistico e artistico del suo territorio per tutto il secolo, trova nella corte di Francesco III d’Este, il suo apogeo. Nel 1797 Varese diviene capoluogo dell’effimero dipartimento del Verbano, per poi essere inclusa nel dipartimento d’Olona e quindi in quello del Lario. Anche la rivoluzione Francese transitava da Varese: lo stesso generale Bonaparte visita il borgo nel 1799 accompagnato da Giuseppina Beauharnais e Murat, accolti festosamente dalla popolazione. Nel 1816, finalmente, il borgo viene insignito del titolo di città dall’imperatore Ferdinando I d’Austria, ma non riottiene il ruolo di capoluogo di provincia, venendo aggregata alla provincia di Como. Nel 1830 fu inaugurata la pubblica illuminazione a gas e nel 1857 Varese venne elevata a rango di città regia e l’anno successivo si aprì una sottoscrizione pubblica per costruire una linea ferrata tra Varese e Gallarate, ma solo il 9 agosto 1865 il primo treno della linea Milano-Varese entrò in città. Il 23 maggio 1859 nell’ambito della seconda guerra di indipendenza i Cacciatori delle Alpi al comando di Garibaldi liberarono la città, che difesero vittoriosamente contro un attacco austriaco il 26 maggio 1859 in quella che è chiamata la Battaglia di Varese. La città vennè così formalmente annessa da Garibaldi al regno di Sardegna. Varese, tuttavia venne presto abbandonata dai Garibaldini poiché minacciata dalla controffensiva dell’esercito Austriaco a cui erano giunti numerosi rinforzi ed era quindi diventata indifendibile dai pochi Garibaldini rimasti in città poiché il grosso dell’esercito del generale Garibaldi si era spostato verso Como impegnando il nemico nella Battaglia di San Fermo che sancirà la liberazione di Como. Il generale Garibaldi, nel frattempo rientrato da Como e i suoi uomini si ritirarono sulle montagne circostanti la città seguiti numerosi anche dalla popolazione civile. Gli austriaci guidati dal generale Karl von Urban ritornati in città pretesero il pagamento di un pesantissimo tributo, che naturalmente non poté essere pagato dai Varesini. A quel punto, il generale austriaco ordinò di bombardare la città indifesa per rappresaglia. Sul campanile della basilica di San Vittore e su alcuni edifici storici come la villa dei Biumi sono tuttora presenti i segni di tale bombardamento. La rioccupazione austriaca della città durò tuttavia poco, infatti le truppe imperiali dovettero ritirarsi, poiché mentre le truppe di stanza a Varese venivano impegnate in azioni sporadiche dai Garibaldini, mal interpretate dal generale Urban come una vera offensiva; il grosso dell’esercito Austriaco nel frattempo venniva pesantemente sconfitto, dall’esercito Franco-Piemontese nella Battaglia di Magenta. Con il passaggio al Regno di Sardegna, Varese rimane nella provincia di Como, all’interno della quale divenne capoluogo dell’omonimo circondario. L’Unità nazionale costituì il trampolino di lancio per lo sviluppo economico e sociale di Varese. Da quel punto in poi Varese vide sorgere sempre più industrie desiderose di rispondere al fabbisogno crescente del sud, e fino alla prima guerra mondiale si diffusero industrie di cartiere, carrozzerie, concerie, calzaturifici, cotonifici, setifici, tessiture e ceramiche. Tanto sviluppo economico ed industriale determinò un notevole benessere della popolazione ed un ordinato sviluppo della città che ottenne il ruolo di città giardino con la realizzazione di almeno un centinaio di grandi ville con parco e di un migliaio di villette secondarie. Con l’avvento al governo d’Italia del partito fascista, nel 1927, si ebbe la costituzione della nuova provincia di Varese, che venne scelta da Mussolini come capoluogo, in quanto vi era stata una disputa fra Varese, Gallarate e Busto Arsizio per decidere quale città sarebbe stata il nuovo capoluogo. Contemporaneamente, il territorio comunale fu fortemente ingrandito, con l’annessione di 9 comuni limitrofi (Bizzozero, Bobbiate, Capolago, Induno Olona, Lissago, Masnago, Santa Maria del Monte, Sant’Ambrogio Olona e Velate. In tale periodo vi fu un ulteriore sviluppo economico e turistico del territorio, unito ovviamente ad una limitazione della libertà individuale dovuta alle restrizioni imposte del regime fascista

La squadra. Fondata nel 1910 con la denominazione Varese Football Club, negli anni venti prende parte a tre campionati di Massima Serie (allora denominata Prima Categoria) nel 1919-20, 1920-21, 1921-22 venendo sempre eliminata nelle eliminatorie regionali. Nel 1922, in seguito a una riforma dei campionati, venne retrocessa in Seconda Divisione. Da allora fino agli anni 60 partecipa a campionati minori senza mai riuscire ad essere promossa in Massima Serie, annoverando comunque in rosa fuoriclasse come Giuseppe Meazza ed il compianto Franco Ossola. Con l’arrivo alla presidenza dell’imprenditore varesino Giovanni Borghi, “mister Ignis”, la situazione cambia radicalmente ed in pochi anni la squadra scala le classifiche ottenendo una storica promozione in Serie A nel 1963-64. Dopo anni di alti e bassi, tra retrocessioni in Serie B e promozioni in A, dal 1970 inizia una fase calante che vede la società biancorossa stazionare diversi anni in B per poi iniziare una spola tra Serie C1 e C2. Nel 2004 la società guidata da Claudio Turri e Stefano Tacconi fallisce e la nuova Associazione Sportiva Varese 1910 è costretta a ripartire dal campionato di Eccellenza sotto la guida degli ex biancorossi Pietro Maroso e Riccardo Sogliano. Prontamente la squadra torna nei professionisti in sole due stagioni, trascinata dai gol dello sloveno Sanel Sehic. Nell’estate del 2008 un nuovo passaggio di proprietà, all’imprenditore milanese Antonio Rosati, garantisce il prosieguo dell’attività tra i professionisti. Al termine del campionato di Lega Pro Seconda Divisione 2008-2009 ha conquistato la promozione in Lega Pro Prima Divisione. L’anno successivo si classifica seconda nella stagione regolare e dunque partecipa ai play-off promozione. Il 13 giugno 2010, con la vittoria per 2-0 sulla Cremonese nella gara di ritorno della finale (all’andata viene sconfitta 1-0) il Varese ottiene la promozione in Serie B dopo 25 anni dall’ultima partecipazione (1984-1985)

Lo stadio. L’impianto, costruito nel 1925 e più volte ristrutturato (l’ultima volta negli anni ’70), è dedicato a Franco Ossola, calciatore varesino scomparso nella tragedia di Superga, in cui perse la vita l’intera squadra del Grande Torino. Negli anni di massimo splendore del Varese lo stadio poteva ospitare fino a 23.000 spettatori. Lo stadio oggi dispone di due curve in calcestruzzo a forma di semicerchio (nord e sud), ove prendono posto rispettivamente ultras di casa e tifosi ospiti, unite dal settore dei distinti, rivolto a ovest, sempre costruito in calcestruzzo, ma leggermente più alto delle curve stesse. A est si trova la tribuna, che è separata dal resto della struttura ed è dotata di una tettoia in calcestruzzo e di seggiolini bianchi e rossi, sotto la quale si trovano gli spogliatoi. Oltre a ciò lo stadio è dotato di una pista di atletica a cinque corsie (attualmente inagibile) e di un velodromo coperto in cemento, lungo 446 metri, dedicato al ciclista varesotto Luigi Ganna. Per le norme di sicurezza nella stagione 2009-2010 la capienza era di 5.761 posti, aumentata in occasione dei play off fino a 7.000 posti. Nel 2010 sono stati installati, all’esterno della struttura, gabbie per il prefiltraggio dei tifosi, telecamere di videosorveglianza e tornelli. Vista la promozione del Varese in Serie B al termine della stagione, il comune ha previsto la sistemazione dell’impianto che, dopo alcune valutazioni, è stato portato ad una capienza di 8.213 posti.

La tifoseria. Varese è una città con una lunga tradizione ultras. Il gruppo capostipite del tifo varesino furono infatti i Boys Varese, nati nel 1974 e rimasti attivi fino al 2001. Nati in un epoca in cui le curve erano tendenzialmente tutte o quasi “rosse” (come del resto la gioventù italiana dell’epoca), i Boys si distinsero subito per l’ideologia piuttosto destrorsa (ai tempi le tifoserie schierate a destra si contavano sulle dita di una mano), e per una particolarità: furono da subito uno dei pochi gruppi italiani a seguire più di uno sport, ossia calcio e basket. Nella città dei sette laghi infatti il basket è di gran lunga lo sport più seguito e con più tradizione cittadina rispetto al calcio, e non vorrei dire una cazzata ma credo proprio che i primi Boys nacquero al seguito della squadra di basket locale (la Ignis Varese). Di sicuro si distinsero per uno dei primi episodi razziali nel mondo del tifo sportivo, quando accolsero i giocatori del Maccabi Tel Aviv con croci e striscioni inneggianti all’olocausto. In Europa è normale trovare gruppi ultras che seguono sia il calcio, che il basket, che qualsiasi altro sport in cui è impegnata la loro società (si pensi per esempio ai Grobari ed ai Delije di Belgrado, o alle tifoserie greche che sanno infiammare i palazzetti quanto gli stadi); ma in Italia tutto questo è raro, le tifoserie sono spesso ben distinte quando anche non si stanno sulle palle (per esempio a Pesaro gli Ultras della Vis Pesaro non andavano per niente d’accordo con l’Inferno Biancorosso della Scavolini). A Varese invece i Boys si sono sempre divisi senza troppi problemi fra stadio e palazzetto, anche se la tifoseria tendeva a prediligere quest’ultimo… Storico il legame con i Boys dell’Inter, due curve unite a doppio filo (con molti Boys Varesini che nel tempo libero e non solo comparivano nella Nord di Milano); altrettanto storiche le rivalità con Como, Novara, Pro Patria; alle quali si sono aggiunte negli anni quelle di stampo “politico” con Livornesi, pisani e modenesi. Nel basket, odio profondo con la Fossa della Fortitudo Bologna e con gli Eagles Cantù. I Boys Varese erano conosciuti come un gruppo spartano, composto da pochi elementi, senza fronzoli; ma prontissimo allo scontro con chiunque, bello pesante, capace di affrontare tifoserie più numerose e navigate. Nel 1998, la svolta in curva varesina, con l’avvento dei Blood Honour, che da gruppo di quartiere nel 2001 riuscirono ad estromettere i Boys dalla guida della curva, prendendo in mano le redini della tifoseria. Ho sentito molte voci a riguardo di quell’”estromissione”, che non voglio approfondire nè commentare. Ciò che invece era sotto gli occhi di tutti è che la Curva Nord di Varese attraversò un lungo periodo di sbandamento. Col tempo i Blood Honour ne vennero fuori, con accanto i ragazzi della Gioventù Biancorossa; riuscendo a superare la mazzata del fallimento dell’A.S. Varese nel 2004 e presentandosi in buon numero sugli spalti in casa ed in trasferta nella stagione attuale che vede i biancorossi di nuovo in B.

Rapporti. La partita della stagione 1998/99 passò alla storia per il clamoroso errore di Fedele, che sul 2-0 per i biancoscudati tolse dal campo De Zerbi, l’unico under 20 presente: al tempo c’era una regola che in ogni partita doveva essere sempre in campo almeno un under 20, e quella leggerezza costò al Padova la sconfitta a tavolino in uno scontro diretto per la salvezza. Quel campionato sappiamo tutti come si concluse, ad ogni modo qui potete leggere la cronaca di uno dei punti più bassi della storia biancoscudata… Tuttavia quel giorno rimase negli annali anche per un’altro evento extracalcistico: fra le due tifoserie nacque infatti una sorta di “amicizia”, non un gemellaggio ma un forte rispetto reciproco. Tutto era cominciato all’andata, quando alcuni conoscenti comuni delle due tifoserie si attivarono affinchè la sfida del Franco Ossola fosse costellata dal rispetto fra le due tifoserie. Tuttavia le cose non andarono tutte lisce, ed una parte della curva biancorossa si lasciò andare a cori contro di noi. Ovviamente la cosa non fu apprezzata, ma se la risolsero i varesini fra di loro; ed in occasione della precedente trasferta di Como ricordo bene un membro del loro gruppo che a un quarto d’ora dalla fine entrò nel nostro settore per chiarire la posizione dei Boys. Ai tempi entrambe le tifoserie erano decisamente schierate a destra, e questo favorì non poco il rapporto. Quella giornata, pessima per il Padova dal punto di vista calcistico, si concluse con una bevuta clamorosa con i ragazzi di Varese (per inciso, dei bei personaggi) in un bar allora frequentato dagli ultras biancoscudati; senza tuttavia che si parlasse minimamente di gemellaggio. L’anno successivo tuttavia, ricominciarono a serpeggiare queste “voci” piuttosto fondate che una parte della loro curva con noi non volesse avere nessun rapporto, anzi che gli stessimo pure sui coglioni. L’occasione per chiarire il tutto si presentò in occasione della trasferta a Cittadella per i playoff: i nostri decisero di andare per capire che aria tirava; io ci andai per il gusto di vedermi una partita ed una tifoseria che non conoscevo. Partita che merita un trafiletto a parte… Ad ogni modo il rapporto venne chiarito, e quando le due squadre tornarono ad incontrarsi (stagione 2001/02) i Boys erano già stati sostituiti dai Blood Honour. Alla sostanziale indifferenza del primo anno si sostituì il loro gesto del campionato successivo, stagione 2002/03, quando a fine partita vennero sotto i nostri pullman salutandoci “romanamente”. Nella partita di ritorno eravamo in sciopero e tutti fuori dallo stadio, ed alcuni ragazzi portarono loro uno striscione in memoria di Saverio, capo dei Blood Honour scomparso tragicamente in Spagna. Negli anni successivi rimase quest’amicizia fra esponenti delle due curve, mai un gemellaggio ma una sorta di rispetto reciproco. Almeno fino al 2004, quando il Varese fallì. Quest’anno ci si è ritrovati per la prima volta dopo sette anni nella partita d’andata, e l’indifferenza ha regnato sovrana sugli spalti. Credo tuttavia che i contatti fra alcuni di noi ed alcuni di loro siano rimasti. Personalmente non mi sono mai interessato troppo a questo rapporto: l’ho sempre visto come una cosa che riguardava più una sfera non di mio interesse, e la politica da stadio non mi è mai minimamente interessata… Per questo motivo, non so se i varesini di oggi siano gli stessi che abbiamo conosciuto all’inizio del millennio e se le persone che diedero vita a questo rapporto frequentino ancora lo stadio. A scopo precauzionale, inviterei tutti a non prendere eccessivamente sottogamba la trasferta, che significa evitare di andare in giro con la testa infilata nel culo (cosa che peraltro bisognerebbe fare sempre, ma qui a Padova tutti sono troppo “dottori” per accettare si sentirsi muovere una critica simile): credo che, per quanto amici di alcuni di noi, i varesini non apprezzerebbero qualche macchinata di ubriachi molesti addobbata come un albero di natale che gli piomba nel loro bar. E credo che agirebbero di conseguenza. Pertanto fatevi due conti…

Cittadella, 4 giugno 2000. La semifinale dei playoff fra Cittadella e Varese, merita un paragrafo a parte, in quanto è stata forse l’unica volta che mi sono visto i varesini così vicino ed in una situazione di “non amicizia”; avendo così l’occasione di rendermi conto di molte cose… Faccio una premessa: essendomi sempre disinteressato del rapporto con i varesini per i motivi spiegati sopra, il racconto che seguirà è semplicemente il resoconto personale di una delle tante domeniche “ultras”… Giunto al Tombolato in compagnia di altri tre soci, la prima cosa che vidi fu il pullman organizzato dai Blood Honour: in seguito questo gruppo avrebbe preso in mano la curva biancorossa, ma al tempo erano ancora un gruppetto di ragazzini di belle speranze… chiariamo: un gruppetto molto compatto ed anche deciso, considerata l’età dei componenti! Credo che i più vecchi di quel pullman non superassero i vent’anni d’età, e mi rimase impresso un ragazzino di 12-13 anni che scese sul piazzale a petto nudo insultando a muso duro i carabinieri. Largo uso di simboli di estrema destra, ostentati tanto su magliette quanto su materiale. Atteggiamento molto da “guappi”. Insomma: non mi piacquero particolarmente, e decisi con gli altri soci di accomodarci in gradinata con i tifosi del Cittadella! Nel frattempo giunse anche lo stato maggiore della nostra curva, con i quali scambiammo qualche parola fuori dallo stadio, e la tensione da quel momento cominciò a crescere sempre di più: la prima cosa che vidi fu il responsabile della Digos di Varese che si avvicinò al Comandante dei Carabinieri di Cittadella dicendogli che erano in arrivo dalla Lombardia sei pullman dei Boys, con molti diffidati all’interno (la cosa mi lasciò basito, perchè parliamo del 2000, epoca in cui a Padova si conosceva già la repressione ed in cui la Digos non ti avrebbe mai lasciato partire per una trasferta da diffidato! Ma qui era un’altra storia…); ed il Comandante che lo rassicurò dicendogli che loro per l’occasione avevano mobilitato l’intero personale disponibile in caserma (nove unità!!!) e si erano organizzati con tanto di lista dei tifosi diffidati. Mi veniva da ridere, nel frattempo i dintorni dello stadio erano ben frequentati: c’erano una ventina di spezzini (all’epoca gemellati coi varesini) ed alcuni lombardi che si scambiavano occhiate di fuoco con i nostri, e pure qualche vicentino in giro… All’epoca infatti nel cittadellese parecchi seguivano il Vicenza, e proprio un ragazzo col berrettino della Caneva Berica passò troppo vicino al nostro gruppetto (forse dava troppa retta alle leggende metropolitane che giravano all’interno della sua tifoseria…) lasciandoci il berretto come gentile omaggio: questo fece per andare a chiamare i suoi amici, ma proprio in quel frangente giunsero i famosi sei pullman di varesini che senza se e senza ma si presentarono ai cancelli a volto coperto ed iniziarono a caricare per entrare. I nostri si buttarono in mezzo riuscendo così a non pagare il biglietto, io ed i soci entrammo in gradinata mentre gli scontri fra ultras lombardi e carabinieri di Cittadella andarono avanti per un bel pò…. Una volta dentro la gradinata, vidi all’ingresso del settore varesino una scena esilarante: i carabinieri barricati dentro la camionetta con una cinquantina di varesini che la scorlavano sui due lati. Mi ricordava molto la scena del Commissario Winchester dei Simpson, ma dubito che in quel momento il Comandante volesse un caffè… A conti fatti, da Varese erano giunti non più di 500 tifosi, pochini per una semifinale playoff, ma rognosi come nemmeno una tifoseria di 5.000 persone. Alcuni erano dei veri e propri pazzi, ne ricordo uno che entrò in campo, venne sotto la gradinata a ballare la canzone “Ymca” dei Village People sparata dall’altoparlante a mò di presa per il culo e tornò indisturbato nel proprio settore! La partita scivolò via tranquilla, giusto un pò di tensione all’intervallo quando le due tifoserie andavano al bar (che confinava fra i due settori) ma nulla di più. A tempo scaduto tuttavia degenerò il tutto: il Varese fallì il rigore che li avrebbe portati al pareggio e conseguentemente alla finale, e subì poi il raddoppio del Cittadella che mandò su tutte le furie i tifosi biancorossi. Alcuni di loro entrarono in campo, altri semplicemente iniziarono a buttar giù la lamiera che faceva da divisorio con la gradinata occupata dai tifosi del Cittadella, aprendola come una scatoletta di tonno. Iniziarono quindi a scontrarsi coi carabinieri che dovettero sudare le proverbiali sette camicie per respingerli; gli ultras del Cittadella, mentre il grosso della tifoseria di casa cominciava ad abbandonare impaurita lo stadio, si prepararono a fronteggiarli. Io ed i miei soci realizzammo di essere in una situazione molto brutta: se i varesini avessero sfondato, dubito seriamente che sarebbero stati li a chiederci di dove eravamo e se tifavamo Cittadella; pertanto decidemmo di sfilarci anche noi le cinture e prepararci eventualmente ad affrontarli. Non avevamo niente contro di loro, ma in quel caso sarebbe stata una pura situazione di sopravvivenza… I nove carabinieri presenti riuscirono alla fine (con la forza della disperazione) a ricacciare i varesini fuori dallo stadio; ed anche noi decidemmo di uscire convinti che la giornata fosse ormai finita. Un paio di palle! Dopo l’ultima carica dei carabinieri, fuori non era rimasto nessun cordone e ci vedemmo un folto gruppo di varesini venire avanti con intenzioni tutt’altro che pacifiche. Un mio socio ebbe modo di sfilare un paio di selle di biciclette e lanciargliele, andando a segno in entrambi i casi; un terzo varesino si avvicinò a lui, un orso completamente fatto perchè non si era nemmeno reso conto di avere di fronte quattro persone con la cintura in mano che lo aspettavano, ma si girò ignorandoci completamente, attaccandosi con un ragazzino granata accompagnato dal padre (che rimediò un paio di colpi sul braccio) per poi andarsene dalla parte opposta! A questo punto ritornammo verso la nostra auto, passando di fronte al settore ospiti devastato dalla furia lombarda: le porte dei cessi erano state divelte, come gran parte della recinzione, i lavandini fatti a pezzi e lanciati. Debbo dire che i varesini mi impressionarono non poco: non avevo mai visto una tifoseria con numeri così risicati in grado di piantare un casino del genere! Mi tornarono in mente le parole di un ragazzo della Fossa del Milan, conosciuto sotto la naja: “I varesini sono tre gatti, ma in quanto a cattiveria fidati che  se avessero i numeri potrebbero tener testa tranquillamente ad atalantini o bresciani…”. Pensavo che esagerasse, invece… L’ultimo siparietto comico della giornata fu quando ritrovammo un paio dei nostri, che ci raccontarono di come sul divisorio si fossero uniti anche loro alla “festa”: abbiamo rischiato di prenderci a cinghiate fra padovani! Negli anni successivi la curva varesina cambiò, il rapporto andò avanti con alcuni di noi, ma la cosa non mi interessò più…

Trasferta. I ragazzi della Fattori viaggeranno in auto, ed invitano tutti a partire insieme alle ore 10 di sabato mattina sul Piazzale della Curva Sud. Si consiglia di prendere i biglietti in prevendita, disponibili sul circuito Ticket One. Cliccando qui potete vedere gli indirizzi dei punti vendita. ATTENZIONE!!! Sono arrivate molte segnalazioni che nella prevendita  a Media World presso l’Ipercity di Albignasego fanno storie per stampare i biglietti perchè secondo gli operatori “la trasferta è consentita solo ai possessori di tessera del tifoso”. Ricordo a tutti che invece LA TRASFERTA E’ LIBERA e che pertanto dovete insistere col personale addetto ed invitarlo ad informarsi. Il settore da prendere per tutti è Curva Sud Intero (10 € più prevendita).

TUTTI A VARESE!!!

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Pescara

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19 MARZO 2011: PESCARA

Postato il 18 marzo 2011 by La Padova Bene

La città. Pescara è una città di 124.000 abitanti, con un’area metropolitana che supera i 300.000, situata sul Mare Adriatico. La città ha origini antiche: i primi abitanti di Pescara fondarono un villaggio sulle rive del fiume che in epoca romana fu chiamato Vicus Aterni e a cui successivamente fu attribuito il nome Aternum, dal fiume che lambiva l’abitato. I romani usavano indicare Pescara anche con il nome di Ostia Aterni cioè la foce dell’Aterno. La sua importanza, ieri come oggi, era dovuta alla strategicità della posizione geografica. Il movimento commerciale (pesca, prodotti agricoli, manufatti, ecc.) fra Aternum e Roma, era particolarmente intenso e si sviluppava attraverso la via Consolare Tiburtina che univa (e unisce tuttora) le due città, terminali fondamentali della strada d’attraversamento dell’Appennino. Con la caduta dell’Impero Romano e le invasioni barbariche, di Aternum si persero quasi completamente le tracce, ma si ritiene che il commercio ed il traffico di materiali e di uomini, data la posizione del villaggio, non si sia mai interrotto. Negli ultimi decenni del V secolo Pescara passò in potere prima degli Ostrogoti, poi, una cinquantina d’anni più tardi, dei Bizantini, e infine dei Longobardi (attorno al 570). Per quasi cinque secoli fece parte del ducato di Spoleto (fondato dai Longobardi ma entrato nell’orbita franca in epoca carolingia). Intorno all’anno 1000, Aternum cambiò il suo nome e divenne Piscaria con riferimento, sembra, alla pescosità della zona, mentre il fiume che la bagnava venne ribattezzato Piscarius. L’abitato di Piscaria fu anche compreso, per un lungo periodo, tra le pertinenze dell’abbazia di Montecassino. Nel 1566, la fortezza fu oggetto di un terribile assalto portato dalle 105 galee dell’ammiraglio ottomano Pialy Pascià. Ma la fortezza non fu presa, anche per il decisivo contributo del valoroso condottiero, Giovan Girolamo II Acquaviva d’Aragona, duca di Atri. Nel XII secolo Pescara fu conquistata, con tutta la sua regione di appartenenza, dai Normanni, per poi entrare a far parte, nei primi decenni del Duecento, dei domini di Federico II di Svevia. Fra il XIII e il XIX secolo appartenne, con il resto dell’Abruzzo, al Regno di Napoli (che, dopo l’unione al Regno di Sicilia, passò a denominarsi Regno delle Due Sicilie). In età aragonese (seconda metà del XV secolo) fu data in feudo all’illustre famiglia di origine spagnola dei D’Avalos, che, dopo essersi legati da rapporti di parentela con i D’Aquino, si convertirono in marchesi di Pescara. Durante il regno di Carlo V, si trasformò in un’importante piazzaforte costiera del Regno. Con la stabilizzazione del potere politico nel Regno di Napoli, ebbe inizio un nuovo e fiorente periodo della storia della città, per la sua posizione strategica e militare, che durò per tutta l’epoca asburgica e per gran parte dell’età Borbonica, fin quasi alla fine del Settecento. In questo secolo Pescara contava circa tremila abitanti. Nei primi anni dell’Ottocento la città venne occupata dai francesi, continuando a costituire un importante bastione militare del regno di Giuseppe Bonaparte. In età napoleonica Castellammare Adriatico, sulla sponda nord del fiume (che allora contava circa 1500 abitanti), divenne Comune autonomo aggregato al circondario di Città Sant’Angelo (1807). Nel 1814 Pescara fu tra le città protagoniste dei moti carbonari contro Gioacchino Murat, re di Napoli. A tale insurrezione seguì la durissima repressione borbonica, simboleggiata dal bagno penale nel quale, fino alla caduta del Regno (1860), furono imprigionati molti patrioti. Dopo l’incorporazione al nascente Regno d’Italia e fino agli inizi del Novecento, Castellammare e Pescara conobbero un primo, sostanziale sviluppo economico e un considerevole aumento della popolazione (particolarmente significativo nel ventennio 1881-1901). Nelle due città limitrofe e nel Pescarese iniziò anche a formarsi una borghesia industriale fortemente imprenditrice che contava fra le sue file membri delle famiglie Bucco, D’Annunzio, Farina, Ricci, Mezzopreti, Muzii, De Riseis, Pomilio, Pascale. Fin da allora si pensò alla possibilità di unificare le due cittadine elevandole a provincia. Il 2 gennaio 1927, grazie soprattutto all’eccezionale incremento demografico e allo sviluppo industriale di Castellammare Adriatico e Pescara iniziati, come si è già accennato, nella seconda metà dell’Ottocento ma rafforzatisi agli inizi del secolo successivo, venne finalmente firmato il decreto di unificazione delle due città sotto il nome di Pescara e la costituzione della provincia omonima. Un contributo notevole per il raggiungimento di tale traguardo fu dato anche dalla forte spinta popolare, dall’autorità politica del ministro abruzzese Giacomo Acerbo ed dal prestigio morale di Gabriele D’Annunzio. Durante la seconda guerra mondiale Pescara subì notevoli perdite umane e danni materiali, sia per i violentissimi bombardamenti della tarda estate del 1943, che causarono la morte di almeno 3000 persone, sia per le razzie e le distruzioni da parte dell’esercito tedesco in ritirata. Per questi motivi l’8 febbraio 2001, il presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi ha conferito alla città la medaglia d’oro al merito civile. Nel secondo dopoguerra Pescara ha conosciuto uno sviluppo molto sostenuto che l’ha portata ad essere il fulcro di una vasta area metropolitana, legata ad essa da stretti rapporti economici e sociali e in cui risiedono complessivamente circa 330.000 abitanti (2010). Da tempo la città garantisce al territorio abruzzese una vasta serie di servizi e disponibilità che hanno permesso all’intera regione di accrescere la propria competitività sia a livello nazionale che internazionale.

La squadra. Le prime testimonianze dell’attività calcistica a Pescara sono databili intorno agli anni ’20. A cimentarsi con il “nuovo gioco” figurano le compagini note con il nome di Vigor ed Edera. Successivamente nasce l’Ursus, sodalizio che indossa le maglie giallo-blu e rappresenta il comune di Castellamare mentre l’Aternum rappresenta il football dall’altra parte della sponda del fiume Pescara. Il 1936 è storicamente noto come l’anno di nascita della Società Sportiva Pescara Calcio. Il primo presidente è Angelo Vetta mentre il responsabile tecnico della squadra, nonché segretario, è un uomo di grande carisma e temperamento: Edmondo De Amicis. I colori sociali adottati sono il bianco e l’azzurro disposti però a righe orizzontali. Il terreno di gioco è il campo ‘Rampigna’, che sorge nello lo spazio antistante il circolo canottieri del lungo fiume, detto la Pescarina. Nella stagione 1937-38, impegnata nel campionato regionale di zona, durante il quale incontra anche compagini come la Dalmazia e lo Zara oggi appartenenti alla Croazia, la squadra ottiene subito la promozione in serie C e la stagione seguente viene affidata al già citato “maestro” Pietro Piselli che, in seguito a numerosi viaggi in Inghilterra, aveva appreso e riproposto con successo lo schieramento tattico definito “sistema”. Il Pescara disputa una discreta stagione classificandosi ottavo, che non vale però la riconferma del mago Piselli. L’anno successivo, guidata da Armando Bonino, invece è sesta. Nella stagione 1940-41 la squadra adriatica conquista la prima importante promozione in serie B. Grandi protagonisti l’allenatore Mario Pizziolo, già campione del Mondo nel 1934 come giocatore, ed il talento Mario Tontodonati che risulterà, al termine della stagione, tiratore scelto del torneo. Il Pescara agguanta il primo posto con 44 punti, realizzando ben 50 reti e subendone solamente 14. Ma la promozione giunge solo al termine della fase finale quando i ragazzi di Pizziolo superano per 2-1 il Verona: è il 20 luglio del 1941. Nel periodo bellico il neopromosso Pescara è addirittura terzo, mentre nella stagione 1942-43 ottiene un rispettabile ottavo posto.
Il campionato 1943-44 viene sospeso a causa della guerra, l’anno dopo il Pescara disputa, vincendolo, un torneo denominato Campionato Abruzzese. Nella stagione 1945-46, il Pescara disputa il campionato misto di A e B suddiviso in due gironi: alta Italia e centro Sud. Straordinario teatro degli incontri casalinghi è il già citato campo “Rampigna”, un catino infuocato, detto la “fossa dei leoni”, che permette di sovente alla squadra di casa di imporsi innanzi a formazioni più blasonate e che spinge i beniamini locali, guidati ancora da Tontodonati e Lanciaprima su tutti, a disputare ottime prestazioni ricche di grinta e coraggio. Il Pescara termina sesto, poi è terzo nel 1947 e settimo nel 1948 con la guida tecnica affidata ancora a Pizziolo. In quest’ultimi due anni la squadra è inserita nel girone meridionale della serie B, in seguito alla decisione della Federazione di dividere la serie cadetta in tre gironi. Sono anni in cui ci si affida ancora a molti giocatori locali, puntando decisamente sui ragazzi del vivaio. Ma un periodo poco felice attende la compagine adriatica che, nel 1948-49, termina ventunesima in serie B retrocedendo in serie C, e la stagione seguente il diciassettesimo posto non evita l’ulteriore retrocessione nel campionato Promozione Interregionale. Al termine della stagione 1951-52 i biancazzurri vincono il girone L del campionato interregionale e conquistano la IV serie: la squadra, guidata in panchina da Del Grosso, realizza ben 84 reti in 32 partite. I primi anni ’50 vedono sovente il Pescara protagonista nei gironi G ed F della IV^ serie. Allenatore è Umberto De Angelis e dal Torino vi è il ritorno del mai dimenticato Mario Tontodonati. Ma, nonostante le eccellenti prestazioni, la città non riesce a riguadagnare la Serie C terminando per due volte consecutive al terzo posto. La stagione 1955-56 sembra quella buona. Il Pescara arriva al primo posto, ma è necessario l’ulteriore spareggio con la Reggina. Purtroppo ai biancazzurri è fatale la sconfitta per 0-2 al “Rampigna” davanti a 12000 sostenitori. Nella gara di ritorno ai calabresi basta lo 0-0 per assicurarsi la promozione. Intanto il 29 dicembre del 1955 viene inaugurato l’attuale stadio “Adriatico”. A partire dalla stagione 1958-59, e durante tutto l’arco degli anni ’60, il Pescara affronta i campionati di serie C; prima è inserito nel girone B poi, una volta ristrutturata la serie C in tre gironi di diciotto squadre ciascuno, nel raggruppamento C. Sono anni poco esaltanti in cui tengono banco soprattutto le vicende societarie. Il dirigente Di Properzio minaccia più volte di lasciare, ormai stanco per il molto denaro speso e per le magre soddisfazioni raggiunte. Sulla panchina si alternano, a più riprese, Tontodonati, Piacentini, Bencic, De Angelis, Costagliola, Giammarinaro, Cervato ed altri ancora. I migliori piazzamenti sono il quarto posto del 1962-63, con il portiere Di Censo ed il giovane Tobia lanciato nella mischia, e il sesto posto del 1967-68 in cui si notano il difensore Cantarelli, il centravanti Ciocca e l’ala Basilico. Comunque è un decennio che scivola via piuttosto anonimo nonostante le discrete presenze allo stadio e gli accesissimi derby con il Chieti. Dopo aver sognato il ritorno in Serie B, la compagine adriatica precipita addirittura in serie D al termine della stagione 1971-72. Ma nel 1972-73, vincendo il girone H della serie D torna immediatamente nella categoria superiore.
È il preludio per una grande stagione, quella del 1973-74. I biancazzurri neopromossi giungono addirittura primi nel girone C della serie C e riconquistano, dopo molti anni, la tanto sospirata serie B. E’ un torneo entusiasmante che vede un testa a testa tra Pescara e Lecce: avranno la meglio i biancazzurri che vincono a Latina l’ultima partita il 16 giugno 1974 ed approfittano di un punto di penalizzazione inferto al Lecce, che si era rifiutato di scendere in campo nella partita contro il Marsala per la mancanza dell’arbitro designato. Grandi protagonisti sono l’allenatore Tom Rosati, che dieci anni dopo ripeterà l’impresa, il rosso portiere Cimpiel, il libero Rosati, i centrocampisti Lopez e Prosperi, gli attaccanti Serato e Capogna e i dirigenti Marinelli e Galeota. La stagione 1976-77 è destinata a rimanere a lungo nella memoria dei tifosi pescaresi: per la prima volta nella sua storia il Pescara Calcio approda sul massimo palcoscenico calcistico nazionale, raggiungendo la serie A. Presidente è diventato il compianto Armando Caldora che affida la panchina a Giancarlo Cadè, uomo concreto e di poche parole, che avrà i suoi meriti nell’annata trionfale. È vero anche che può contare su elementi di rilievo per il campionato cadetto, quali i difensori Motta e Andreuzza, gli ottimi centrocampisti Zucchini e Galbiati, il talentuoso trequartista Nobili dotato di notevoli mezzi tecnici ed abile sui calci piazzati, il bravo Angelo Orazi. Il campionato è vinto dal L.R. Vicenza che totalizza 51 punti in 38 partite e per raggiungere la promozione sono necessari gli spareggi tra Pescara, Cagliari ed Atalanta tutte giunte a quota 49 punti. I biancazzurri pareggiano 0-0 con il Cagliari a Terni ed, approfittando della vittoria dell’Atalanta sul Cagliari, nell’ultimo incontro a Bologna, il Pescara pareggia 0-0 con gli orobici assicurandosi la serie A innanzi a migliaia e migliaia di tifosi biancazzurri, riversatisi nel capoluogo felsineo, in tripudio. Nella stagione 1977-78 il Pescara, che nel 1974 aveva assunto la denominazione di Pescara Calcio Spa, disputa, quindi, finalmente il suo primo campionato in serie A. Presidente è Attilio Taraborrelli, mentre allenatore è il confermato Cadè. Questa è la formazione tipo del Pescara nella massima serie: Piloni, Motta, Mosti, Zucchini, Andreuzza, Galbiati, Repetto, Orazi, Cinquetti, Nobili, Bertarelli. I biancazzurri propongono anche un bel gioco raggiungendo risultati importanti come il 2-1 sull’Inter, ma non riescono ad evitare la retrocessione in serie B piazzandosi all’ultimo posto in classifica con 17 punti vincendo 4 partite, pareggiandone 9 e perdendone 17 con 21 reti segnate e 44 subite, e stabilendo tra l’altro anche alcuni record negativi.
Nella stagione seguente gli abruzzesi si presentano ai nastri di partenza con rinnovate ambizioni di promozione. La carica di presidente è assunta da Gianni Capacchietti che affida la conduzione tecnica della formazione ad un grande giocatore del passato: l’argentino Antonio Valentin Angelillo, già attaccante di Inter e Roma. L’ossatura della squadra non è poi molto diversa da quella delle due precedenti stagioni. In porta si alternano Recchi e Pinotti, libero è Pellegrini, in difesa è inserito Santucci e l’attacco punta su Di Michele e sul neo-acquisto Ferrari, in cabina di regia il solito Nobili. La squadra non propone un gioco spettacolare ma è estremamente pratica ed efficace. Al termine del campionato l’Udinese con 55 punti e il Cagliari con 49 precedono Pescara e Monza appaiate a 48 punti. Ancora una volta bisogna ricorrere allo spareggio per decretare la terza promossa e ancora una volta palcoscenico sarà il “Comunale” di Bologna (oggi Dall’Ara). Il Pescara, come sempre incitato da migliaia di tifosi al seguito, per i quali Bologna rappresenta solo l’ultima tappa di molte altre appassionate trasferte, supera con un netto 2-0 gli avversari andando in rete con Pavone al 40’ e sfruttando un autorete di Giusto al ’61 su tiro di Nobili: così è di nuovo serie A! Ma anche stavolta il massimo campionato riserva ben poche soddisfazioni al Pescara. Nel corso della stagione Angelillo viene sostituito da Giagnoni, ma ciò non basta per risollevare le sorti di un torneo ormai compromesso. I biancazzurri terminano ultimi con appena 16 punti, non vincendo mai in trasferta e realizzando 18 reti contro le 44 subite.
Nel 1980-81, in serie B, guidato da Aldo Agroppi il Pescara termina sesto, disputando un discreto campionato, mentre nella stagione seguente si alternano sulla panchina adriatica tre allenatori che non riusciranno ad evitare la retrocessione in C/1, davanti ad un pubblico sempre meno partecipe e numeroso. Nel 1982-83 il presidente Vincenzo Marinelli, coadiuvato dal valido general manager Manni, richiama in panchina una vecchia conoscenza del calcio pescarese: Tom Rosati.
A distanza di dieci anni dall’ultima promozione in B, il tecnico riconquista la serie cadetta. Egli mette in mostra un gran temperamento,famoso è lo scappellotto rifilato al suo giocatore Cozzella, ma soprattutto profonda è la sua conoscenza della serie C. La squadra di quell’anno è poco spettacolare, ma esperta e pragmatica e può, tra l’altro, contare su buoni giocatori come il veterano Repetto, un giovane Filippo Galli, il libero-rigorista Polenta, il funambolico Tacchi, il centrocampista D’Alessandro. Il Pescara conquista la promozione classificandosi secondo. Rosati rimane anche la stagione seguente in serie B, con gli stessi dirigenti. Cominciano a farsi notare giovani attaccanti come il talentuoso Tovalieri e Rebonato. In vista della stagione 1984-85, giunge in riva all’adriatico l’allenatore Catuzzi, appena diplomatosi al supercorso di Coverciano. Imposta la squadra con un modulo più spregiudicato, ma in due anni la compagine biancazzurra non riesce a fare il salto di qualità anzi, al termine della stagione 85-86, dopo il settimo posto dell’anno precedente, la squadra precipita nuovamente in serie C/1, perdendo nella penultima giornata un’incredibile gara interna con la Triestina, che fino alla fine del campionato è rimasta in lizza per la promozione in serie A. Nell’estate del 1986, per la mancata affiliazione del Palermo, al Pescara si presenta la possibilità di iscriversi al campionato cadetto (perso sul campo la stagione precedente), sostituendo proprio la compagine siciliana.
È solo l’epilogo di un periodo che rimarrà impresso per sempre nella mente dei tifosi pescaresi. Giunge all’Adriatico, dalla Spal, un tecnico emergente e ai più sconosciuto: Giovanni Galeone. Con i suoi modi guasconi, un fare bohémien e, soprattutto, con un modulo tattico spregiudicato e spettacolare, nell’arco di dieci mesi riuscirà a riconquistare la serie A e gran parte del pubblico pescarese. Ancora oggi rappresenta, probabilmente, l’allenatore più amato nella storia del Pescara, per lo meno da una parte della tifoseria con la quale instaurerà una simbiosi difficilmente riscontrabile in altre realtà calcistiche. Il Pescara, disposto con un 4-3-3, vince il campionato con 44 punti, primo posto al pari del Pisa, e con una formazione allestita per disputare il campionato di C1. Tra i giocatori, da annoverare la fenomenale stagione del bomber Stefano Rebonato, capocannoniere del torneo con 21 reti (senza rigori), capace di andare in gol in ogni maniera e dell’ala Rocco Pagano. Memorabili le vittorie in trasferta a Bologna, Parma Vicenza e San Benedetto. E questa volta non occorrono spareggi. Ecco la formazione base: Gatta, Benini, Camplone, Bosco, Ciarlantini, Bergodi (Ronzani), Pagano, Gasperini, Rebonato. Loseto, Berlinghieri; da annoverare tra gli altri Gaudenzi, Dicara, Marchegiani. Presidente della promozione in A è Panfilo De Leonardis, coadiuvato da Marinelli, De Cecco e Traborrelli.
Le due seguenti stagioni nella massima serie non sono eccezionali dal punto di vista del rendimento, anche se il gioco è piacevole e spumeggiante, in pieno stile calcio-champagne di voga in quegli anni. Le novità in società vedono dall’estate 1987, l’ingresso di Scibilia, patron della Gis, impegnato come imprenditore e sponsor, nel ciclismo ai tempi di Moser, e già partner pubblicitario del Pescara a metà degli anni ’80. Il primo anno il Pescara si salva grazie alla riduzione del numero delle squadre che sarebbero poi retrocesse, soltanto due, e alla penalizzazione inferta all’Empoli che parte da –5. Il secondo anno, causa un disastroso girone di ritorno, precipita in serie B. Ma nei due anni in cui la squadra disputa i campionati nella massima serie, in città giungono giocatori come il fuoriclasse brasiliano Leovegildo Lins Gama, al secolo Junior, dal Torino, con un glorioso passato in nazionale e capace di numeri di alta classe (probabilmente il più grande calciatore nella storia del Pescara); il geniale e discontinuo slavo Blaz “Baka” Sliskovic e poi gli attaccanti brasiliani Tita, nel giro della nazionale, ed Edmar (autore di ottime prestazioni con la rappresentativa olimpica brasiliana). Nell’89-90 il Pescara è nono in B e nel 90-91 è quattordicesimo. In questi anni falliscono tecnici esperti e dai buoni trascorsi come Castagner e Mazzone che nella stagione 90-91 viene sostituito dall’osannato Galeone.
Nel frattempo Scibilia passa la mano al gruppo ILCA coadiuvato dall’imprenditore Di Lena. Dopo un anno di nostalgia, Scibilia torna a sedere sullo scranno presidenziale. E nel campionato seguente i biancazzurri guidati da Galeone, dopo essersi salvati per il rotto della cuffia nel ’91, compiono il miracolo e ritornano in serie A. È il solito gioco del tecnico friulano che esalta le caratteristiche dell’incontenibile ala Massara, proveniente assieme a Massimiliano Allegri, giocatore tecnico e dalla buona visione di gioco, dal Pavia, del beniamino Pagano, ancora determinante, degli esperti Righetti e Nobile, difensori, di Bivi attaccante e del figliol prodigo Dicara. Al termine del campionato i pescaresi sono secondi, dietro al Brescia, e totalizzano 46 punti in 38 partite. Sfortunatamente nella stagione seguente il Pescara, in A, delude le attese. Vittoria a Roma nel primo incontro e pirotecnica partita, alla seconda giornata, in casa contro il Milan di Capello messo sotto 4-2 e che poi però risulterà vincitore per 5-4, grazie ad una doppietta del fuoriclasse olandese Marco Van Basten. Discutibili quell’anno le scelte di mercato; all’arrivo del fresco campione d’Europa Sivebaek, fanno da contraltare stranieri stagionati come Mendy e Sliskovic (un ritorno). È pur vero che a Novembre giunge un gran giocatore come il brasiliano Dunga (che l’anno successivo sarà il capitano del Brasile campione del Mondo) ma da solo non basta. Galeone alla 25^ giornata, dopo l’ennesima sconfitta casalinga ad opera del Genoa, viene esonerato; i biancazzurri giungono ultimi con 17 punti, togliendosi, però, lo sfizio di battere la Juventus per 5-1! Gli anni ’90, che vedono sempre la presidenza di Scibilia coadiuvato dal genero Oliveri, trascorrono senza grandi sussulti. Si alternano diversi allenatori sulla panchina adriatica: il grintoso Rumignani che nel 1993-94 evita la retrocessione in C1 (considerando che il Pescara era partito con una penalizzazione di 3 punti per un presunto illecito sportivo relativo a due stagioni prima) alla guida di un gruppo esperto, con Andrea Carnevale autore di reti pesanti; Francesco Oddo che nel 1994-95, con il capitano Michele Gelsi una bandiera a Pescara, rimedia ad una difficile situazione portando la squadra all’undicesimo posto, e ancora nel 1995-96, alternatosi con Maifredi, Oddo torna a fine stagione ed ottiene il nono posto, dopo aver chiuso il girone d’andata al primo posto. Poi con Delio Rossi il Pescara è sesto nel 1996-97 e tutto sommato all’Adriatico si assiste ad un discreto spettacolo. Nella stagione seguente Buffoni subentra a Viscidi e giunge tredicesimo. Nel 1998-99 il Pescara guidato da un emergente Gigi De Canio, che ha sostituito Giorgini dopo tre partite, sfiora la serie A. Arriva quinto totalizzando 65 punti, ad un solo punto dalla quarta, e vedendo vanificati i propri sforzi solo a causa di un’incredibile, quanto chiacchierata, vittoria della Reggina sul campo del Torino all’ultima giornata, che le vale la promozione. Nel 1999-2000 torna nuovamente Galeone; la squadra ha un buon gioco d’attacco ma non trova gli equilibri giusti ed è soltanto tredicesima. La stagione 2000-01 invece riserva solo amarezze; i biancazzurri arrancano sin dall’inizio e, già a metà stagione, la retrocessione in C appare ben di più di un lontano spettro. Essa giungerà puntuale con l’ultimo posto in classifica. Dopo circa 20 anni il Pescara torna in C. In panchina si alternano Delio Rossi, l’eterno profeta Galeone, Tarcisio Burgnich e ancora, in un ennesimo disperato tentativo di raddrizzare la barca, Delio Rossi. Da segnalare, in quest’ultimo decennio, l’affermazione di giovani di talento provenienti dal vivaio: l’attaccante Mauro Esposito, il portiere Morgan De Sanctis, già alla Juventus, il possente Massimo Margiotta, Vitone e Romano (passati entrambi alla Juventus) che assieme alle ultime ‘scoperte’, Daniele Croce e Marco Stella, sono stati vice campioni d’Italia 00/01 di categoria con la “Primavera”. Il Pescara si ritrova così, dopo quasi vent’anni tra A e B, nella terza divisione. L’impatto della piazza, ma ancor più della squadra con la serie C è a di poco traumatico.
La squadra rifondata per buona parte con giocatori di categoria, viene affidata ad un allenatore esperto, che ha ottenuto già buoni risultati con la Fermana in serie C: Ivo Iaconi. Il cognome non tradisce la parentela con il Direttore Sportivo biancazzurro ne è, infatti, il fratello. La tifoseria, però, non gradisce e chiede a gran voce, oltre che le dimissioni dell’intero staff tecnico, prima ancora che inizi il campionato, anche della dirigenza non ritenuta più nelle condizioni di gestire adeguatamente il Pescara. La contestazione esplode fragorosa, come forse mai si era vista in città, durante il ritiro pre-campionato nella località di Caramanico. Oltre ai dirigenti ed al tecnico viene chiesta la partenza di alcuni giocatori ritenuti responsabili, con il loro atteggimaneto di sufficienza ed il poco attaccamento alla maglia, della retrocessione in serie C. Nonostante questo clima teso, i biancazzurri ripartono ed iniziano la stagione anche in maniera decente mettendosi subito nel novero delle favorite alla vittoria finale. Il campionato vede subito l’Ascoli nel ruolo della lepre, mentre il Pescara, il Catania di Gaucci e il Taranto inseguono. Proprio i biancazzurri sono i più penalizzati dal calendario. Infatti agli adriatici tocca affrontare ben 5 squadre della regione e considerando l’alto livello campanilistico che ha sempre contraddistinto le partite fra tutte le squadre della nostra regione, è quella che ci rimette di più in termini di punti. Infatti le ‘cugine’ giocano col Pescara delle vere e proprie partite della vita. Indimenticabili sono soprattutto le sfide con i dirimpettai del Chieti. I neroverdi hanno la meglio sui pescaresi, battuti all’Angelini e fermati sull’ 1-1 fra le mura amiche dell’Adriatico. La stagione prosegue fra alti e bassi con l’Ascoli sempre saldamente al comando e le inseguitrici a susseguirsi nelle retrovie. Buona, da questo punto di vista, la stagione di Giulianova e Lanciano. I frentani, proprio all’ultima giornata, in una sorta di drammatico spareggio, hanno la meglio sui giallorossi ed accedono per la prima volta nella loro storia ai play off per la serie B. Gli spareggi a fine campionato, che avrebbero dovuto sancire il ritorno in serie B dei biancazzurri dopo appena una stagione di purgatorio si trasformano in un vero e proprio inferno. Infatti il Pescara affronta il Catania di Gaucci in semifinale, piegandolo per 1 a 0 all’Adriatico grazie ad una rete di Suppa ma uscendone battuto con lo stesso risultato, grazie ad una clamorosa svista dell’arbitro Bergonzi di Genova che convalida una rete in netto fuorigioco all’ex Cicconi. Il Pescara protesta, inoltra lamentele e ricorsi a tutti i gradi della giustizia sportiva, ma il risultato non cambia ed il Catania va a giocarsi, vincendole, le finali contro il Taranto. I biancazzurri, perciò, ricominciano da dove erano rimasti, dalla serie C. Squadra profondamente rinnovata. La difesa ed il portiere (unici ruoli in cui si siano viste buone cose) vengono confermati in blocco. Al posto di Artico e Tisci arrivano due giocatori di indiscusse qualità: L’ex Federico Giampaolo (di ritorno dal prestito di Cosenza) e Andrea Cecchini, una vita spesa sui campi di categoria segnando gol a raffica. E infatti a fine stagione risulterà il biancazzurro con il maggior numero di reti realizzate: 19 (22 se si considera l’appendice dei playoff). Al termine della stagione il Pescara, nonostante sia arrivato primo a pari merito con l’Avellino, disputa nuovamente i play off per via della classifica avulsa. Questa volta però li vince surclassando nelle semifinali la Sambenedettese (1-0, 0-2) e nelle finali la sorpresa Martina (0-0, 2-0). Si torna così in B.
Ma la stagione che segue non è foriera di buoni risultati e la squadra dopo un ottimo girone di andata perde la bussola (complici anche i concomitanti infortuni di Saul Santarelli e Carlo Luisi) e in quello di ritorno si ritrova, quasi inconsapevolmente, invischiata in zona retrocessione. A nulla valgono l’allontanamento dell’allenatore Ivo Iaconi (sostituito dal tecnico della Primavera, Cetteo Di Mascio) ed i 21 gol del bomberino Emanuele Calaiò (eguagliato il record di segnature di Rebonato in B). Il Pescara è di nuovo in C! Si giunge così ad un epilogo di portata storica. Nell’estate del 2004 il gruppo Scibilia-Oliveri stanco e fiaccato dai ripetuti insuccessi passa la mano all’imprenditore Dante Paterna. Oltre a ciò i biancazzurri sono ripescati in serie B assieme al Bari per la mancata iscrizione di Napoli ed Ancona, dopo un’estenuante estate passata più nelle aule di tribunale che sui campi. La squadra viene affidata ad un tecnico esperto ma esordiente in B: “il professore” Gianni Simonelli ed il gruppo viene ricostruito totalmente con l’eccezione di Calaiò che viene confermato. Il Pescara si ritrova così, dopo quasi vent’anni tra A e B, nella terza divisione. L’impatto della piazza, ma ancor più della squadra con la serie C è a di poco traumatico.
La squadra rifondata per buona parte con giocatori di categoria, viene affidata ad un allenatore esperto, che ha ottenuto già buoni risultati con la Fermana in serie C: Ivo Iaconi. Il cognome non tradisce la parentela con il Direttore Sportivo biancazzurro ne è, infatti, il fratello. La tifoseria, però, non gradisce e chiede a gran voce, oltre che le dimissioni dell’intero staff tecnico, prima ancora che inizi il campionato, anche della dirigenza non ritenuta più nelle condizioni di gestire adeguatamente il Pescara.
Con il commiato di Scibilia e Oliveri inizia l’era Paterna che durerà quasi tre stagioni sportive. Il campionato 2004-05 inizia per il Pescara guidato da Simonelli con tre pesanti sconfitte e termina con una nuova retrocessione all’ultima giornata. Va riconosciuto che il tecnico lavora bene e la squadra durante l’anno ha un andamento altalenante che lascia sperare nella salvezza fino alla fine. A gennaio un’importante operazione di calciomercato cambia la fisionomia del Pescara: Calaiò viene ceduto al Napoli. Lo rimpiazza in campo Massimiliano Varricchio. Il Pescara di Paterna chiude il campionato al 20° posto con 46 punti in classifica. La retrocessione dalla B di Genoa, Salernitana e Perugia per illecito sportivo regala al Pescara, per la seconda volta consecutiva, il ripescaggio in serie B. La stagione 2005-06 è targata Maurizio Sarri. Il tecnico aretino affronta la B per la prima volta, ma porta con sé un concetto piuttosto innovativo di conduzione tecnica, introducendo tra le altre cose la figura dello psicologo a sostegno della squadra. Si tratta di un buon campionato che avvicina i biancazzurri ai play off, ma le aspettative vanno alla fine deluse. Il Pescara comunque conquista l’11° posto con 54 punti. E’ invece un anno particolarmente inquieto il 2006-07. Si alternano tre presidenti e tre allenatori. La gestione Paterna accusa un cedimento e la società passa nelle mani di Pescara 70, società costituita da un gruppo di imprenditori locali. L’imprenditore italo-svizzero Angelo Renzetti diventa presidente. La piazza accoglie calorosamente l’ingresso di Renzetti a gennaio 2007, ma la sua presidenza dura poco più di un mese. A Pescara 70 si unisce poco dopo l’italo-abruzzese Massimiliano (Max) Pincione, che a marzo, divenuto azionista di maggioranza, viene nominato presidente. Intanto sulla panchina Davide Ballardini viene sostituito da Aldo Ammazzalorso. Anche quest’ultimo, però, non resterà a lungo alla guida tecnica dei biancazzurri. Al suo posto Vincenzo Vivarini, già collaboratore del Pescara, che, affiancato da Luigi De Rosa, porta a termine il campionato purtroppo già compromesso. E’ di nuovo Serie C. Sul fronte societario Pincione per sette mesi sembra avere come obiettivo principale l’acquisizione dell’intero pacchetto azionario. La gestione Pincione si rivela alla fine senza successo. Con grandi sforzi, e con la tenacia del socio di minoranza e attuale consigliere Claudio Di Giacomo, il Pescara si iscrive al campionato di Serie C 2007-08, ma la gestione è sempre più difficoltosa. A ottobre la società viene rilevata dalla famiglia Soglia. Il Pescara del tecnico Franco Lerda, disputa un ottimo campionato raggiungendo 53 punti (sarebbero 54, ma il Pescara ha intanto avuto un punto di penalizzazione per irregolarità dovute alla vecchia gestione) tanti quanti ne ha il Perugia, che però ci supera nella classifica avulsa e aggancia i play-off. E’ ancora Serie C. La differenza è che da questa stagione si chiama 1a Divisione. La squadra, che milita nella prima divisione della Lega Pro, viene affidata a Giuseppe Galderisi; paradossalmente le vicende calcistiche assumono subito un ruolo secondario, in quanto tale stagione entrerà nella storia del calcio pescarese soprattutto per le vicessitudini extrasportive e societarie. Il campionato sembra già nascere sotto una “cattiva stella” in quanto, a causa dei lavori per i Giochi del Mediterraneo, lo Stadio Adriatico è indisponibile ed i tifosi devono seguire la squadra in trasferta anche nelle partite casalinghe. Nel settembre 2008 la Pescara Calcio è già soffocata dai debiti e il Gruppo Soglia “abbandona la società suo destino”. Formalmente il 06 ottobre 2008 il Presidente Gerardo Soglia cede la totalità delle azioni della Pescara Calcio alla società CIT World Travel Group s.r.l., impresa che, inizialmente appartenente agli stessi Soglia, cede a sua volta il 100% delle quote alla società anonima svizzera Eurocat s.a.. Il deus ex machina dell’operazione di cessione è Valentino Rizzuto (imprenditore umbro già conosciuto nel mondo del calcio in quanto tentò di lucrare sul fallimento della Fiorentina, registrando il marchio AC Fiorentina ACF e cercando di venderlo al sig. Della Valle, nuovo proprietario della Fiorentina post fallimento della stessa). Tramite la doppia partecipazione totalitaria, viene quindi “schermata” la reale proprietà della Pescara Calcio S.p.A., che precipita nel caos e nell’insolvenza finanziaria. Mentre la squadra, nonostante gli stipendi impagati da molti mesi ed i disagi di ogni genere, si comporta degnamente in campo, la situazione societaria si evolve in modo esponenziale; nel novembre 2008 i creditori depositano varie istanze di fallimento e tutti i membri del consiglio di amministrazione nominati dalla proprietà anonima della Eurocat si dimettono. Nel dicembre 2008 mentre “la nave affonda ed i topi fuggono” solo i tifosi si stringono con commovente calore attorno alla squadra biancazzurra formando l’associazione “Pescara siamo Noi”, associazione che grazie ai contributi degli stessi tifosi paga trasferte, lavanderia, alberghi, pullman … e consente alla squadra di scendere in campo. L’obbiettivo della cronaca passa dai campi di calcio al Tribunale, i giudici fissano al 18 dicembre l’udienza prefallimentare e il giorno successivo, dopo 72 anni di storia, dichiarano fallita la gloriosa Pescara Calcio S.p.A.. Curatore fallimentare viene nominato il dott. Saverio Mancinelli, che assume la gestione dell’impresa. La scelta del commercialista pescarese non è casuale, in considerazione degli incarichi, delle pubblicazioni di testi universitari, delle docenze e dei convegni da questi svolti a livello nazionale nel settore del diritto fallimentare. Lo stesso Curatore si rivela abile traghettatore in tempi che nel settore giudiziari o sono da guinness dei primati; queste le date storiche: 19/12/2008 – dichiarazione di fallimento; 07/01/2009 – il dott. Mancinelli fissa la data dell’asta per la cessione dell’azienda “inventando una vendita extraprogrammatica con regolamento di liquidazione”, che riscuote il placet giuridico del Tribunale Fallimentare ed il gradimento della Federazione Italiana Giuoco Calcio; 20/01/2009 – asta pubblica in Tribunale dove, alla presenza di oltre 500 tifosi, la fallita Pescara Calcio S.p.A. viene provvisoriamente aggiudicata dal Curatore fallimentare alla Delfino Pescara 1936 s.r.l., società formata da imprenditori pescaresi (la presidentessa Deborah Caldora (figlia del noto Armando, Presidente nella prima promozione in serie A), gli amministratori Peppe De Cecco, Daniele Sebastiani e Maurizio Edmondo con suo padre Antonio; Antonio Di Cosimo della Ceteas, i fratelli Nicola e Fabio Di Tieri dell’omonima azienda, Francesco Pirocchi della Mediass, il commercialista Vincenzo Serraiocco, Alessandro Acciavatti della Tavo Calcestruzzi, Gabriele Bankowski della Pharmapiù, Amerigo Pellegrini della Pail, noto al calcio già per il suo amorevole impegno nella LnD); 02/02/2009 – atto notarile di cessione dell’azienda dalla curatela fallimentare alla Delfino Pescara; 12/3/2009 – assegnazione da parte della F.I.G.C. del titolo sportivo della Pescara Calcio S.p.A. alla Delfino Pescara 1936 s.r.l., che assume lo stesso numero di matricola federale ed eredita l’anzianità e tutta la storia calcistica della fallita Pescara Calcio. I tifosi biancazzurri dopo le profonde amarezze, illusioni e delusioni a livello societario degli ultimi anni impazziscono di gioia per la nuova proprietà formata da imprenditori locali perché finalmente … “oggi abbiamo vinto noi, ve lo diciamo da mesi, il Pescara ai pescaresi”. Tuttavia, come in un thriller che si rispetti, gli incubi non sono finiti e le vicissitudini si spostano nuovamente sui campi di calcio, ove i giocatori, certamente provati dagli accadimenti societari, accusano un crollo soprattutto psicologico. Nel marzo 2009 il tecnico Galderisi viene sostituito da Antonello Cuccureddu; la squadra è ormai sfaldata, ma il miracolo avviene. Il 19/5/2009, nell’ultima giornata di campionato con una rocambolesca vittoria per 4 a 3 sul campo della Cavese, il Pescara si salva, evita i play out e scrive la parola fine al campionato più tribolato della sua storia. Il titolo sportivo è stato salvato, la categoria è rimasta, la nuova proprietà pescarese può far nuovamente sognare un futuro competitivo ad alti livelli, si può tornare a giocare allo Stadio Adriatico. Archiviato con un sospiro di sollievo il tribolato campionato, la società finalmente si scrolla di dosso il recente passato e inizia il nuovo corso del “Pescara dei pescaresi”. Progetti e ambizioni, ma anche tanti cambiamenti: sulla panchina viene confermata la fiducia a mister Cuccureddu con un biennale, il Dg Garzelli lascia e arriva Fabrizio Lucchesi come general manager con l’arduo compito di creare una squadra competitiva per un campionato di vertice. Era ben noto, infatti, che il progetto Pescara per la riconquista della serie cadetta sarebbe stato su base biennale. Ma una campagna acquisti di alto livello ha incrementato ancora di più le aspettative e l’entusiasmo intorno al sodalizio biancazzurro soprattutto quando l’ultimo giorno di mercato la società “regala” alla piazza adriatica la ciliegina sulla torta: il “Sindaco”, il bomber Marco Sansovini. Nella prima giornata di campionato in posticipo televisivo contro il Rimini erano diecimila i biancazzurri che hanno assistito entusiasti alla prima vittoria del Pescara con gol del capitano Samuele Olivi e del baby pescarese Verratti. Un buon avvio che ha segnato il Pescara come una destinata alla vittoria del girone: non a caso alla decima giornata il Pescara e il Verona sono al primo posto in classifica incalzate dal Portogruaro. Un periodo poco brillante mette i biancazzurri sotto i riflettori: decisiva la sconfitta all’Adriatico contro la Cavese, fanalino di coda. Mister Cuccureddu viene esonerato e viene sostituito da Eusebio Di Francesco, responsabile del settore giovanile biancazzurro. Una scommessa quella dei dirigenti abruzzesi che alla fine è risultata essere vincente. Il 2 febbraio 2010 intanto ci sono cambiamenti in società: viene nominato Presidente il già Ad dei biancazzurri Giuseppe De Cecco al posto di Deborah Caldora. Sul campo, invece, la sconfitta con Portogruaro butta fuori il Pescara dalla zona play-off: un momento difficile che si cerca di superare facendo quadrato; la squadra parte in ritiro prima della trasferta di Ravenna: in occasione di questa gara Di Francesco fa esordire il baby Inglese che realizza anche il suo primo gol tra i professionisti. Qualcosa è cambiato: la corsa del Delfino sembra inarrestabile riagguantando la seconda posizione e recuperando ben 8 punti sul Verona. L’ultima partita di campionato vede il Verona contro il Portogruaro: uno scherzo del destino. Chi vince va in B, ma un pareggio avrebbe potuto significare il passaggio nella serie cadetta per i biancazzurri. Per 88’ il Pescara era con un piede in B, ma a 2 minuti dalla fine Bocalon infrange i sogni dei tifosi del delfino. La scalata in B passa dai playoff: in semifinale arriva la Reggiana che l’ha spuntata sulla Ternana: 0-0 a Reggio Emilia e 2-0 allo Stadio Adriatico (Ganci-Zizzari) e il Delfino è in finale col Verona: il 2-2 al Bentegodi lascia aperta la porta a qualsiasi risultato. Il match di ritorno si gioca in uno  Stadio Adriatico gremito: al 58′ Massimo Ganci con un tiro dalla distanza batte Rafael. Dopo tre anni il Pescara torna in B: è il 13 giugno 2010. Una data che per molti sarà indimenticabile.

Lo stadio. Lo Stadio Adriatico – Giovanni Cornacchia è lo stadio principale della città di Pescara, inaugurato nel 1955. L’impianto è nato come struttura polivalente ed è un centro del CONI. La struttura è destinata principalmente al calcio, vi si svolgono le partite del Pescara, e all’atletica leggera. Lo stadio, ristrutturato nel 2009, è stato usato come sede principale dei Giochi del Mediterraneo, ospitati a Pescara per la loro sedicesima edizione. Nel passato ha ospitato varie partite della nazionale italiana di calcio ed è stato selezionato come stadio di riserva per i mondiali di calcio Italia 1990. Il progetto iniziale è stato ideato dell’architetto Luigi Piccinato. La struttura è ovale ed è stata disegnata seguendo le linee dello Stadio Olimpico di Roma. Dal punto di vista architettonico, è di interesse la soluzione ad archi adottata per il sostegno delle tribune. Inizialmente, lo stadio si presentava con un solo livello di spalti e poteva ospitare solamente 10.000 spettatori. In occasione della prima promozione del Pescara in serie A, nel 1977, lo stadio è stato oggetto di interventi di ampliamento delle curve e delle tribune con l’innesto di un secondo anello sulla tribuna aumentando la capienza fino a 34.000 spettatori. In alcune occasioni, prima del 1985 (anno della strage dell’Heysel), quando le norme sulla sicurezza erano meno stringenti, lo stadio ha dato posto a 40.000 spettatori (durante l’amichevole Italia-Polonia disputata l’8 dicembre 1984 e vinta dalla nazionale italiana per 2 a 0). A seguito della ristrutturazione dello Stadio in vista dei XVI Giochi del Mediterraneo, la capienza è stata ridotta agli attuali 24.400 posti. Nell’ottobre 2009 lo stadio è stato intitolato all’atleta pescarese Giovanni Cornacchia. Lo stadio, dopo vari interventi di messa in sicurezza, l’ultimo dei quali è stato compiuto nel marzo del 2007 (con il completamento dell’installazione dei tornelli), è stato ristrutturato tra la seconda metà del 2008 e la prima metà del 2009. Infatti, in vista dei XVI Giochi del Mediterraneo è stato effettuato un grande intervento di ampliamento, restyling e modernizzazione delle strutture terminato nel mese di maggio del 2009. Alla fine degli interventi, costati un importo complessivo di quasi 15 milioni €, lo stadio Adriatico ha raggiunto la capienza di circa 25.000 posti a sedere. La Tribuna Maiella è coperta con una struttura in legno lamellare e, sempre nella stessa tribuna, sono state create un’area vip climatizzata, una nuova tribuna stampa, un piano intermedio, sedili in alluminio con caratteristiche antivandalo con schienali reclinabili. All’esterno sono stati costruiti due ascensori che servono la tribuna vip e la sala stampa. Il piano terra è stato completamente demolito e ristrutturato, ma nel rispetto della struttura originale dell’architetto Luigi Piccinato. Nella Tribuna Adriatica (i distinti) è stato realizzato un piano nel quale sono collocati uffici e due palestre. Sempre dai distinti parte il tunnel che porterà gli atleti in campo. La pista d’atletica è stata completamente ricostruita con i materiali più moderni ed è di colore azzurro. Nello stadio sono anche stati inseriti dispositivi per la formazione e l’uso di energia rinnovabile per integrare l’impianto di riscaldamento.

La tifoseria. La tifoseria pescarese è una tifoseria di quelle storiche. Il primo gruppo organizzato sugli spalti dell’Adriatico prese posto all’inizio degli anni ’70: si trattava del Club Fedelissimi, che si ritrovavano nei Distinti e che fecero da “incubatori” per i primissimi Pescara Rangers che nel 1976 nacquero come “l’ala giovane” del club. In quel periodo era grande l’entusiasmo in città, ed i primissimi Rangers trovarono grande collaborazione nella persona di Angelo Manzo, presidente dell’allora Club Excelsior, che diede un’impronta decisiva all’organizzazione. Il primo gruppo infatti si chiamava “Club Excelsior-Pescara Rangers”, dove la prima parte della dicitura indicava la “sezione adulti” del club, e la seconda la “sezione giovani”. Inizialmente il gruppo prendeva posto nei distinti, per poi entrare in rotta di collisione proprio con il club Fedelissimi e decidere di trasferirsi nella parte superiore della Tribuna, in modo da diffondere il tifo in tutto lo stadio. Quell’anno un altro gruppo, gli “Ultras” andarono ad affiancare i Rangers e la stagione si concluse trionfalmente con gli spareggi di Bologna, con migliaia di pescaresi al seguito! Con la promozione in serie A i Rangers si trasferirono in Curva Sud, mentre i Fedelissimi in Nord, trasformando così l’Adriatico in uno degli stadi più temuti per il calore del pubblico. L’anno successivo il Pescara era tornato in serie B, ed i Rangers si trasferirono in Curva Nord a completare un assetto che rimarrà quello per molti anni ancora. A fine stagione un altro spareggio a Bologna ed un altro esodo: ben 40.000 pescaresi invasero la città felsinea! Quel periodo fu la consacrazione definitiva dei Pescara Rangers, che diventarono a tutti gli effetti un punto di riferimento per la tifoseria. Col ritorno in serie B nel 1980 cominciarono a registrarsi le prime defezioni, ma il vero e proprio tracollo si registrò tre anni più tardi quando i biancazzurri finirono addirittura in C. Fu uno dei periodi più difficili, perchè i Rangers rimasero soli a sostenere il Pescara, con uno zoccolo duro risicato ma fedele. Per qualche anno l’obiettivo rimase quello di mantenere in vita la curva, fino alla trionfale stagione 1986/87 che segnò il ritorno nella massima serie e riaccese l’entusiasmo in città. In quella stagione nacquero altri gruppi destinati a fare la storia del tifo pescarese: Cherokee, Park Kaos; ma sopratutto i dinamici Bad Boys, provenienti dal quartiere-ghetto di Rancitelli, che per anni divisero la curva con i Rangers in un dualismo che alternò momenti di reale collaborazione ed amicizia ad altri di scontro. Ad ogni modo, la Nord nel 1987 era viva ed in forma più che mai. Purtroppo l’idillio durò poco: la retrocessione del 1989 portò malumore e contestazioni in seno alla tifoseria, ed anche quando tornò Galeone a riportare il Pescara in serie A (1991/92) l’entusiasmo non raggiunse più i livelli di qualche anno prima… A cavallo della metà degli anni ’90 la curva pescarese appariva frastagliata ed in perenne contrasto, fino al 1998 quando si decise per un gesto clamoroso: tutti i gruppi, ad eccezione dei Bad Boys che ormai avevano una storia consolidata, entrarono a far parte del nuovo direttivo dei Pescara Rangers. L’organizzazione migliorò di molto, grazie anche ai numerosi giovani che si avvicinarono al gruppo, ma senza risultati calcistici è difficile costruire qualcosa di duraturo: così nel 2001 iniziò una dura e lunga contestazione al presidente Scibilia, reo di non portare rispetto a Pescara ed ai pescaresi. Il ritorno in serie B portò una ventata di nuovo entusiasmo, ma anche nuovi problemi interni; e nel 2004 i contrasti fra Rangers e Bad Boys costrinsero questi ultimi allo scioglimento. Da quel giorno, i Pescara Rangers sono l’unico gruppo esistente in Curva Nord. Nel 2006 l’intera tifoseria pescarese venne colpita da un profondo lutto, con la scomparsa di Marco “Bubu” Mazza, leader storico dei Rangers. I funerali furono qualcosa di toccante, con omaggi di tifoserie (anche rivali) giunte da tutta Italia. La Curva Nord dello stadio Adriatico venne intitolata a lui. Ultimamente la tifoseria abruzzese ha vissuto un nuovo e ritrovato entusiasmo con la promozione in serie B dello scorso anno, e vorrei dire che nella stagione in corso sono stati i migliori visti in trasferta a Padova, nonostante i numerosi problemi dovuti alle continue diffide volte a minare l’attività del gruppo, ed al recente sequestro della sede dei Pescara Rangers dopo gli incidenti contro la Roma (quest’estate) e l’Ascoli (in campionato). Pesanti rivalità con laziali, romanisti, sambenedettesi, baresi, ascolani e napoletani. Di contro, amicizia fraterna con vicentini e messinesi.

Rapporti. Complice il gemellaggio con Vicenza, non sono mai corsi buoni rapporti fra noi e loro. Proprio uno dei primi incontri fra le nostre squadre, nel 1984, vide la presenza dei Vigilantes Vicenza che quel giorno marciarono in Prato della Valle, senza incontrare resistenza. Ai tempi il divario era netto, e tutto a loro favore. Per il resto, lasciando perdere la preistoria (l’epoca in cui piace vivere ai nostri cugini) ed occupandoci della storia, possiamo menzionare una bella rissa fra ultras biancoscudati e pescaresi nella stagione 1989/90, al chiosco di via 58° Fanteria, luogo di ritrovo storico prima delle partite all’Appiani: condannati dai numeri i biancoblu ebbero la peggio, pur rivelandosi degli ossi veramente duri (in particolare, uno di loro che per quanti calci in faccia prendesse continuava a rimettersi in piedi). L’anno successivo, circa 400 biancoscudati seguirono le sorti del Padova (in piena corsa per la serie A) a Pescara: per tutta la partita volarono monete, bottigliette e pezzi di stadio e verso la fine ci fu un duro scontro con i carabinieri, al termine del quale si registrò il primo diffidato della curva biancoscudata! Negli anni successivi qualche scaramuccia si registrò sempre, sia a Padova che a Pescara, e così è stato nella gara d’andata di questa stagione, quando una decina di tifosi abruzzesi fecero il passo più lungo della gamba e finirono saltati in padella… Partita da non sottovalutare!

Trasferta. Nonostante il divieto, i ragazzi della Fattori organizzano un pullman con partenza alle ore 7,00 dallo stadio Euganeo. Sono sicuro che chi ci tiene al Padova ed alla curva, sarà su quel pullman…

 

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4 FEBBRAIO 2011: REGGIO CALABRIA

Postato il 03 febbraio 2011 by La Padova Bene

Finalmente una trasferta consentita, per quanto disagevole e disagiata. E’ importante partecipare per chi può. Pensate sempre al sottoscritto ed a molti altri, costretti ad abdicare a malincuore per motivi personali, che verrebbero molto volentieri e si rodono a rimanere a casa…

La città. Reggio è una città di 186.000 abitanti, situata nella costa orientale dello Stretto di Messina, al centro esatto del Mar Mediterraneo. È tra le più antiche città d’Europa: la colonia calcidese venne fondata nell’VIII secolo a.C. presso il sito in cui sorgeva un antichissimo insediamento risalente al III millennio a.C. Il luogo fu precedentemente occupato da popolazioni autoctone quali gli Aschenazi, gli Ausoni, gli Itali governati da Re Italo (da cui il nome di Italia successivamente esteso alla penisola) e dal mitico re Giocasto (la cui tomba sorgeva sul promontorio di Punta Calamizzi – Pallantiòn, punto d’approdo dei coloni greci). La colonia mantenne il preesistente nome di Rhegion (Capo del Re), già noto come Erythrà (La Rossa). Reggio fu una tra le più importanti città della Magna GreciaV secolo a.C. una notevole importanza politica ed economica sotto il governo di Anassila. La polis raggiunse dunque un grande pregio artistico-culturale grazie alla sua scuola filosofica pitagorica ed alle sue scuole di scultura e di poesia nelle quali si formaranno artisti come Pitagora da Reggio e Ibico. Divenne quindi alleata di Atene nella guerra del Peloponneso e successivamente fu espugnata dai siracusani di Dionigi I nel 387 a.C.  Città autonoma nelle istituzioni governative, Rhegium fu importante alleata e socia navalis di Roma. Successivamente in età imperiale divenne uno dei più importanti e floridi centri dell’Italia meridionale, essendo tra l’altro sede del Governatore della Regio III Lucania et Bruttii(Regione di Lucania e Bruzio). Nel Cinquecento le continue incursioni barbaresche, le epidemie e l’oppressivo fiscalismo della dominazione spagnola portarono Reggio ad una decadenza che culminò con il disastroso terremoto del 1783. Il sisma infatti danneggiò gravemente Reggio e tutta la Calabria meridionale. Nel 1806 Napoleone occupò la città, destinandola a ducato ed a suo quartier generale. Reggio liberale ebbe quindi un certo ruolo nei moti risorgimentali ed entrò a far parte del Regno d’Italia. A Reggio, all’alba del 21 agosto 1860 con la celebre “Battaglia di Piazza Duomo”, Giuseppe Garibaldi conquistò il Regno delle due sicilie che consegnò al Re Vittorio Emanuele II. Il sindaco della città Brun Antonio Rossi fu dunque il primo del Regno a proclamare la fine del dominio di Francesco II e l’inizio della dittatura del generale Garibaldi. Il 28 dicembre 1908 Reggio subì le conseguenze di uno degli eventi più catastrofici del XX secolo: il terremoto del 1908 che raggiunse i 7,1 gradi della scala Richter e che danneggiò gravemente la città. La città, ricostruita seguendo canoni moderni nei primi decenni del Novecento, fra gennaio e settembre 1943 dovette subire pesanti bombardamenti da parte delle truppe dell’8ª Armata britannica che rasero al suolo i quartieri di Santa Caterina, Arangea Tremulini e Sbarre uccidendo più di 2.000 civili. Dopo la seconda guerra mondiale la città è cresciuta notevolmente, quasi raddoppiando la sua popolazione fino ai circa 200.000 abitanti attuali. Nei primi anni settanta a Reggio si ebbero sconvolgimenti di carattere amministrativo a seguito dei violenti disordini di piazza dovuti alla rivendicazione dello status di capoluogo regionale, che per effetto del nuovo statuto ordinario regionale fu assegnato a Catanzaro. La soluzione fu raggiunta con un compromesso che prevedeva la divisione tra il livello amministrativo e politico, affidato a Catanzaro (con la sede della Giunta e della Presidenza), e quello economico (il Consiglio Regionale), posto a Reggio. Tra gli anni settanta e ottanta la città attraversò un ventennio buio che favorì il dilagare della criminalità organizzata e del degrado urbano, ma a partire dai primi anni novanta ebbe inizio un periodo di straordinario rinnovamento,la cosiddetta “Primavera di Reggio”, grazie all’opera del sindaco Italo Falcomatà, che ha consentito alla città di ritrovare la sua identità e di favorire la ripresa sociale ed economica. La città è attualmente al centro di un’importante trasformazione urbana ed architettonica improntata alla modernità ed all’innovazione.

La squadra. La prima società nasce l’11 gennaio 1914 con il nome di Unione Sportiva Reggio Calabria, fondata da un gruppo di sessantuno impiegati pubblici. Essi sottoscrissero un atto collettivo, con il quale si impegnavano al versamento annuo di una quota di quindici lire a testa. In quegli anni l’attività calcistica reggina era fortemente radicata, sebbene solo a livello regionale; tra le varie squadre vi erano l’Ausonia, l’Audace, la Giovani Calciatori, la Garibaldi, la Girardengo. Nessuna di queste squadre disponeva di un vero e proprio campo sportivo, ed esse (inclusa la Reggina) erano solite disputare i propri incontri presso i cosiddetti “Campi francesi“: dei terreni di gioco in terra battuta, ubicati presso l’attuale zona degli Ospedali Riuniti e del rione Modena. Fu solamente nel 1922 che nacque il primo vero stadio: la Lanterna Rossa, situato nei pressi della darsena del porto ed inaugurato nel 1924. Nel frattempo, nel 1922 la FIGC aveva ratificato l’esistenza dell’Unione Sportiva Reggio Calabria, che poco dopo assunse la denominazione di Reggio Foot Ball Club. Il 14 aprile del 1924 (torneo calabro-siculo di Seconda Divisione), il Reggio Foot Ball Club inaugurò la Lanterna Rossa sfidando la Peloro Messina, vincendo 3 a 2. Nell’ottobre dello stesso anno, arrivò per la Reggina il titolo regionale. Il colore della casacca, originariamente a righe bianconere, divenne completamente nero: da Firenze era infatti arrivata una cassetta di quindici divise nere. Nel febbraio del 1925 alcuni tra i più famosi giocatori reggini cambiavano per la prima volta nella storia sponda dello Stretto, passando alla Juventus di Messina: erano Pasquale Rattotti e Ottavio Misefari, cresciuti nella Giovani Calciatori (poi denominata Juventus RC dopo la fusione con la Nuova Italia). Misefari e Rattotti sono stati definiti i più grandi giocatori reggini degli anni venti assieme a Pannuti e Suraci. I primi due tornarono successivamente a Reggio, invece Pannuti e Suraci avevano già giocato in precedenza a Messina. Le ragioni di questi storici trasferimenti erano in particolar modo di tipo economico: ad esempio Misefari, detto Garibaldi, si trasferì a Messina con un ingaggio di cinquanta lire a partita, quando il costo medio del biglietto d’ingresso al campo era di mezza lira. Nell’immediato dopoguerra, l’A.S. Reggina viene ammessa per meriti sportivi alla Serie C 1945-1946. La squadra mantiene la categoria fino al 1951-1952. Nel 1951 la società si rese responsabile di un caso di corruzione: in occasione della trasferta a Catanzaro, un dirigente della società cercò di corrompere il calciatore catanzarese Ziletti per indurlo ad agevolare la Reggina. Il tentativo di illecito venne scoperto e la Reggina, penalizzata di ben 17 punti, retrocesse nel campionato di IV Serie 1952-1953. La società ritrova la Serie C, dopo quattro anni in IV Serie, al termine della IV Serie 1955-1956 sotto la guida dell’allenatore Oronzo Pugliese. In quegli anni vestono la casacca amaranto giocatori come Erminio Bercarich, centravanti di Fiume che segna 75 goal con la Reggina fra il 1945 ed il 1949, e il centrocampista cecoslovacco Július Korostelev, che gioca con la Reggina in Serie C fra il 1949 ed il 1951, segnando nella sua prima stagione 17 gol in 34 presenze. Da ricordare Alberto Gatto, che giocò nella Reggina 361 partite segnando 48 gol, bandiera per gli amaranto che giocò sino all’arrivo in panchina di Tommaso Maestrelli. Nel 1926 venne ordinato lo sgombero della Lanterna Rossa a causa di lavori all’interno del porto, ed a ciò seguì l’abbandono di ogni attività sportiva da parte del Reggio Foot Ball Club, entrato in crisi in quello stesso periodo. Fu Giuseppe Vilardi che rilevò la società, e nel 1928 nacque l’Unione Sportiva Reggina; la sede della società era in via Demetrio Tripepi. Gli allenatori che si alternarono alla guida della squadra nel 1928 e nel 1929 furono Zanghi prima, l’ungherese Wereb poi. Ormai senza la Lanterna Rossa, il presidente Vilardi chiese aiuto ad un proprio zio appaltatore per la costruzione di un nuovo terreno di gioco. Nacque allora il Sant’Anna: un campo ottenuto grazie alla spianatura di un terreno nell’omonimo rione della città. L’inaugurazione dell’impianto avvenne il 4 novembre1928: l’U.S. Reggina perse contro il Vomero di Napoli per 0-3. Dal 1929 al 1932 la squadra viene affidata all’allenatore Attilio Buratti. Al termine della stagione 1929-30, la Reggina ottenne la promozione in Prima Divisione. L’11 gennaio 1931, nel corso del campionato di Prima Divisione 1930-1931, si disputò uno dei derby più sentiti nei primi anni del secolo contro il Messina. La vittoria andò alla Reggina per 4 a 0 (marcatori: Bertini, Ferrero, 2 Lomello). Nel 1932, in occasione della settima giornata di campionato di Prima Divisione 1932-1933 Reggina – Siracusa, venne inaugurato lo stadio Michele Bianchi dove oggi sorge l’attuale Oreste Granillo di via Galilei, nella zona sud della città. La partita si concluse con il risultato di parità a reti inviolate. Il 25 febbraio 1934 fu eletto come nuovo presidente l’ingegnere Giuseppe Pirottina; egli però, dimissionario, venne sostituito dal cavaliere Domenico Delfino il 17 novembre dello stesso anno. Pochi giorni più tardi l’Unione Sportiva Reggina cambiò nome in Associazione Sportiva Reggina, in quanto divenuta società polisportiva. Nel novembre 1935, al termine del campionato di Prima Divisione 1934-1935, l’A.S. Reggina si sciolse a causa di gravi problemi finanziari. Nel frattempo però le scene del calcio reggino vennero occupate da una nuova società: la Società Sportiva Dominante, che disputò la Serie C 1938-1939. Tuttavia, al termine della stagione la squadra retrocesse in Prima Divisione (nel frattempo divenuto il quarto livello del campionato italiano di calcio) ed uscì anch’essa dalle scene calcistiche a causa di problemi economici, aggravati dall’inizio della seconda guerra mondiale. Tra il 1940 ed il 1944 non venne svolta alcuna attività. Tuttavia nel 1944 l’A.S. Reggina rivide la luce: grazie agli sforzi del cavaliere Andrea Giunta, la società iniziò a disputare alcune partite contro le truppe alleate stanziate tra Reggio e Messina. La prima partita si disputò il 23 luglio 1944: la Reggina sconfisse la “British Troops” per 4-0. Nel novembre dello stesso anno si iscrisse al campionato provinciale di Prima Divisione (al quale partecipò anche una neonata Dominante, poi fallita nel gennaio del 1945). La squadra riuscì a vincere il girone A, ma la FIGC le impedì di prendere parte alla fase finale del campionato a causa di irregolarità nel trasferimento del calciatore Caridi. Dopo qualche anno di assestamento, nella stagione 1964-1965 la Reggina, guidata dall’allenatore Tommaso Maestrelli (futuro campione d’Italia con la Lazio), riesce a centrare l’attesa prima promozione in Serie B. La stagione successiva gli amaranto sfiorano la Serie A, perdendola per un solo punto all’ultima giornata e chiudendo quarti in classifica. Nella stagione 1966-67 la squadra già in primavera abbandona ogni speranza di promozione e chiude in nona posizione. Nel 1967-1968 si piazza ancora nona, dopo essere stata coinvolta nella lotta per non retrocedere. La Serie B 1968-1969 si apre con l’addio di Maestrelli, passato al Foggia; il tecnico toscano viene sostituito da Armando Segato, e giungono in riva allo Stretto giocatori come Nedo Sonetti ed il futuro campione del mondo Franco Causio. La squadra è di nuovo in lotta per la Serie A, ma l’obiettivo sfuma alla quartultima giornata in seguito alla sconfitta casalinga per 0-1 contro il Catania; la Reggina conclude quinta. Per la stagione 1969-1970 il nuovo allenatore è Galbiati. La squadra arriva ancora nei piani alti della classifica conquistando il sesto posto, non riuscendo però a centrare la promozione in massima serie. Nel 1970 la Reggina dispone di un organico in grado di raggiungere la promozione in Serie A. Si presenta addirittura come capolista a Catanzaro, dove tuttavia perde. Da lì in poi la squadra non riuscirà a mantenere un ritmo da promozione, e concluderà all’ottavo posto. Nel 1973-74 la Reggina retrocede in C e inizia una altalena tra Serie C1 e Serie C2. Il 1986 (allenatore è Albertino Bigon) viene ricordato per l’acquisizione della società da parte di una nuova cordata di imprenditori reggini che trasformano l’Associazione Sportiva Reggina nell’attuale Reggina Calcio S.p.A.. La squadra conclude sesta nel girone B della Serie C1 1986-1987. Nella stagione 1987/1988 la Reggina, allenata da Nevio Scala, arriva terza nel girone B della Serie C1 due punti dietro le prime Licata e Cosenza. Il previsto allargamento della Serie A da 16 a 18 squadre prevede una promozione in più in Serie B (e un retrocessione in meno dalla Serie B alla Serie C1). La Reggina gioca pertanto lo spareggio per l’ultimo posto disponibile con la formazione terza arrivata nel girone A, la Virescit Boccaleone. Lo spareggio si gioca allo Stadio Renato Curi di Perugia il 12 giugno 1988 di fronte a 20mila tifosi: la Reggina vince per 2-0 (gol di Giuseppe Bagnato e Tarcisio Catanese) e ottene la promozione in Serie B. Nella stagione 1988/1989Nevio Scala. Grazie anche ai gol di Vincenzo Onorato e le parate del portiere Mauro Rosin, arriva quarta a pari merito con Cosenza e Cremonese. In base alla classifica avulsa Reggina e Cremonese si disputano l’ultimo posto utile per la Serie A. Lo spareggio disputato a Pescara il 25 giugno 1989, con un seguito di 23.000 tifosi reggini, vede la vittoria della Cremonese ai rigori grazie alla trasformazione decisiva di Attilio Lombardo dopo l’errore dal dischetto di Pietro Armenise. In questa stagione si metterà in luce Massimo Orlando. Nella stagione 1989-1990 la Reggina, allenata da Bruno Bolchi, arriva sesta nel campionato di Serie B a 4 punti dalla zona promozione. Aritmeticamente determinante per la mancata promozione la sconfitta casalinga alla penultima giornata con l’Ancona. Nella stagione 1990-1991 la squadra è allenata prima da Aldo Cerantola, poi da Francesco Graziani (dalla sedicesima alla trentesima giornata) infine ancora dallo stesso Cerantola. La squadra arriva diciottesima ed è pertanto retrocessa. In rosa figurano tra gli altri: Benito Carbone, Giovanni Tedesco, Giuseppe Scienza, Fulvio Simonini. All’inizio della stagione 1991-1992 il presidente Benedetto si dimette dalla carica (restando comunque nella società) e viene sostituito dall’attuale presidente Lillo Foti, all’epoca socio ed amministratore delegato. La squadra viene affidata ancora ad Aldo Cerantola, ma alla quarta di campionato subentra Giancarlo Ansaloni, poi sostituito da Gabriele Geretto nella parte finale del torneo. La Reggina conclude ottava nel girone B della Serie C1. Nella stagione 1992-1993 la Reggina è allenata inizialmente da Gabriele Geretto, poi sostituito da Enzo Ferrari, ed arriva nona alla fine del campionato. La classifica finale del campionato di Serie C1, girone B, verrà sconvolta dai giudici sportivi a causa dell’illecito sportivo tra Perugia e Acireale e la mancata iscrizione per motivi finanziari di Catania, Messina e Casertana. Cannoniere della squadra amaranto è Girolamo Bizzarri con 17 reti. Nella stagione 1993-1994 la Reggina, ancora allenata da Enzo Ferrari, cerca di contendere per tutto il campionato la prima posizione al Perugia. Il secondo posto in classifica generale la costringe a disputare i play off, introdotti proprio in quell’anno. L’avversario della semifinale è la Juve Stabia e la Reggina, dopo una sconfitta per 2-0 in Campania, rimonta in casa andando ai supplementari nei quali segna un altro goal contro i due degli avversari che passano il turno. Da segnalare la curiosità che negli anni successivi il regolamento venne modificato prevedendo in caso di parità non più i supplementari ma il passaggio di turno della squadra meglio posizionata in classifica. Nella stagione 1994-1995 i calabresi, allenati da Giuliano Zoratti, vincono il girone B della Serie C1 e vengono promossi in Serie B. Grande merito per la promozione venne attribuito all’attaccante Alfredo Aglietti, che con 20 realizzazioni diviene capocannoniere del torneo, segnando anche il goal della virtuale promozione nella trasferta di Avellino. Nella stagione 1995-1996 la Reggina disputa un campionato difficile nonostante i 18 goal di Alfredo Aglietti e le giocate di un esordiente Simone Perrotta. Alla trentesima giornata viene esonerato l’allenatore Giuliano Zoratti e sostituito dall’allenatore delle giovanili Franco Gagliardi, che riesce nell’impresa di salvare la squadra vincendo le ultime quattro partite. Nella stagione 1996/1997 la squadra amaranto inizia con quattro sconfitte e sei pareggi nelle prime 10 partite. L’allenatore Adriano Buffoni viene esonerato e sostituito da Vincenzo Guerini, che guida la Reggina fino al decimo posto finale. In questo campionato si mette in luce il bomber Davide Dionigi, che con 24 goal è il capocannoniere della Serie B. Nella stagione 1997/1998 la Reggina allenata da Franco Colomba arriva sesta nel campionato di Serie B. Nella stagione 1998/1999 la Reggina conquista il 4º posto utile per la prima storica promozione in Serie A il 13 giugno1999, vincendo 2-1 al Delle Alpi di Torino contro il Torino già promosso di fronte a 60.000 spettatori (vantaggio iniziale di Cozza, momentaneo pareggio di Ferrante e infine gol di Tonino Martino). La squadra viene allenata da Elio Gustinetti (licenziato a 6 giornate dalla fine) e successivamente da Bruno Bolchi. La prima partita della storia della Reggina in Serie A è contro la Juventus al Stadio delle Alpi di Torino: finisce 1 a 1. A fine stagione conquista la salvezza: l’allenatore è Franco Colomba ed in rosa vi sono giocatori quali Andrea Pirlo, Roberto Baronio e Mohammed Kallon. La squadra si salva con una giornata d’anticipo rispetto alla fine della stagione, il 7 maggio 2000 (Reggina – Verona 1-1). Nella stagione 2000/2001 la squadra amaranto è ancora allenata da Franco Colomba. Disputa la prima giornata di campionato contro l’Inter e vince 2-1 in rimonta; successivamente la Reggina inanella otto sconfitte consecutive (dalla seconda alla nona giornata) ma riesce a recuperare e a chiudere tredicesima con 37 punti, a pari merito con Lecce e Verona. In base ad una peggiore classifica avulsa deve giocare lo spareggio per non retrocedere contro il Verona: dopo aver perso per 1-0 nella città veneta il 21 giugno 2001, vince tre giorni dopo a Reggio Calabria per 2-1. Ciò non basta ad evitare la retrocessione, in virtù del gol segnato in trasferta dai veronesi. Un evento raro della stagione è il gol realizzato dal portiere Massimo Taibi in occasione della partita Reggina-Udinese del 1º aprile 2001. Nella stagione 2001/2002 i calabresi sono guidati sempre da Franco Colomba; mantengono in organico molti giocatori da Serie A come il cileno Jorge Vargas, il ceco Martin Jiranek, il brasiliano Mozart, il capitano Francesco Cozza, il portoghese José Mamede e si presentano con una coppia d’attacco formata da Davide Dionigi e Gianluca Savoldi. La squadra ottiene la promozione con una giornata d’anticipo (classificandosi terza) ai danni del Napoli. Nella stagione 2002/2003 la Reggina è allenata da Bortolo Mutti, il quale viene sostituito alla nona giornata da Luigi De Canio. Molti acquisti arrivano con il mercato di gennaio: si tratta del difensore Stefano Torrisi, dei due esterni Gianluca Falsini e Aimo Diana e dell’attaccante Emiliano Bonazzoli. Oltre a Bonazzoli, in attacco la rosa è composta da David Di Michele, Francesco Cozza e Shunsuke Nakamura. Nel corso della stagione la Reggina e riesce a raggiungere il dodicesimo posto in compagnia di Modena, Empoli ed Atalanta. Alla fine però la classifica avulsa costringe ancora la Reggina a spareggiare per non retrocedere: questa volta con l’Atalanta. L’andata dello spareggio si gioca a Reggio Calabria il 29 maggio 2003 e finisce 0-0. Il ritorno, in programma per il 1º giugno, viene posticipato di un giorno a causa di un violento acquazzone. La Reggina, dopo essere passata in svantaggio, si impone per 2-1 con le reti di Francesco Cozza ed Emiliano Bonazzoli, ottenendo pertanto la salvezza. Nella stagione 2003/2004 la Reggina inizia con alla guida ancora Franco Colomba, che viene sostituito dopo qualche giornata da Giancarlo Camolese. La squadra arriva tredicesima a pari merito con il Siena. Volti nuovi in rosa sono il centrocampista Giacomo Tedesco e il difensore Andrea Sottil. Nella stagione 2004/2005 la Reggina affida la panchina a Walter Mazzarri, proveniente dal Livorno. La squadra conclude al decimo posto. Per la prima volta si disputa in Serie A il Derby dello Stretto contro il Messina. Nella stagione 2005/2006 approdano alla Reggina molti giocatori esordienti nella massima categoria; vengono ceduti: il capitano Mozart, il giapponese Nakamura e la punta Bonazzoli. La squadra si salva a tre giornate dalla fine, battendo il Messina il 30 aprile 2006 per 3-0. A seguito dello scandalo del calcio italiano del 2006, il 7 agosto 2006 la Reggina viene deferita per violazione degli articoli 1 e 6 del regolamento federale (illecito sportivo), essendo accusata per responsabilità diretta del presidente Lillo Foti. Foti è infatti accusato per aver ottenuto illeciti vantaggi di classifica nella stagione 2004/2005 attraverso il controllo delle designazioni arbitrali. A processo concluso la Reggina viene condannata a scontare quindici punti di penalizzazione nel campionato di 2006/2007. La pena viene confermata dalla Corte Federale il 26 agosto 2006 e il Presidente Foti viene squalificato per 2 anni e 6 mesi, poi ridotti a un anno ed un mese. Il 12 dicembre 2006 arriva uno sconto di 4 punti, che porta a 11 i punti di penalizzazione. Nell’agosto del 2006 la Reggina festeggia a Graz in Austria il ventennale della presidenza Foti con un amichevole contro il Real Madrid. La Reggina conquista 40 punti (51 considerando la penalizzazione) e raggiunge la salvezza. In rosa vi è la coppia d’attacco più prolifica del campionato: Nicola Amoruso (17 gol) e Rolando Bianchi (18 gol). Per la stagione 2007/2008, il club si affida a Massimo Ficcadenti. Ritorna in squadra Francesco Cozza. Ficcadenti viene sostituito da Renzo Ulivieri dopo la sconfitta in casa per 1-3 contro il Livorno. Ulivieri viene a sua volta esonerato e sostituito con Nevio Orlandi. Orlandi riesce a guidare la squadra alla salvezza con una giornata di anticipo (11 maggio: Reggina-Empoli 2-0). Per la stagione 2008/09 viene confermato Nevio Orlandi, il quale è poi esonerato il 16 dicembre 2008: al suo posto subentra Giuseppe Pillon. Tuttavia, il 25 gennaio 2009, dopo tre sconfitte consecutive, Pillon viene esonerato e Orlandi richiamato alla guida della squadra. Il 20 maggio 2009 la Reggina retrocede matematicamente in Serie B, chiudendo penultima in classifica. L’11 giugno 2009 viene ingaggiato come allenatore Walter Novellino, per guidare la Reggina in Serie B. Viene acquistato Sergio Volpi, successivamente l’attaccante Emiliano Bonazzoli e il laterale Antonio Buscé. L’obiettivo è quello di puntare alla Serie A. Il 24 ottobre 2009 Novellino viene esonerato, ed al suo posto è ingaggiato Ivo Iaconi, a sua volta esonerato l’8 febbraio2010 con la squadra penultima in classifica. Con l’arrivo di Roberto Breda (già allenatore della Primavera) la squadra riesce tuttavia a mantenere la categoria raggiungendo la salvezza aritmetica all’ultima giornata di campionato.

Lo stadio. Nel 1932 viene edificato lo stadio “Michele Bianchi” per volontà dell’allora presidente della Reggina Giuseppe Vilardi, primo vero stadio della città di Reggio Calabria, esattamente nel sito dove oggi sorge il Granillo. Negli anni seguenti il “Michele Bianchi” cambierà diversi nomi, fino alla denominazione di “Stadio Comunale”. Vengono successivamente effettuate opere di ampliamento, negli anni sessanta viene coperta la tribuna e negli anni ottanta viene costruita la curva nord (assente nella struttura originaria). Per poter ospitare un numero sempre crescente di tifosi, nel 1997 l’impianto è stato interamente rinnovato. Viene abbattuta la vecchia struttura e due anni dopo viene inaugurato il nuovo Stadio Oreste Granillo, completamente riedificato sulla stessa superficie del “Michele Bianchi” di quasi settanta anni prima. Viene anche inserito un tabellone elettronico. Il 26 aprile 2000 l’impianto ha ospitato la partita amichevole della Nazionale di calcio dell’Italia disputata contro il Portogallo, terminata sul punteggio di 2 – 0 di fronte a circa 25.000 spettatori. Il Granillo oggi è uno degli stadi italiani che offre la migliore visuale del terreno di gioco, grazie all’assenza della pista di atletica. I settori sono divisi in quattro distinte tribune (nord – sud – est – ovest), e con sediolini numerati per tutti i posti disponibili, per un totale di 27.454.

La tifoseria. Le prime forme di tifo organizzato a Reggio Calabria risalgono agli anni ’70, ma si trattava più che altro di club di tifosi che sostenevano “fisicamente” la squadra. in questo senso, il primo vero gruppo ultras degno di tale nome vide la luce nel 1982 con la nascita del CUCN, Commando Ultrà Curva Nord. I ragazzi del CUCN seppero subito distinguersi nei campi bollenti del girone meridionale della serie C, e conquistarono il ruolo di gruppo leader della tifoseria. Il seguito ultras crebbe, e svariate sezioni del CUCN si formarono in Calabria (Scilla, Palmi, Gioia Tauro) e anche fuori (Pisa, Milano…). Ma sono anni difficili per la Reggina Calcio, che in quel periodo conosce addirittura l’onta della C2. I ragazzi però non mollano e nel 1986 in coincidenza col ritorno in C1 nascono i Boys, volto nuovo della Curva Nord, che da subito si mettono in luce come gruppo dinamico e moderno: nuova sede, materiale, presenza attiva e costante in ogni trasferta. Sono gli anni in cui il “fenomeno-Reggina” esplode per la prima volta, portando al seguito della squadra amaranto migliaia di tifosi: nel 1987/88 ben sedicimila reggini invadono Perugia per lo spareggio contro la Virescit Boccaleone, compagine bergamasca che all’epoca arrivò a giocarsi la B prima di sparire nel nulla (una sorta di Albinoleffe degli anni ’80). L’anno successivo, un nuovo esodo: ben 25.000 calabresi raggiungono lo stadio Adriatico di Pescara per lo spareggio contro la Cremonese che apre ai vincitori le porte della massima serie. Purtroppo andrà male: sconfitta ai rigori la Reggina di Nevio Scala non riesce a bissare l’impresa nella stagione 1989/90 (conclusa al terzo posto) e nel 1991 torna addirittura in serie C. Lo stadio si svuota e comincia una forte contestazione alla società colpevole di aver venduto i pezzi migliori e rovinato il sogno di un’intera città. Negli anni che vanno dal 1991 al 1994 la curva amaranto espone spesso e volentieri il solo vessillo “Presenti solo per l’orgoglio di Reggio”, ed in seguito si verificano anche delle spaccature fra chi è per una tregua e chi invece vuole continuare la contestazione senza alcun compromesso. In quel periodo nacquero gli Oltranzisti, l’ala contestatrice della curva. Ma la luce è dietro l’angolo: nel 1995 il ritorno in B e nel 1999 la società di Lillo Foti raggiunge quella serie A che gli era sfuggita dieci anni prima. E qui si verifica un rigurgito del “fenomeno-Reggina”: nuovo stadio, oltre 30.000 abbonati, migliaia di persone che partono in ogni trasferta. La nuova Reggina non è una meteora e alternerà spesso serie A e serie B con ritorno immediato. Proprio questo fatto, questo “abituarsi bene” porterà a un’imborghesimento del pubblico amaranto. Nei primi anni di serie A erano molto attivi i ragazzi del Lonsgroup, costola del CUCN, che avevano preso il nome dalla loro marca d’abbigliamento preferita (le felpe Lonsdale, molto in voga in quegli anni…). Completano il quadro gruppi come Irriducibili, Nuova Guardia, Ultras Gebbione, Nucleo. Amano definirsi “la curva più bella del mondo”, e negli anni della massima serie hanno modo di stringere amicizie importanti (romanisti, granata, milanisti…) e di crearsi nuovi nemici (Bergamaschi, Viola…). Purtroppo la gestione un pò “ambigua” dei rapporti con le altre tifoserie porterà a rotture e divisioni interne. Celebre per esempio il furto dello striscione “Ragazzi della Maratona” ad opera degli Juventini, in una gara di Coppa Italia del 2003 proprio contro la compagine calabrese: lo stendardo era appeso al secondo anello del Delle Alpi, sotto quello del CUCN, e questa “ingenuità” portò non solo allo scioglimento del gruppo granata ma anche a forti discussioni interne nella curva calabrese… Negli ultimi anni è arrivato un nuovo gruppo nel panorama della curva amaranto: sono gli Ultras 1914, dall’estetica casual e dal materiale innovativo. Lo scorso anno la tifoseria reggina ha conosciuto una spaccatura senza precedenti: in occasione della trasferta di Vicenza infatti si verificarono pesanti scontri interni fra i due gruppi principali, ovvero i Boys e gli Ultras 1914, che portarono arresti e diffide in seno alla curva amaranto. Dopo questo episodio i Boys decisero di abbandonare la curva: “Non vorremmo essere malpensanti, ma troppe coincidenze ci inducono a pensare che ci sia stato un ‘complotto’ per appiedare tutti i gruppi della penisola. Non si spiega altrimenti come in due anni abbiamo ricevuto sedici diffide sui venti ragazzi che portavano avanti il nostro gruppo. Praticamente tutto il direttivo”, scrissero nel comunicato che annunciava la loro volontà di autosospendersi. In seguito a questo, gli altri gruppi riuscirono a trovare una certa omogeneità ed unità di intenti, fino a fine campionato e nella successiva, clamorosa, protesta contro la tessera del tifoso. La tifoseria Reggina dopo l’introduzione del provvedimento voluto da Maroni, ha deciso di scioperare ad oltranza, disertando le partite in casa e seguendo solo le trasferte. Anche nella partita d’andata a Padova erano assenti…

Rapporti. Con i reggini, al di la di qualche coro reciproco sulle rispettive latitudini, non c’è mai stata una gran rivalità. Anzi, per un periodo ci fu una sorta di rispetto reciproco,  in nome si della reciproca fede politica, ma anche del gemellaggio allora comune con Palermo. Oggi il gemellaggio con Palermo da parte reggina non esiste più, e la fede politica è rimasta una caratteristica delle due tifoserie ma non più così vincolante come un tempo. Nelle ultime partite c’è stato qualche coro ostile e lo scorso anno un gruppetto di reggini giunto dalla stazione venne intercettato da alcuni ragazzi sotto la Tribuna Ovest, ma volarono solo parole grosse e senza nessuno scontro. Ad ogni modo, mai sottovalutare le trasferte a Sud!

Trasferta. Come già detto, è una delle poche consentite in quest’annata strana, quindi vale la pena andarci. I ragazzi della Fattori organizzano un pullman, con partenza stanotte alle 2 allo stadio. Prezzo 30 €. Come ho già detto: pensate a chi vorrebbe partecipare e non può farlo… Avanti ragazzi!

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18 DICEMBRE 2010: LIVORNO

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18 DICEMBRE 2010: LIVORNO

Postato il 17 dicembre 2010 by La Padova Bene

La città.  Livorno è una città di 160.000 abitanti circa, situata in Toscana lungo la costa del Mar Ligure. Ignote le sue origini, venne citata per la prima volta in documentazioni ufficiali nel 1017, col toponimo “Livorna”, indicando un villaggio di un pugno di case a Sud della foce dell’Arno vicino Pisa. E sotto il dominio pisano la città Livorno crebbe sviluppando soprattutto il suo porto fra il XIII ed il XIV secolo. Tramontata la Repubblica di Pisa, Livorno venne venduta dapprima ai Visconti di Milano, quindi ai genovesi e a partire dal 1421 ai Medici di Firenze che contribuirono in maniera determinante allo sviluppo del suo porto. Fra la fine del 1500 e l’inizio del 1600 furono emanati dai Medici una serie di leggi meglio note come “Leggi Livortine” che trasformarono di fatto la città in un porto franco, garantendo agli abitanti libertà di culto, di professione religiosa e politica a chi si fosse reso colpevole di qualsiasi reato (con le dovute eccezioni). E proprio grazie a queste leggi Livorno si riempì di una folta comunità ebraica proveniente dalla Penisola Iberica, che non venne ghettizzata a differenza di quanto avvenne in quasi tutte le città italiane fino all’unificazione del Regno D’Italia. Grazie al porto la città si riempì di numerose altre comunità, che a differenza degli ebrei non furono considerati “sudditi toscani”. Verso la fine del Settecento subì l’assedio delle truppe francesi di Napoleone, degli inglesi e degli spagnoli; e successivamente il ritorno al potere dei Lorena (che avevano sostituito i Medici nel secolo precedente) permise un’ampia restaurazione cittadina, donando al lungomare praticamente l’aspetto odierno con i numerosi palazzi della borghesia… I moti rivoluzionari del 1849 precedettero l’annessione del Granducato di Toscana al Regno d’Italia, avvenuta nel 1868. L’Unità d’Italia portò un drastico calo del lavoro al porto dovuto all’abolizione delle frachigie doganali di Livorno, ma allo stesso tempo all’apertura del Cantiere Navale Orlando che cambiò il volto della città, e verso la fine del secolo vide la luce anche l’Accademia Navale. Ulteriori cambiamenti architettonici arrivarono all’inizio del XX secolo, ma ci fu un altro evento che determinò un vasto cambiamento sociale: la nascita del Partito Comunista Italiano nel 1921. Il Fascismo portò alla realizzazione di grandi opere pubbliche ed all’allargamento dei confini provinciali, ma al contempo la creazione di massicci piani di sventramento della città che mutarono parte dell’antico assetto urbanistico. Durante la seconda guerra mondiale, la parte storica della città venne in gran parte distrutta e vennero uccisi diversi civili. L’opera di sminamento del centro cittadino continuò per tutti gli anni cinquanta, mentre la cinquecentesca Fortezza Nuova occupò baracche di sfollati fino agli anni ’60. Successivamente Livorno acquistò il volto di una città moderna ed industrializzata fino agli ultimi anni, con la produzione maggiormente spostata sulla piccola impresa e sul terziario. 
La squadra. L’Unione Sportiva Livorno nacque nel 1915 (prima del PCI, pensate…) in seguito alla fusione di due società preesistenti: Virtus Juventusque e SPES. Il suo esordio nel calcio “agonistico” avvenne nel 1919/20, quando sfiorò addirittura lo scudetto, vincendo il girone del Centro-Sud e venendo sconfitto poi dall’Inter nella finalissima. Nel primo campionato a girone unico (1929/30), il Livorno fu l’unica squadra toscana ammessa alla serie A. Fino all’inizio degli anni ’40 fece la spola fra serie A e B, e nel 1942/43 sfiorò nuovamente lo scudetto, piazzandosi al secondo posto alle spalle del Grande Torino (che proprio in quel periodo iniziava la sua leggenda). Con la ripresa dell’attività in seguito alla sospensione per il periodo della Seconda Guerra Mondiale; il Livorno conobbe il suo declino, che iniziò nel 1949 con la retrocessione in serie B (rivedrà la serie A solo 55 anni dopo!). Tre anni più tardi gli amaranto finirono addirittura in C dove rimasero fino al 1963/64 (con l’eccezione dell’unica stagione di cadetteria nel 1955/56), quando tornarono stabilmente in serie B. Nel 1971/72 il ritorno in C, e l’acquisizione della società da parte del petroliere Corasco Martelli. Fu un periodo avaro di soddisfazioni, nonostante in quel periodo giocassero fra le fila amaranto alcuni dei giocatori più amati di sempre come il bomber Bruno Graziani e l’argentino Miguel Vitulano. Con la fine della presidenza Martelli (1983) la squadra finì addirittura in C2. Il Livorno ritornò immediatamente in C1 sotto la guida di Melani, ma fu l’inizio di un nuovo calvario, nonostante la conquista della Coppa Italia di C nel 1986/87 (l’unico trofeo della storia amaranto). Nel 1988/89 la società venne messa in liquidazione col nome di Pro Livorno, e chiuse all’ultimo posto sprofondando in C2. Ottenuta la salvezza nella stagione 1989/90, l’anno successivo la società labronica venne rilevata dall’imprenditore milanese Mantovani e chiuse il campionato al terzo posto. Quando si pensava ad una rinascita, nell’estate 1991 il Livorno venne escluso dal campionato per problemi economici e fu costretto a ripartire dall’Eccellenza. Vincendo il campionato d’Eccellenza e piazzandosi al secondo posto nella successiva stagione nel CND, il Livorno venne poi ripescato in C2 sotto la presidenza di Claudio Achilli che ne aveva definitivamente sistemato i conti. Negli anni ’90 più volte gli amaranto tentarono la scalata alla C1, sempre persa in extremis contro avversari sulla carta meno quotati (atroce la beffa del 1995/96 nello spareggio di Ferrara contro la Fermana, perso ai rigori dopo aver dominato tempi regolamentari e supplementari). La promozione in C1 arrivò solo nel 1996/97 dopo un’altro spareggio, vinto a Reggio Emilia contro la Maceratese. La stagione 1997/98 partì col botto: nove vittorie consecutive che proiettarono il Livorno in testa alla classifica, successivamente un vistoso calo vide gli amaranto posizionarsi alle spalle del Cesena e perdere poi la finale playoff a Perugia contro la Cremonese. E fu l’inizio di un’altra maledizione: un paio di campionati anonimi ed un’altra sconfitta ai playoff (nel 2001 contro il Como), fino alla promozione che arrivò al termine della stagione 2001/02. Nel 1999 nel frattempo era arrivato Aldo Spinelli alla dirigenza, che aveva grandi progetti: e così nel 2003/04 il Livorno tornò in A. Nel 2006 il Livorno raggiunse addirittura l’Uefa. Nelle ultime quattro stagioni gli amaranto hanno fatto la spola fra A e B. 
Lo stadio. Lo Stadio Comunale Ardenza venne edificato nel 1934 nell’omonimo quartiere vicino all’Accademia Navale di Livorno. Dal 1990 è intitolato ad Armando Picchi, calciatore livornese capitano della Grande Inter di Herrera scomparso nel 1971. Ha una capienza di 19.238 posti, che scendono a 14.752 per le competizioni internazionali. La struttura è facilmente raggiungibile sia dalla Variante Aurelia (uscita Livorno Sud e Livorno Montenero per i tifosi ospiti) sia dalla stazione ferroviaria di Livorno Centrale con le linee 1 o 8R di autobus urbani o da quella di Livorno Antignano proseguendo verso lo stadio sempre con la linea 1 di autobus.
La tifoseria. Il primo gruppo ultras a Livorno nasce nel 1976, prendendo il nome di Ultras Fossa. Allora il movimento era molto “ruspante” e poco organizzato,e nella città labronica rimase tale anche negli anni successivi, in linea con ciò che è lo “spirito” livornese. Nonostante la squadra viaggiasse in categorie infime, nel corso degli anni ’80 godeva di un gran seguito di appassionati, tanto che nacquero diversi gruppi al seguito degli amaranto (per la cronaca, ci fu anche un gruppo dichiaratamente di destra negli anni ’80, la Legione, che ovviamente durò poco nella “rossa” Livorno; ed un altro un pò ambiguo come i North Kaos); ma paradossalmente non cambiò mai l’assetto della curva, senza lanciacori, senza capiultras, senza una vera e propria organizzazione. Verso la fine degli anni ’90, diversi gruppi ultras amaranto (Fedayn, Magenta, Sbandati, Gruppo Autonomo) decisero di dare una svolta alla storia della Curva Nord, unendosi dietro un’unica sigla: Brigate Autonome Livornesi. Da quel momento la curva labronica salì all’onore delle cronache, non tanto per incidenti legati al calcio ma per la linea politica del gruppo, che a detta degli stessi militanti veniva anche prima della fede calcistica: abbondanza di bandiere del Che, dell’Urss, ritratti di Stalin, materiale stampato in cirillico, coreografie bolsceviche, striscioni inneggianti alle foibe (Livorno-Triestina) e per lo stretto legame col giocatore Cristiano Lucarelli, livornese purosangue, che quando si trovò a giocare nella squadra della sua città scelse il numero 99 in omaggio alla data di nascita del gruppo. L’ascesa del Livorno prima in B e poi in serie A li aiutò non poco nella loro “opera di reclutamento”, e gli creò anche dei nemici: laziali, romanisti, veronesi, triestini… un pò tutte le tifoserie di destra; ma soprattutto attirò su di loro l’attenzione della giustizia, che li prese di mira. Nel giro di qualche anno rimediarono qualcosa come 500 diffide (celebre il fatto di Roma, che portò al fermo ed alla denuncia di 300 livornesi perchè uno di loro aveva azionato il freno d’emergenza del treno. Tutti e 300 ovviamente furono diffidati in blocco…), che portarono le BAL ad autosospendersi esponendo il solo striscione “Fino all’ultimo bandito”; fino allo scioglimento vero e proprio consumatosi nel 2007 con l’entrata in vigore del Decreto Amato. Da allora la curva è divisa (pare che sia proprio divisa…) in due: da una parte le Vecchie Origini Livornesi 1915, dall’altra i Visitors 1312. Dalla finale playoff 2009 sono tornati in curva anche i Fedayn. Nel corso di questa stagione la tifoseria amaranto ha deciso di autosospendersi in seguito all’entrata in vigore della Tessera del Tifoso, rendendo l’Ardenza (un tempo famoso per il calore del pubblico) un autentico cimitero a cielo aperto. 
Rapporti. I rapporti con loro non sono mai stati buoni, a causa della “visione” politica delle due nostre rispettive tifoserie. Nonostante questo, ed è la cosa paradossale, non ci sono mai stati scontri veri e propri fra noi e loro. La cosa peggiore di Livorno è forse la Polizia: li ricordo bene nel 2001, altamente provocatori, sembra che non aspettino altro. 
Trasferta. Nonostante la trasferta sia vietata, la Fattori presenzierà ugualmente: ritrovo alle 9,30 a Crema Sport, vicino lo stadio.  

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9 NOVEMBRE 2010: PORTOGRUARO

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9 NOVEMBRE 2010: PORTOGRUARO

Postato il 09 novembre 2010 by La Padova Bene

La città. Portogruaro è una cittadina in provincia di Venezia, al confine col Friuli Venezia Giulia, di circa 25.000 abitanti. La sua fondazione risale al 10 gennaio 1140: con un atto scritto il vescovo di Concordia, Gervino, concesse a Giovanni Venerio, Arpone, Bertaldo, Berigoio, Enrico Mosca, Giovanni Salimbene e ad altri portolani, dei terreni lungo il fiume Lemene per costruirvi case, magazzini per i prodotti agricoli ed un porto fluviale. La prima attestazione documentaria della zona è però un privilegio risalente al 986, atto con cui l’imperatore Ottone III concedeva appunto al vescovo concordiese il dominio del territorio. Già nel X secolo doveva esistere un castello fortificato, sulla riva destra del fiume, che i vescovi della diocesi di Concordia costruirono come loro dimora, non sentendosi più sufficientemente protetti tra le rovine dell’antica città romana. Nel XII secolo, come dimostra la bolla di Urbano III, la città di Portum de Gruario, aveva una sua precisa connotazione economica e amministrativa; quest’ultima era esercita, in quell’anno, dal vescovo Gionata. Nel 1271, il 15 gennaio, circa centocinquanta uomini armati al soldo di Buonaccorsio Bardi, della famosa famiglia di banchieri fiorentini, tentò di conquistare il Comune di Portogruaro. Il tentativo fallì, ma le conseguenze furono tragiche: molti documenti vennero distrutti nell’incendio del palazzo municipale. Dieci anni dopo, a seguito delle guerre in Friuli, la città fu occupata per 32 mesi dalle truppe di Francesco da Carrara. Questo episodio mise in evidenza la necessità di chiedere un’annessione alla Patria del Friuli. I portogruaresi chiesero ufficialmente di stabilirsi sotto il veneto vessillo. Il senato veneziano approvò il 29 maggio 1420 il Privilegio di Portogruaro e da quel giorno i podestà arrivavano da Venezia. Il primo fu Zaccaria Bembo. Con il governo della Serenissima Portogruaro ottenne una larga autonomia di tipo comunale, e oltre ai traffici dei prodotti delle campagne circostanti, agevolati dalla navigabilità del Lemene, Portogruaro ebbe il controllo del transito delle merci tra Venezia e i territori del Friuli e l’Austria grazie anche alla esclusiva concessione del dazio sulla ferramenta. Gli scambi mercantili contribuirono a far diventare Portogruaro il centro più importante dell’area e intorno al 1500 la città conobbe un periodo di grande prosperità. Sulla riva sinistra vennero realizzati numerosi fondaci, tra cui quello con annessa dogana posto immediatamente fuori dalla cinta muraria. Vennero inoltre avviati importanti interventi di “renovatio urbis”, con la pavimentazione delle vie, la ricostruzione dei ponti del Rastrello e della Stretta, e la realizzazione da parte di Cima da Conegliano della pala d’altare del Duomo. Sotto il governo della Serenissima Portogruaro fa parte della Patria del Friuli e viene amministrata dal rappresentante della Serenissima a Udine. Portogruaro lega il suo destino a quello della dominante, e così il XVII secolo segna l’inizio del declino economico della città, come conseguenza della crisi economica di Venezia e della maggiore competitività di altri territori di terraferma della Repubblica. Nel 1797, col Trattato di Campoformido, Napoleone cede all’Austria il territorio della Repubblica, compresa Portogruaro, ma nel 1805 la città fu annessa al Regno d’Italia dell’Impero Francese. Il 28 settembre 1810 con decreto napoleonico, Portogruaro viene aggregata al Dipartimento dell’Adriatico (Venezia). Le motivazioni che portarono i francesi a strappare questo territorio dal Dipartimento di Passariano, ovvero l’ente successore della Patria del Friuli, erano il rischio di rendere il Dipartimento Adriatico meno importante di quelli confinanti, in particolare del Dipartimento di Passariano (Provincia di Udine). Nel 1815 col Congresso di Vienna si sancì l’appartenenza degli ex territori della Repubblica di Venezia all’Impero Asburgico. La nuova amministrazione austriaca trasformò il Dipartimento di Passariano nella Provincia di Udine, alla quale restituì solo Aquileia. Infatti, all’ex Dipartimento Adriatico, divenuto Provincia di Venezia, rimase il Mandamento di Portogruaro. La motivazione di tale decisione era simile a quella francese. In questo periodo la città di Portogruaro viene citata da Ippolito Nievo nella sua famosa opera Le confessioni di un italiano, in cui descrive i cittadini portogruaresi in modo ironico per la loro voglia di assomigliare ai signori veneziani. La dominazione austriaca dura fino al 1866, tranne la breve parentesi del 1848 quando anche in città, sulla scia dei moti rivoluzionari che percorrevano l’Europa negli anni della Restaurazione, si instaura per un breve periodo un regime repubblicano. Nel 1866, a seguito della pace di Vienna, Portogruaro col Veneto entra a far parte del Regno d’Italia, e continuerà a gravitare in ambito veneziano. (Fonte: wikipedia)
La squadra. Gli albori del football nella cittadina veneziana di Portogruaro affondano le radici all’inizio del secolo scorso, per la precisione nel 1919, con la fondazione della prima società, Unione Sportiva Portogruarese. I colori granata sono ciò che rimane della storia del calcio per il centro al confine tra Veneto e Friuli. Nel 1990, dopo una storia fatta di tanto dilettantismo e qualche annata in Serie C nel secondo dopoguerra, nasce un nuovo sodalizio, prodotto dalla fusione tra Portogruaro e l’Associazione Calcio Summaga, della vicina frazione. La storia volle che le due squadre si riunissero nel torneo di Promozione regionale, proseguendo la tradizione con il mantenimento dei colori sociali granata, nonché però affiancando al nome Portogruaro anche quello di Summaga. Un particolare, questo, sempre a cuore alla Famiglia Mio, proprietaria del club, che anche con il recente restyling del logo societario, ha mantenuto la nomenclatura di PortogruaroSummaga, nonché l’indicazione degli stemmi rappresentativi delle due realtà cittadine. Ricomincia dunque nel 1990, la storia del calcio portogruarese. Una storia che nell’ultimo ventennio ha visto la Società veneta conquistare un clamoroso e storico salto di categoria verso la Serie B nella passata stagione. Modo migliore per festeggiare il ventesimo compleanno del sodalizio non poteva esserci, per la squadra allenata in Prima Divisione da Alessandro Calori, capace di strappare alle corazzate Verona e Pescara la promozione diretta con una vittoria storica al Bentegodi nell’ultima giornata di campionato. I successi per la compagine veneziana, comunque, sono disseminati un po’ in tutti i 20 anni trascorsi dalla fusione con il Summaga. Ripercorrendo la storia a ritroso, ritroviamo il salto in Prima Divisione dopo i playoff vinti contro il Bassano Virtus nel 2008, nonché nel 2004 la vittoria del campionato di Serie D. Per trovare il ritorno nel Campionato Nazionale Dillettanti, dopo diversi anni tra Promozione ed Eccellenza, bisogna tornare invece al campionato 1997/98. (Fonte: biancoscudati.net)
Lo stadio. Ubicato nella zona denominata “Palù” attigua a Viale Cadorna. Distante appena un centinaio di metri dal centro storico della cittadina veneziana, lo Stadio di Portogruaro venne inizialmente progettato quale velodromo per il ciclismo su pista. L’impianto, che ospita le gare del PortogruaroSummaga, è intitolato alla memoria di Piergiovanni Mecchia, grande appassionato di ciclismo e venne inaugurato nel 1948 con la partecipazione di famosi ciclisti dell’epoca, quali il triestino Cottur, il mestrino Bevilacqua e Leoni. Tra gli altri famosi, al velodromo Mecchia passò, durante la sua carriera, anche Fausto Coppi. Il Mecchia è l’unico Velodromo della Provincia di Venezia e, per la sua posizione rispetto agli altri velodromi confinanti quali Padova, Bassano e Pordenone, copre un enorme bacino d’utenza. La capienza di spettatori si attestava fino alla scorsa estate sui 3.335 posti, tra la Tribuna Centrale e la gradinata riservata agli ospiti. La promozione in Serie bwin della squadra granata ha reso necessaria una ristrutturazione con conseguente ampliamento, tale da rendere omologabile l’impianto anche per la seconda serie nazionale secondo gli standard imposti dalla F.I.G.C.. Dopo le prime gare interne giocate sul “neutro” della vicina Udine, ora lo Stadio Mecchia può contare su una capienza complessiva di circa 7.000 posti.
Come arrivare. L’impianto è situato a poche centinaia di metri dal centro cittadino, nonché dalla Stazione FS di Portogruaro. In auto: uscire al casello di Portogruaro dell’autostrada A4, sia per chi proviene da nord che per chi proviene da sud, quindi seguire le indicazioni. In treno: fermata Portogruaro-Caorle. Il servizio taxi è disponibile per raggiungere l’impianto. In aereo: dal più vicino aeroporto Marco Polo di Tessera (Ve), sono disponibili all’uscita collegamenti con mezzi cittadini o possibilità di noleggio auto.
La tifoseria. C’è poco da dire, visto che non esiste nessun vero e proprio gruppo ultras. Ci sono le Furie Granata che fanno un pò di tifo, ma sono più assimilabili a un club. E c’è un tifoso, tale Cece, che spesso è l’unico a seguire la propria squadra in trasferta. Ovviamente indifferenza assoluta fra noi e loro.
La trasferta. Visto che si gioca di martedì e che la trasferta è abbastanza vicina, la Fattori invita tutti i ragazzi a muoversi con mezzi propri e da appuntamento a tutti per le 19 allo stadio Mecchia di Portogruaro.

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30 OTTOBRE 2010: BERGAMO

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30 OTTOBRE 2010: BERGAMO

Postato il 29 ottobre 2010 by La Padova Bene

La città. Bergamo è una città di 120.000 abitanti circa, divisa in due parti distinte: la Città Alta (il centro storico) e la Città Bassa (la parte più moderna).
Numerose sono le ipotesi avanzate per spiegare l’origine del toponimo Bergamo. In latino classico il toponimo è attestato come Bergomum, mentre nel latino tardo Bergame. Quindi è stata proposta un’origine indoeuropea del nome, accostandola al greco Πέργαμον (Pérgamon) “cittadella, rocca” (in riferimento ad abitazioni fortificate in cima a un colle), ma anche alla base prelatina barga “capanna” o a nomi liguri quali Bergima, località nei dintorni di Marsiglia, da una radice bherg, “alto”. Lo storico e politico bergamasco Bortolo Belotti ha accostato il toponimo a precedenti nomi preceltici (barra?) da cui deriverebbe il nome Bèrghem, di cui Bergomum sarebbe poi stata solo la latinizzazione. È da notare che nel tedesco moderno tuttora Berg significa “montagna”, e la parola Heim “casa”, così come in svedese berg significa “monte” e hem “casa”, ma l’ipotesi di una derivazione germanica di Bergamo (che deriverebbe quindi dal germanico *berga(z) “monte” e haima(z), “insediamento” ma anche “mondo”) si scontra con l’assenza di documenti riguardo a insediamenti germanici nella zona prima della conquista romana. Bèrghem è ancor oggi il toponimo utilizzato in dialetto bergamasco.
Fondata in epoca romana da Liguri ed Etruschi, successivamente occupata da Galli, Cenomani e Senoni, divenne nel 49 a.C. municipio romano col nome di Bergomum. In seguito alla caduta dell’impero venne ripetutamente saccheggiata fino all’arrivo dei Longobardi nel 569, che ci insediarono un Ducato. In seguito i Longobardi vennero spodestati dai Franchi nel 744 e la città venne retta da una serie di vescovi e conti. Nel 1098 divenne libero comune, e dopo una serie di guerre con la vicina Brescia si unì alla Lega Lombarda per combattere l’imperatore Federico II. A partire dal XIII secolo in seguito alle lotte fra Guelfi e Ghibellini cadde sotto l’influenza dei Visconti di Milano che ne fortificarono la Cittadella. Dal 1428 Bergamo entra a far parte della Serenissima, il cui dominio le porta pace e prosperità. I veneziani ricostruiscono la città vecchia, erigendo possenti mura difensive. Il dominio veneto continua fino all’epoca napoleonica quando, dopo la breve esperienza della Repubblica Bergamasca, della Repubblica Cisalpina e del Regno d’Italia, con la Restaurazione Bergamo cade nella sfera austriaca del Regno Lombardo-Veneto. Gli austriaci sono i fautori della prima industrializzazione del territorio bergamasco, con l’impianto di manifatture tessili. Bergamo prende parte al Risorgimento fornendo buona parte dei Mille. Garibaldi stesso entra in città, con i suoi Cacciatori delle Alpi, l’8 giugno 1859. Dal 1860 Bergamo è parte del Regno, e poi della Repubblica Italiana.
La squadra. Fondata nel 1907 da un manipolo di appassionati, l’Atalanta disputa una serie di campionati a livello regionale ed interregionale nei primi anni di attività. Il 1928 è un anno molto importante per la società e per la città di Bergamo, poiché viene costruito lo stadio che diverrà poi sede delle gare interne della squadra e nella stagione successiva (1929/30) con l’istituzione del girone unico italiano, l’Atalanta, fallita l’ammissione alla massima serie durante il campionato di qualificazione dell’anno precedente, viene ammessa al campionato nazionale di Serie B per la prima volta. La squadra militerà negli anni a venire in Serie B, con una serie di piazzamenti dignitosi che vedono distinguersi diversi calciatori bergamaschi. Dopo i dubbi sull’iscrizione al campionato 1932/33, scongiurati da una colletta tra sportivi e la cessione (a peso d’oro, per l’epoca) di Carlo Ceresoli all’Inter, l’Atalanta si riorganizzerà, raggiungendo finalmente la Serie A al termine della stagione 1936/37, con l’allenatore Ottavio Barbieri. Seguirà, dunque, un saliscendi tra la cadetteria e la massima serie, fino al campionato 1939/40, quando l’Atalanta ritorna in Serie A, dove rimarrà poi ininterrottamente fino al 1958. Il ritorno in A, in seguito anche ad uno “scandalo” per una presunta combine con il Padova, poi svanito, porterà dunque alla nascita di una nuova squadra dei sogni. Quella che rimarrà in A ancora fino al 1969, conquistando la Coppa Italia nella stagione 1962/63 (in finale contro il Torino, con un 3-1 firmato da una tripletta di Domenghini). Di lì a poco si aprirà un’era di incertezze sportive, per la storia Società bergamasca. Dopo un anno di purgatorio nella cadetteria, l’Atalanta ritorna in A grazie all’allenatore Giulio Corsini, capace di amalgamare una squadra di giovani (tra tutti Gaetano Scirea, Adelio Moro e Giovanni Vavassori). Dopo una salvezza risicata, nel 1972/73 l’Atalanta incappa in un’altra stagione negativa, nella quale subisce la sconfitta più pesante di sempre (9-3 a San Siro contro il Milan) e retrocede per differenza reti. Questa volta la permanenza tra i cadetti dura più del solito, tant’è che per il ritorno nel massimo campionato bisognerà aspettare fino all’anno 1976/77, con Titta Rota in panchina, ma soltanto dopo gli spareggi a Marassi contro Cagliari e Pescara. L’anno seguente la squadra ottiene una tranquilla salvezza, ma nel 1978/79 farà ritorno in B, mancando la promozione un anno più tardi. Il campionato 1980/81, vede addirittura l’Atalanta retrocedere in C1, punto più basso della storia ultra centenaria della Dea. Il Presidente Achille Bortolotti cede la guida della Società al figlio Cesare, progettando (con Ottavio Bianchi in panchina) il ritorno in B che sarà immediato. Gli anni ’80, dunque, vedono l’Atalanta riprendere il proprio cammino in maniera trionfale, conquistando la promozione in Serie A con Nedo Sonetti in panchina e centrando addirittura una qualificazione alla Coppa delle Coppe pur nell’anno della nuova retrocessione in B (1986/87). La Dea partecipa alla competizione europea in virtù del secondo posto in Coppa Italia dell’anno precedente (sconfitta in finale contro il Napoli laureatosi Campione d’Italia) e lo fa da squadra militante nel torneo di Serie B. La squadra sarà protagonista di una cavalcata entusiasmante, culminata con la promozione in A e le semifinali della Coppa delle Coppe. Le ambizioni saranno importanti, dunque, anche in massima serie, con un sesto posto finale e la qualificazione alla Coppa Uefa (torneo 1988/89), bissata anche nel torneo successivo. E’ l’Atalanta, quella, dei vari Stromberg, Fortunato, Nicolini, Bonacina e Prytz, oltre all’argentino Caniggia.
Ma, soprattutto, è la Società che passerà di lì a poco nelle mani di Antonio Percassi, Presidente che ad inizio anni ’90 otterrà ottimi consensi in Coppa Uefa (eliminazione ai quarti contro l’Inter) fino al torneo 1993/94. L’annata è sciagurata e l’Atalanta retrocede in B, aprendo le porte ad un nuovo azionista di maggioranza, Ivan Ruggeri. La storia della Dea nell’ultimo decennio del secolo incrocia dunque quella di Emiliano Mondonico, che riporta i nerazzurri in A mantenendo la categoria fino al 1998, con un’altra finale di Coppa Italia persa nel 1996 contro la Fiorentina. Nel torneo 1998/99 l’Atalanta è di nuovo in B, categoria dalla quale si schioderà nel 2000 grazie a Giovanni Vavassori, tecnico dei giovani e di una squadra vincente nel triennio successivo in A. L’altalena tra B ed A continuerà ancora dal 2003 al 2010, complice anche una delicata situazione societaria con i gravi problemi di salute del Presidente Ruggeri, tali da rendere necessaria una cessione della S.p.a. di nuovo ad Antonio Percassi nella scorsa primavera. Con la nuova Proprietà l’Atalanta riparte dalla B, ma la promessa è quella di rimanere tra i cadetti per lo stretto indispensabile: storia, tradizione, blasone ed un settore giovanile invidiato in tutta Europa sono le carte vincenti per una Società di massimo livello.
Lo stadio. Costruito nel 1928, lo stadio della Città di Bergamo venne inizialmente intitolato a Mario Brumana, un fascista originario della Valle Imagna, caduto a Gallarate durante i moti che precedettero l’avvento del regime. L’impianto, inizialmente edificato con una capienza di 12.000 posti, venne inaugurato in due momenti differenti; una prima inaugurazione non ufficiale avvenne in occasione della gara Atalanta-Triestina a novembre 1928. La seconda, in presenza di numerose autorità, si tenne invece il 23 dicembre dello stesso anno. Inizialmente lo stadio comprendeva un terreno di gioco utile tanto al calcio quanto al rugby, nonché un complesso di impianti sportivi quali piscine e campi tennis ubicati nelle aree che oggi risultano occupate dalle due curve. Con il passare degli anni lo stadio, oltre a cambiare il nome in quello odierno (“Atleti Azzurri d’Italia), subì numerose ristrutturazioni fino ad assumere la conformazione attuale. Sono state aggiunte le due curve e la copertura della tribuna ad est, è scomparsa l’originaria pista di atletica per far posto a nuove tribune e delle vecchie strutture sportive è sparita ogni traccia. Dopo le ultime modifiche la capienza dello stadio è di 24.726 posti.

Come arrivare:
In auto: per chi proviene dall’autostrada A4, uscita Bergamo; imboccare la circonvallazione in direzione Valli di Bergamo. Alla rotonda proseguire seguendo l’indicazione stadio e imboccare Viale Giulio Cesare.
In aereo: all’uscita dall’aeroporto seguire le indicazioni per Bergamo centro. Proseguire quindi sulla circonvallazione in direzione Valli di Bergamo. Alla rotonda proseguire seguendo l’indicazione stadio e imboccare Viale Giulio Cesare. L’aeroporto è inoltre raggiungibile con i servizi pubblici tramite i nuovi “aereobus” che collegano l’aereostazione con il centro della città in pochi minuti. Una volta raggiunta la stazione degli autobus in centro lo stadio è facilmente raggiungibile con gli ATB n° 9/B e 9/C.
In treno: giunti alla stazione dei treni prendere l’autobus n° 9/C o 9/BATB Azienda dei Trasporti di Bergamo. Tel. 035.364.222. Per informazioni: www.atb.bergamo.it
La tifoseria. La tifoseria atalantina ha una lunga tradizione ultras, sia inteso come turbolenza che come “stile di vita”. Nel corso degli anni un’intera città e diverse generazioni si sono coagulate intorno all’Atalanta ed alla Curva Nord, ed il carattere ruvido dei bergamaschi ha creato non pochi grattacapi anche a tifoserie molto più numerose e con alle spalle grandi città (Roma, Napoli, Milano, ecc), tanto che oggi gli ultras orobici sono fra i più rispettati d’Italia e sono fra le tifoserie più considerate anche all’estero. Come tutte le storie anche questa ha una genesi, che in questo caso prende il nome di Commandos Atalanta, anno di fondazione 1972, il primo gruppo a fare del tifo organizzato. Ancora non si poteva parlare di ultras come si intendono oggi, ma i ragazzi dei Commandos usavano andare allo stadio con grandi bandieroni nerazzurri, grancasse ricavate da bidoni di latta, sirene ed i primi fumogeni rubati dalle stive dei treni… Un anno dopo i Commandos vennero affiancati dai Panthers, ragazzi della zona di Dalmine: cominciarono le prime scaramucce come con i veronesi nel 1974 (a quei tempi non esistevano ancora i settori ospiti ed i tifosi erano mischiati… come succede oggi grazie a Maroni! Siamo tornati indietro di 35 anni!) e nel 1977/78 i primi grossi scontri in occasione di Atalanta-Torino. Quel giorno i granata (ai tempi tifoseria già “navigata” e rispettata) si presentarono a Bergamo con intenti molto provocatori, imbrattando i muri e sparando razzi in mezzo alla folla dentro lo stadio: tutto ciò scatenò la reazione degli atalantini e fu guerriglia! La prima di una lunga serie che Bergamo ricorda… Nel frattempo, nella curva bergamasca c’era già stata una prima svolta: un gruppo di ragazzi, fuoriusciti dai Commandos perchè in rotta con la linea troppo “morbida” del club aveva fondato le Brigate Nerazzurre, di fatto il primo vero gruppo ultras di Bergamo. Un gruppo che fece la storia ed il nome della tifoseria atalantina negli anni a venire. Nel 1981 le BNA presero il comando della curva, mentre altri gruppetti cominciarono a “fuoriuscire” dalle Brigate per trovare la propria indipendenza. Nacquero così gruppi quali Armata, Island Connective (ragazzi dell’Isola di Bergamo) e Stoned, che due anni più tardi (era il 1983) andarono a formare i Wild Kaos Atalanta (WKA). Per anni la curva si resse sull’asse BNA-WKA, ed i Wild Kaos ne erano l’ala più radicale (al momento della nascita contestavano alle Brigate di avere rapporti con questura e società). Non sempre i rapporti fra i due gruppi saranno idilliaci, anzi! Tuttavia questa “spaccatura” sempre più strisciante non placò l’entusiasmo ed il sostegno alla “Dea”. A metà anni ’80 gli atalantini avevano già il nome e la fama di tifoseria di tutto rispetto. In quel periodo venne creato (Interamente cucito a mano, a dimostrazione che non amavano avere troppi contatti con società o sponsor vari) lo storico bandierone nerazzurro, “Ol bandierù” come viene chiamato affettuosamente oggi dall’intero popolo nerazzurro. In quel periodo Bergamo divenne (insieme a Verona e Brescia) una delle “capitali” della violenza calcistica: chi ricorda quegli anni, ricorderà come nelle varie trasmissioni televisive si parlasse di “triangolo della violenza” (Brescia, Bergamo e Verona appunto) e più avanti (nei primi anni ’90) di “linea gotica della violenza” che secondo il Biscardi di turno partiva da Milano per attraversare Bergamo, Brescia, Verona, Vicenza, Padova, Udine e fermarsi a Trieste; mischiando tifoserie che fra di loro per numeri ed attitudine non centravano effettivamente un cazzo e cercando improbabili spiegazioni sociologiche che davano la stessa identica sensazione che si ha oggi: che non ci stessero capendo un cazzo! In itaGlia, paese di santi, poeti e mafiosi, nulla è cambiato…
Ad ogni modo l’Atalanta nel 1987 giunse in finale di Coppa Italia, sconfitta dal Napoli di Maradona già Campione d’Italia, e pertanto guadagnò ugualmente il diritto a partecipare alla Coppa delle Coppe, prima volta nella storia che vi partecipava una squadra di serie B. La stagione 1987/88 rimarrà sempre nei ricordi del popolo atalantino, con la squadra allenata da Mondonico che arrivò in semifinale regalando a migliaia di tifosi in viaggio per l’Europa un autentico sogno: Galles, Salonnico, Lisbona fino ad incrociare il Malines, allora blasonata squadra belga. Nella partita d’andata oltre 6.000 atalantini salirono nelle Fiandre facendo la conoscenza degli “idranti” della polizia belga. Al ritorno, in un Comunale esaurito da due settimane, Garlini illuse tutti portando in vantaggio l’Atalanta ma i belgi rimontarono il risultato e volarono a Starsburgo dove conquistarono la Coppa contro l’Ajax. Il risultato fu comunque storico. E lo stesso anno l’Atalanta tornò immediatamente in serie A, arrivando negli anni successivi a disputare nuovamente le Coppe Europee. Ma nonostante l’entusiasmo, la situazione in curva fra i due gruppi portanti non migliorò, anzi BNA e WKA si divisero definitivamente: il pretesto fu un coro che durante Atalanta-Sampdoria i Kaos cantarono contro i doriani, ponendo fine a quello che in passato era stato un gemellaggio e che fino a quel momento era stato un rapporto di rispetto reciproco, scatenando la reazione delle Brigate. Volarono un pò di pugni, ma pochi mesi più tardi i due gruppi arrivarono addirittura a darsi un appuntamento notturno di fronte a un cimitero (cinquanta contro cinquanta), sventato dalla Digos. In quel periodo la curva atalantina viveva una situazione surreale: oggi in tutta Italia è normale vedere tifoserie divise in due (quando non anche di più) gruppi che occupano settori diversi dello stadio o che anche se stanno nella stessa curva hanno stili e cantano cori diversi; ma a quel tempo era una cosa eccezionale. Le BNA erano più organizzate e coreografiche, i WKA senza fronzoli ed amanti dello scontro. Durante la partita ognuno cantava il suo coro, ed ogni tanto venivano alle mani, senza tuttavia che nessuno pensasse a prevaricare l’altro. Situazione che andò avanti anni.
Sempre nel 1990 gli atalantini furono la prima tifoseria italiana a fare la conoscenza con gli ultras dei Balcani. Negli anni precedenti infatti la “cortina di ferro” aveva sempre impedito il passaggio delle persone all’estero, ma con la caduta del comunismo le cose cambiarono, e nel primo turno della Coppa Uefa 1990/91 l’Atalanta beccò la Dinamo Zagabria al sorteggio. Nella partita d’andata 24 pullman di Bad Blue Boys arrivarono a Bergamo nel primo pomeriggio, in maniera del tutto inaspettata (nel senso che proprio nessuno si immaginava con chi aveva a che fare!) e cominciarono a devastare tutto, rapinare negozi e passanti, spaccare macchine e vetrine. Diversi furono i feriti, fra cui un barista accoltellato da un gruppo di ragazzi che volevano fottergli una cassa di Whisky (questo per capire come erano messi nel primo periodo post-comunista). Durante la partita fecero interrompere il match lanciando numerose torce sia in campo che sugli spalti. I bergamaschi ovviamente non rimasero a guardare e seppur presi in contropiede si organizzarono nel dopo partita aggredendo diversi Croati sciolti: uno di questi, colpito da una catena, perse un occhio… Nella partita di ritorno, con la situazione politica dell’ex-Jugoslavia che stava precipitando e Serbi e Croati che stavano ammassando truppe al confine, 400 atalantini partirono ugualmente, tutti con caschetto da minatore nerazzurro e tubo arancione in mano. La partita scivolò via liscia, nonostante uno stato di fortissima tensione, e quel corteo di bergamaschi-minatori all’uscita della stazione di Zagabria divenne un cimelio di storia ultras…
La turbolenza degli atalantini nei primi anni ’90 era cosa nota, ma arrivò una tragedia a scuoterne le coscienze: nel 1993 al termine di Atalanta-Roma, Celestino Colombi si trovò davanti una carica della celere e morì per arresto cardiaco dopo essere stato colpito da alcune manganellate. Fu il primo caso di insabbiamento, tecnica in cui i media italiani sono perfetti (perfettamente servi!) come abbiamo visto in seguito alla morte di Gabriele Sandri: la questura emise un comunicato che la celere di Padova era partita alla carica per allontanare un gruppo di bergamaschi che tiravano pietre in direzione dei romani (peccato che al momento della carica avvenuta allo stadio i romani fossero già in stazione e che a detta di molti la carica fu fatta per “far sgomberare la zona”!) e che il Colombi era noto come tossicodipendente. Come a dire “prima o poi gli sarebbe toccato”. Gli atalantini non ci starono, e trovarono l’appoggio di buona parte del mondo ultras, perfino tifoserie tradizionalmente rivali (laziali, viola, genoani…): la domenica successiva in molte curve non comparvero i tradizionali striscioni ma un solo drappo con scritto “10 gennaio 1993: la morte è uguale per tutti!”. Fu un piccolo gesto ma significativo: per la prima volta alcuni ultras avevano messo da parte le rivalità per unirsi in nome di un principio più grande, quello della libertà e della dignità personale! Dovete tener conto che a quei tempi molte tifoserie (vicentini in primis) usavano cantare “Uc-ci-de-te-li! Uc-ci-de-te-li!” rivolto alla celere quando caricava le tifoserie avversarie. Se oggi siamo arrivati a questa “unità ideale” (vedi sopratutto la solidarietà a Gabriele Sandri ed il “No” generalizzato alla Tessera del Tifoso) sappiate che quello è stato il punto di partenza… Ah, per la cronaca l’inchiesta successiva alla morte di Colombi si concluse con nessun indagato: stavano facendo le prove generali dello stato di polizia di oggi! Due anni più tardi, in occasione di un’altra tragedia (la morte di Vincenzo Spagnolo) furono sempre gli atalantini ad emettere il famoso comunicato “Basta lame! Basta infami!” con cui si dissociavano apertamente da chi usava i coltelli allo stadio… comunicato che venne “adottato” poi da molte altre tifoserie presenti al raduno di Genova il 5 febbraio 1995 (quando il mondo ultras si ritrovò per la prima volta, superando barriere e steccati ideologici), e puntualmente disatteso poi nel corso degli anni, ma tant’è…
Nel periodo 1997/98 la curva bergamasca venne colpita da un numero enorme di diffide dopo le partite col Brescia e con la Juventus (che decretò la retrocessione in serie C dell’Atalanta). E sempre in quell’anno nacquero i Supporters, o meglio “Dell’Atalanta Supporters” come amavano farsi chiamare: più che un gruppo, un’idea, una curva unita, un solo striscione che richiamasse alla propria fede (Bergamo). Fu la svolta, la politica venne messa da parte e migliorò sopratutto l’organizzazione (Carovane di pullman per le trasferte, migliaia di tifosi al seguito, Festa della Dea i cui proventi venivano reinvestiti nell’attività di curva, giornalino della curva). Ma non tutto fu rose e fiori: nel 2003 i WKA, riottosi alla linea del “nuovo gruppo” vennero allontanati dalla curva, due anni dopo la stessa sorte toccò alle BNA. Nel 2007 in seguito alla morte di Gabriele Sandri, a Bergamo decisero di non far giocare in segno di lutto Atalanta-Milan. Ma non lo decise la polizia, lo decisero gli ultras delle due squadre uniti! Con buona pace di Dressadore, non giocare era la cosa giusta… Quest’anno, in occasione della Berghem Fest, ovvero la festa della Lega ad Alzano, un nutrito gruppo di Supporters dopo essersi visti negare il confronto con Maroni sulla Tessera del Tifoso si è scontrato con la polizia. Il risultato è stato di una sessantina di Daspo, molti a carico non di chi ha partecipato agli incidenti ma di chi si trovava in prima linea nel corteo di protesta… Da quel giorno la Curva Nord si è autosospesa, non fanno il tifo, non entrano in casa ne in trasferta. Situazione che ha creato una bella spaccatura fra gli ultras ed il resto dei tifosi che vorrebbero incitare la squadra. A tutt’oggi la situazione è in evoluzione e non si vedono soluzioni all’orizzonte.
Rapporti. Non buoni, come già sapete tutti. Quello che non tutti sanno è che gli atalantini sono stati l’unica tifoseria a profanare la nostra curva: nel 1988 al termine di Padova-Atalanta, centinaia di bergamaschi caricarono i nostri sotto la Curva Nord dell’Appiani e, sbaragliata l’eroica ma pur sempre debole resistenza dei nostri, entrarono dentro, ricacciati solo dalla celere e per fortuna senza portarsi via nessun bottino! In seguito altri incontri poco amichevoli con loro ci furono nella Coppa Italia 1991 (quando per poco non lasciavano giù lo striscione delle BNA) e sopratutto ad Alzano nel 2008 quando si impossessarono dello striscione “Vecchia Padova”. Sono comunque una tifoseria rispettata al di la dell’odio che si può provare.

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27 OTTOBRE 2010: UDINE

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27 OTTOBRE 2010: UDINE

Postato il 26 ottobre 2010 by La Padova Bene

La città. Udine è una città di circa 100.000 abitanti, con un’area urbana di 175.000 abitanti e capoluogo storico della Regione Friuli. La città sorge ai piedi di un colle che secondo la leggenda venne edificato da Attila per ammirare la città di Aquileia da lui stesso incendiata. In realtà i primi insediamenti urbani in zona risalgono al Neolitico, e vide accrescere la propria importanza in seguito al declino delle vicine Aquileia e Cividale. Fra il 1000 ed il 1200 divenne il centro commerciale più importante della regione, ma intorno al 1511 cominciò il declino con lo scoppio di una sanguinosa guerra civile che si estese presto a tutto il Friuli. Nei giorni successivi ci pensò anche un disastroso terremoto che sviluppò numerosi incendi ed il crollo del castello cittadino, quindi subito dopo arrivò la peste a peggiorare ulteriormente le cose.
Sotto il dominio della Repubblica di Venezia dal 1420 al 1797 Udine divenne la seconda città della Repubblica per importanza , alla parentesi francese dovuta alle campagne napoleoniche seguì il passaggio al Regno Lombardo-Veneto sotto l’Impero austriaco dopo la Restaurazione ed infine l’annessione al Regno d’Italia nel 1866.
Durante la prima guerra mondiale Udine fu, fino alla disfatta di Caporetto, sede dell’alto comando italiano, tanto da ricevere l’appellativo di “capitale della guerra”. Nel primo dopoguerra divenne capoluogo della Provincia del Friuli, che comprendeva l’allora provincia di Gorizia (fino al 1927), e le attuali province di Pordenone (fino al 1968) e Udine. Dopo l’8 settembre 1943 venne posta sotto la diretta amministrazione del III Reich che cessò con la fine dell’occupazione tedesca nell’aprile 1945. La curiosità maggiore riguarda il dialetto di Udine, che in realtà è una vera e propria lingua: il Friulano (Furlàns), tutelata dallo stato italiano con la legge L.482/1999 sulle minoranze storiche e linguistiche. Si tratta di una lingua appartenente al gruppo occidentale delle lingue neolatine, il gruppo delle cosidette lingue Ladine: in pratica una lingua neolatina con influenze tedesche e slovene. Per chi ha qualche anno in più, ed ha svolto il servizio militare in Friuli (era un classico!) si sarà reso conto che a Udine città la gente parla in maniera tutta sua, mentre per esempio nel pordenonese (ma anche verso Gorizia e Trieste) si parla praticamente in Veneto!
La squadra. L’Udinese Calcio è senza dubbio la squadra con la più lunga tradizione della nostra zona, oltre a una delle più antiche d’Italia essendo nata nel 1896. Inizialmente era una sezione della Società Udinese Ginnastica e Scherma, fino al 1911 quando venne iscritta per la prima volta alla FIGC come Associazione Calcio Udinese. Nel 1922 sfiorò la vittoria della prima Coppa Italia, sconfitta in finale dal Vado per 1-0. L’anno successivo arriva anche la scissione, e l’AS Udinese (ovvero le sezioni ginnastica e scherma) si staccano dall’attuale AC Udinese (la sezione calcio). Quest’ultima rischia seriamente di sparire per debiti,  ma verrà salvata dall’allora presidente che pagò i debiti vendendo alcuni suoi quadri. Per qualche anno partecipa ai vari campionati regionali con scarso successo, fino all’istituzione dei tornei a girone unico, quando l’Udinese vincendo il suo girone di Prima Divisione viene promossa in serie B. Appena due anni dopo tuttavia ritorna mestamente in Prima Divisione (che nel 1935 cambierà nome in serie C) e ci rimane fino alla fine degli anni ’30. Retrocessa in serie C nel dopoguerra, l’Udinese fa il grande salto e nel 1949/50 ottiene la sua prima storica promozione in serie A. Nel 1954/55 arriva addirittura al secondo posto dietro al Milan ma verrà retrocessa in serie B per un’illecito sportivo commesso due anni prima, per ritornare immediatamente nella massima serie… Negli anni ’60 comincia il declino: prima il ritorno in serie B nel 1962 e poi addirittura la serie C due anni più tardi. Per quindici anni l’Udinese rimarrà confinata in terza serie e solo nel 1977/78 tornerà in serie B vincendo fra l’altro quell’anno la Coppa Italia di Serie C e la Coppa Anglo-Italiana. Nel frattempo, nel 1976, la vecchia AC Udinese si era sciolta ed il suo posto era stato preso da una società per azioni, l’attuale Udinese Calcio. Appena un anno dopo la promozione in B del 1978, l’Udinese bissa il successo ed approda nuovamente in serie A. Il primo anno la squadra friulana si piazza al penultimo posto, ma viene ripescata in seguito allo scandalo del Totonero che vede retrocedere d’ufficio in serie B Milan e Lazio. L’anno dopo arriva una salvezza sofferta, grazie alla vittoria sul Napoli nell’ultima di campionato. I campionati successivi sono all’insegna della tranquillità, fino al 1983 quando a Udine sbarca il brasiliano Zico (all’epoca era considerato il miglior giocatore del mondo assieme a Maradona). In quella stagione i friulani fecero anche il record di abbonamenti (oltre 26.000!) e le 19 reti dell’asso brasiliano non portano cmq l’Udinese al traguardo dell’Europa (sfumato per soli due punti). Nei due anni successivi la squadra viene smantellata e lo stesso Zico dopo una stagione in chiaro/scuro torna in Brasile. Nel 1986 arriva l’attuale presidente Giampaolo Pozzo, e si trova subito una brutta tegola: in seguito all’indagine-bis sul totonero l’Udinese viene retrocessa in serie B d’ufficio, in seguito verrà ripescata ma penalizzata di nove punti. Nove punti che si faranno sentire nella stagione 1986/87 che vede il ritorno in B dei friulani (senza quei nove punti l’Udinese si sarebbe salvata!). Tornata in A nel 1988/89, retrocede subito e viene penalizzata di altri cinque punti nell’estate 1990. Ed anche questa volta la penalizzazione sarà vincolante ai fini del ritorno in A. Tornata nella massima serie nel 1992, l’Udinese si salva il primo anno dopo lo spareggio col Brescia, per poi retrocedere mestamente l’anno successivo, nonostante una grande quanto inutile rimonta nel girone di ritorno… Un altro anno di cadetteria e la nuova promozione del 1995: da allora l’Udinese è una presenza fissa nella massima serie! Seguono una serie di stagioni brillanti, con la qualificazione alla Coppa Uefa del 1997, il terzo posto dell’anno successivo (contro l’Inter di Moratti e la Juve di Moggi… in un paese normale quell’Udinese avrebbe vinto lo scudetto!) ed una serie di salvezze tranquille quando non anche qualificazioni alle Coppe Europee centrate in serie, fino ad oggi.
Lo stadio. lo Stadio “Friuli” di Udine, inaugurato nel 1976 in sostituzione dello Stadio Moretti, che è stato demolito ed al cui posto sorge un parco urbano. Progettato dall’ingegnere udinese Giuliano Parmegiani, dispone di 41.652 posti a sedere ed è considerato come uno dei più riusciti impianti dal punto di vista estetico. Lo stadio è situato a nord-ovest della città nel quartiere dei Rizzi, in una posizione abbastanza periferica. Particolare dello Stadio Friuli e simbolo di questo impianto è il maestoso arco, che con i suoi 33 metri di altezza alla sommità fa da tetto alla tribuna. Lo stadio è molto accessibile in quanto vicino alla tangenziale e all’autostrada A23; inoltre, essendo situato in periferia e non in centro città come nel caso di molti stadi in Italia, i lavori di adeguamento alle norme Pisanu-Amato sono stati molto più facili. Peraltro, è uno degli impianti più sicuri in Italia e in Europa, tanto che al Friuli si utilizzano le forze dell’ordine solo nelle partite di cartello che richiamano allo stadio numeroso pubblico. Il sistema di videosorveglianza, installato un anno e mezzo fa, permette una copertura totale dell’impianto sportivo. La volontà del presidente dell’Udinese Giampaolo Pozzo è quella di operare una profonda ristrutturazione dell’impianto, eliminando la pista di atletica quasi mai utilizzata ed avvicinando gli spalti al campo, per offrire agli spettatori una visibilità migliore. Lo stadio verrà inoltre interamente coperto e dotato di spazi per la ristorazione, aree ricreative e negozi che lo rendano fruibile 7 giorni su 7 alla settimana. In occasione dell’inaugurazione del nuovo megaschermo, Pozzo ha fissato come data di inizio dei lavori giugno 2011. Dureranno 3 anni ed interesseranno nell’ordine la curva Nord, i distinti e la curva Sud.
La tifoseria. I primi ultras a Udine nascono intorno al 1976 con i Black and White Superstars. Nel 1979 nascono gli Hooligans Teddy Boys, ragazzi del quartiere popolare che sorge intorno a Via Riccardo, gruppo che farà la storia del tifo bianconero e che ancora oggi è presente sulle gradinate del Friuli. Verso la fine degli anni ’80, la nuova promozione in serie A unitamente all’entusiasmo che in quel periodo la gioventù italiana manifestava per quello che era il movimento ultras di quegli anni vide nascere nuovi gruppi. Uno in particolare lascerà un profondo segno nella Nord di Udine, influenzandone la mentalità: i Nord Kaos.  Ma in quel periodo vide la luce anche la Brigata Ultrà (che fra l’altro vantava una sezione molto attiva a Conegliano, al seguito anche della Benetton Treviso), altro gruppo innovativo e pronto allo scontro, che peraltro si sciolse intorno alla metà degli anni ’90 in seguito alla morte del loro capo storico Paolo “Il Pazzo”, tuttora ricordato dai reduci del gruppo che portano lo striscione “Ubi Nos Ibi Paolo”. Con gli anni ’90 ed il conseguente approdo ai lidi europei, altri gruppi di ragazzi nacquero al seguito delle zebrette: gli Ultras (della zona di Pordenone), i Supporters (Bassa Friulana) ma soprattutto i Friulani al Seguito (gruppo che per primo portò un modo di tifare “all’inglese” in curva distanziandosi nettamente dalla politica). Tuttavia l’entusiasmo degli ultimi anni è andato via via scemando in seguito allo scioglimento dei Nord Kaos ed al ridimensionamento di un pò tutti i gruppi in seguito all’entrata in vigore del decreto Amato… La Curva Nord di Udine oggi vanta uno zoccolo durissimo di ragazzi sempre presenti in casa ed in trasferta, ma numeri effettivamente bassi per una squadra che bazzica da un decennio l’Europa. Gemellati dei vicentini (ma guarda un pò…) ed amici di Werder Brema, Roma e Genoa.
Rapporti. Tutt’altro che buoni. Dopo un periodo in cui si parlava di un’amicizia in chiave anti-Trieste nella seconda metà degli anni ’80 e fino alla metà degli anni ’90 divenne una rivalità abbastanza sentita. Oggi è un’antipatia un pò scemata visto che non ci si incontra da quattordici anni, in più fra membri delle due curve ci sono stati anche rapporti di amicizia. “Rivalità scemata” non vuol dire “amicizia”, quindi è consigliabile avere gli occhi un minimo aperti. Degli episodi che hanno contraddistinto le due tifoserie invece non voglio parlarne, visto che di “favole” ne ho sentite fin troppe (soprattutto da parte loro, non me ne vorranno i diretti interessati). Alla fine, chi era presente sa quale è la realtà dei fatti…
Per ultimo voglio ricordare Matteo, ragazzo dei Nord Kaos che studiava a Padova e che ebbe modo di stringere amicizia con molti ragazzi della curva biancoscudata, in particolar modo della Juventude. Un tragico destino lo ha strappato alla sua vita nel settembre del 2003, e venne ricordato anche dalla tifoseria biancoscudata con uno striscione e cinque minuti di silenzio nella partita successiva.

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2 OTTOBRE 2010: PIACENZA

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2 OTTOBRE 2010: PIACENZA

Postato il 01 ottobre 2010 by La Padova Bene

La città. Piacenza è una città di poco più di 100.000 abitanti, situata sul confine fra l’Emilia e la Lombardia. Il suo territorio era stato abitato nell’antichità da stirpi liguri, e successivamente da Etruschi prima e Celti poi; ma la città vera e propria venne fondata dai romani intorno al 218 a.C. ed in seguito all’eroica resistenza opposta ad Annibale durante la seconda guerra punica, divenne un importante municipio romano con forte incremento di tutte le attività produttive. Fu proprio qui che si concluse il ciclo storico dell’Impero Romano d’Occidente, con l’uccisone del Generale Flavio Oreste e la deposizione dell’ultimo imperatore Romolo Augustolo ad opera del Re degli Eruli, Odoacre. Durante il Medioevo venne saccheggiata e ricostruita in seguito alle invasioni barbariche. Riuscì a risollevarsi sotto il dominio dei Longobardi ed ancor di più successivamente, quando arrivarono i Franchi intorno al IX secolo. Città dai forti sentimenti papisti, nel 1095 divenne il luogo di partenza per la Prima Crociata indetta da Papa Urbano II. Divenne libero comune nel 1126 ed entrò poi a far parte della Lega Lombarda che combattè contro Federico Barbarossa. Fu in quel periodo che, dopo una serie di guerre con i comuni confinanti di Cremona, Pavia e Parma, riuscì ad ottenere il controllo per le vie commerciali di Genova. Fra il XII ed il XIII secolo l’attività agricola e mercantile portò ad un ulteriore arricchimento urbanistico della città. Nel 1336, dopo un lungo assedio, capitolò nelle mani dei Viscontei e vi rimase fino al 1447 quando cadde nelle mani degli Sforza e vi rimase fino al 1499. Tutte queste lotte lasciarono un’eredità di profonde spaccature nel tessuto sociale cittadino fra guelfi e ghibellini. Successivamente rimase sotto il dominio francese fino al 1521, quindi rimase per un breve periodo sotto lo Stato Pontificio, divenendo poi capitale del Granducato di Piacenza e Parma sotto la famiglia Farnese. Nel 1732 venne ceduta ai Borboni in seguito alle nozze fra Elisabetta Farnese e Filippo V di Spagna. In seguito fu sede di una delle più aspre battaglie fra le truppe Austro-sarde da una parte e franco-borboniche dall’altra. Quindi nel 1802 venne annessa all’Impero Francese di Napoleone, che la depredò di numerose opere d’arte tutt’oggi custodite nei musei d’Oltralpe, mentre nel 1816 la città conobbe un nuovo impulso con sotto il governo di Maria Luigia d’Austria, figura a cui i piacentini all’epoca erano molto devoti. Nel 1848 la popolazione con un plebscito votò in massa a favore dell’annessione al Regno d’Italia, e la città venne nominata “Primogenità dell’Unità d’Italia”. Durante la seconda guerra mondiale venne distrutta dai bombardamenti alleati, mentre oggi è una delle tante città della Valle Padana, provinciale e molto benestante.
La squadra. Il Piacenza Football Club nacque nel 1919 dopo vari tentativi susseguitisi dall’inizio del secolo. Conquistò la serie B fin dall’inizio dei tornei a girone unico, per poi retrocedere in C all’inizio degli anni ’40 e vivere una lunga odissea fra C1 e C2 fino al 1983 (fanno eccezioni due sole stagioni di serie B, 1968/69 e 1974/75) quando la società venne rilevata dall’Ingegner Leonardo Garilli. Subito la squadra conquistò la promozione in C1 e nel 1985 perse lo spareggio di Firenze contro il Vicenza per accedere alla serie B (successivamente si scoprì che quella partita era stata condizionata dall’allora presidente del Vicenza nell’ambito delle indagini sul calcio scommesse). Due anni più tardi però la promozione arrivò, anche se nonostante le ambizioni societarie la cadetteria durò solo due stagioni. Il ritorno in C1 ed una nuova promozione, nel 90/91, con Gigi Cagni in panchina. Un anno di assestamento in B e poi la storica promozione in serie A, ottenuta al termine della stagione 1992/93. Quel Piacenza, costituito esclusivamente da giocatori italiani, fu una mezza rivelazione anche nella massima serie, e solo una serie di ingiustizie arbitrali ed ambientali gli impedirono di cogliere quella che sarebbe stata una meritatissima salvezza (clamorosa la vittoria della Reggiana a San Siro contro un Milan imbottito di riserve, che condannò il Piacenza alla retrocessione). Dopo un solo anno di B, dominato, il Piace tornò nella massima serie per rimanervi pur con qualche difficoltà fino al 2000. La squadra faceva notizia sopratutto per essere l’unica costituita esclusivamente da giocatori italiani, questo fino alla stagione 2000/01. Da allora, un’altro paio di stagioni in serie A fino alla retrocessione del 2003. Da allora il Piacenza ha sempre militato in cadetteria collezionando una serie di campionati senza infamia e senza lode.
Lo stadio. Lo stadio comunale Leonardo Garilli venne costruito nel 1969, per essere ampliato nel 1993, quando passò da 12.000 posti agli attuali 21.668 (di cui 60 posti per la tribuna stampa), dopo la promozione in serie A. Precedentemente lo stadio piacentino veniva chiamato “Galleana”, dal nome del quartiere dove è situato. Dal gennaio 1997 è intitolato alla memoria dell’Ingegnere Leonardo Garilli (scomparso il 30 dicembre 1996), al quale i tifosi piacentini e l’intera piazza della città del confine emiliano-lombardo devono molto per la dedizione e la competenza dimostrate nel ruolo di presidente del Piacenza Calcio.
La tifoseria. I primi ultras a Piacenza videro la luce intorno al 1974 con la nascita del Commando Ultrà nella Curva Sud del Galleana. Nei primi anni fu tutto un brulicare di gruppi e di attività, tanto che vennero alla luce anche gli Ultras, i Boys ed i Kamikaze Biancorossi. Nel 1976/77 i quattro gruppi vennero riuniti dietro lo striscione Red Eagles. A quel tempo la tifoseria piacentina era su posizioni sinistroidi e forti erano le rivalità campanilistiche con Cremonese, Reggiana e Parma; mentre nacque uno dei pochi gemellaggi che hanno fatto la storia della tifoseria biancorossa: quello col Modena. Nel 1981 la tifoseria si trasferì in Curva Nord e dalla stagione 1983/84 la Nord intera si fuse sotto la denominazione di “Ragazzi della Nord”, affiancati da “I Ragazzi dell’Infrangibile” (nomignolo di un popolare e famigerato quartiere della periferia cittadina) e dalla Fossa dei Leoni. Nel frattempo, negli anni in cui si lottava per la serie B, la curva crebbe ulteriormente cominciando a tirar su anche ragazzi della provincia. Nel 1986/87 i Ragazzi della Nord si sciolsero e dalle loro ceneri nacque la Legione Gotica, forse più di ogni altro il gruppo che ha lasciato un’impronta pesante a Piacenza. Molti altri gruppi affiancarono in questi anni la Legione, lasciando ciascuno un’impronta, chi importante chi meno: Hell’s Angels, Viking e Redskins (tutti del quartiere Infrangibile), Legione Alcoolica, Hooligans Codogno, Boys, Mods Bassa Padana, Noise Group, Gruppo Deciso, ma sopratutto la Brigata Farnese che rappresentò forse l’alternativa più valida alla Legione, ma durò pochi anni sciogliendosi nella stagione 1992/93. Nei primi anni ’90 i piacentini si fecero anche una discreta fama, nonostante il numero esiguo: celebri gli scontri con i bresciani in campo nel 1992 durante la partita che consegnò la serie A alle Rondinelle; e l’anno successivo nel derby con la Cremonese, in un clima da paura (addirittura le gradinate della curva ospiti vennero cosparse di colla la notte prima della partita!). Nell’anno della promozione in A nacque un altro gruppo che fece la storia del tifo a Piacenza: la Sparuta Presenza. In quel periodo anche la città si risvegliò: 6.000 tifosi seguirono la squadra nel derby a Cremona, 3.000 a Modena e nella partita che sanciva la promozione in A in 300 piacentini si presentarono a Cosenza. Con la serie A la Legione Gotica completò il suo regno con uno splendido, gigantesco striscione a tutta curva: Legione Gotica Curva Nord. Fu il canto del cigno: nel 1994/95 da una “spaccatura” della Legione nacquero gli Official Supporters e nel giro di due anni presero in mano la curva facendo sciogliere la Legione. La curva, che già da qualche anno stava cambiando connotazione politica strizzando decisamente l’occhio alla destra ed alla Lega, si politicizzò di brutto: a volte sembrava che i nuovi gestori pensassero più a mantenere l’immagine politica che non a colorare la curva. Sempre in serie A da ricordare il gemellaggio con gli juventini. Ma il vuoto lasciato dalla Legione non si è forse mai colmato, e negli anni successivi la curva andò svuotandosi sempre di più. Si mise inoltre un’altro fenomeno di traverso: la repressione sempre più galoppante. Nel 1997/98 un pullman intero di piacentini venne diffidato in seguito agli scontri con i bresciani in autogrill. Verso la fine del millennio, più volte il tifo piacentino risultò assente in quanto tutti i suoi maggiori rappresentanti erano diffidati. Nel 2003 si sciolsero sia gli Official Supporters sia la Sparuta Presenza: di fatto non esistevano più gruppi veri e propri. Si tentò un nuovo esperimento con lo striscione unico “Piacenza 1919″, naufragato in seguito all’entrata in vigore del Decreto Amato. Negli ultimi anni si sono fatti notare spesso e volentieri i ragazzi di Nuove Leve Vecchie Maniere, animati da idee nuove e dallo stile casual.
Rapporti. Piuttosto tesi negli anni ’80 e nei primi anni ’90 (quando fra l’altro ad alcuni ragazzi di Padova fu sottratto uno striscione), ultimamente il rapporto è scivolato un pò nell’indifferenza, e c’è qualche esponente delle due curve che si conosce bene.
Trasferta. La Fattori si muoverà con mezzi propri. Si invitano tutti i tifosi biancoscudati ad essere al casello di Piacenza per le 13.

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