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ROMANZO DI UNA STRAGE

Postato il 28 aprile 2012 by La Padova Bene

Ci sono film che nei cinema durano poco, ne senti parlare pochissimo e non verranno mai trasmessi in televisione, se non in seconda o terza fascia. E’ il caso di Diaz per esempio. Ma anche di “Romanzo di una strage”. Sono film scomodi, che rischiano di far aprire gli occhi a molta gente su alcuni spaccati della storia del nostro paese che invece lo stato vorrebbe sepolti. E che gli italiani stessi preferiscono non ricordare: non a caso mentre mezza Europa si incazza e scende per strada, da queste parti spopolano i cinepanettoni, i “Natali in figadellamadonna”, i grandi fratelli, le isole dei famosi. Non è un caso, c’è un progetto preciso secondo il quale la gente, gli elettori, il cittadino medio, meno cose sanno e meglio è.

Eppure certi libri e certi film dovrebbero essere non solo alla portata di tutti, ma anche proiettati nelle scuole. Alle medie, per tre anni di seguito mi hanno costretto a vedere “Il Diario di Anna Frank”, alle superiori per due volte “Schindler’s List”; e con me a molti altri, col risultato che hanno prodotto una generazione di “antisemiti per sfinimento”. Eppure non si conosce la storia di casa nostra, ciò che è successo pochi anni fa, quando eravamo piccoli e non possiamo ricordare. E che i nostri genitori non ci possono raccontare con obiettività perchè male informati.

“Romanzo di una strage” è uno di quei film che andrebbero proiettati nelle scuole. Parla di un evento che ha sconvolto la vita del paese, ma di cui si cerca sempre di parlare molto poco, o di parlarne a comodo: la strage di Piazza Fontana a Milano! Dopo piazza Fontana l’Italia non sarebbe più stata quella di prima.

Milano, 12 dicembre 1969. Alle 16,37 in piazza Fontana un’esplosione devasta la Banca Nazionale dell’Agricoltura, ancora piena di clienti. Muoiono diciassette persone e altre ottantotto rimangono gravemente ferite. Nello stesso momento, scoppiano a Roma altre tre bombe, un altro ordigno viene trovato inesploso a Milano. E’ evidente che si tratta di un piano eversivo. La strage di Piazza Fontana inaugura la lunga stagione di attentati e violenze degli anni di piombo. Attorno a questa storia si svolge la vicenda del commissario Calabresi, dirigente dell’Ufficio Politico della Questura di Milano, chiamato in prima persona ad occuparsi della strage, che rimane coinvolto suo malgrado nella misteriosa morte di Pinelli, un anarchico con cui aveva un rapporto cordiale che finisce giù dal secondo piano della questura durante un interrogatorio. Le polemiche che ne seguiranno, ed il tentativo degli organi statali di insabbiare il tutto, porteranno Calabresi ad indagare per conto proprio, lasciando perdere la pista anarchica e finendo per seguire sempre più quella degli estremisti di destra veneti Freda e Ventura. Scoprirà che la bomba serviva per favorire un colpo di stato programmato dal Principe Valerio Junio Borghese, bloccato da Aldo Moro che prima di tutti aveva capito lo sporco gioco e si era impegnato a non divulgare notizie purchè il governo Rumor non si piegasse mai alle richieste provenienti da più parti di “svolta autoritaria”.

Nel corso della sua vicenda, Calabresi si troverà a destreggiarsi fra l’indifferenza dello stato che tenta di mettergli i bastoni fra le ruote e le minacce dell’estrema sinistra; e quando finalmente sembra essere giunto alla conclusione giusta, ecco un colpo di scena: un misterioso personaggio arriva a proporgli di lavorare per lui, a Roma. Calabresi rifiuta, e gli espone la sua idea circa l’attentato di Piazza Fontana. Il misterioso personaggio bolla le supposizioni di Calabresi come “fervida immaginazione”, ma in realtà rilancia proponendo una sua teoria che si affretta a definire “una favola” facendo in realtà ben capire che un fondo di verità c’è: le bombe in Piazza Fontana erano due, una posizionata dai neofascisti per incolpare gli anarchici e che sarebbe dovuta esplodere in piena notte senza far danni; l’altra posizionata da gente “molto più in alto”, gente ammanicata con la Nato e gli americani che aveva saputo sfruttare bene i neofascisti veneti e che temeva una “svolta comunista” in Italia (in quegli anni il PCI era il secondo partito del paese) arrivando al punto di progettare un sanguinoso attentato che portasse ad un colpo di stato per ripristinare la dittatura fascista. Almeno nel loro progetto. Ma “sono solo favole” come dice il misterioso personaggio…

Dopo questa vicenda Calabresi abbandonerà la polizia andando a lavorare per il padre della moglie. Una mattina, mentre si trova al lavoro, viene assassinato a colpi di pistola da militanti di Lotta Continua. Il resto è storia nota.

Il film tuttavia non si limita a illustrare avvenimenti storici: a me personalmente ha dato da pensare su quanto non solo la strategia della tensione, ma pure l’eterna divisione degli italiani fra destra e sinistra abbia fatto molto comodo e faccia molto comodo tutt’ora a chi detiene il potere. Potere che in questo caso non significa “comandare il governo” ma bensì “sedere a Montecitorio”, anche all’opposizione. Lo dicevano i romani, “dividi et imperat”, era quando mai attuale negli anni settanta e lo è anche in questi giorni, quando di fronte a una classe politica che ha perso il benchè minimo senso della dignità (sono molto lontani gli anni ’70, quando al limite certi comportamenti potevano essere classificati come “ragion di stato”!) e con gli italiani assolutamente incapaci di alzare la testa proprio perchè popolo profondamente diviso. Su Piazza Fontana lo stato o chi per esso ha saputo giocare con tutte le vite dei protagonisti in gioco: gli anarchici, accusati ingiustamente della strage; i neofascisti, usati come manovalanza e le vittime della bomba, la carne da macello. Direi che è quanto mai indicativo di come funzionino in realtà le cose in Italia.

Andatelo a vedere. Anche se è un pò un mattone, in realtà merita…

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SCONVOLGENTE!

Postato il 16 aprile 2012 by La Padova Bene

Dopo aver visto oggi pomeriggio il film “Diaz” sui fatti accaduti nell’omonima scuola che ospitava i manifestanti per il G8 di Genova 2001, potrei riassumerlo con una sola parola, che è quella indicata nel titolo…

Solo un film in tutta la mia vita mi ha fatto provare le stesse medesime sensazioni, un misto di ribrezzo e di odio allo stesso tempo: Bloody Sunday! E se avete visto quest’ultimo film, potete ben capire di cosa tratta nello specifico Diaz…

“Bloody Sunday” è una pellicola sul massacro di Derry nel 1972, che mostra i parà inglesi aprire il fuoco su una folla di manifestanti irlandesi per i diritti civili uccidendo ben 26 persone, fra cui giovanissimi, anziani, gente pacifica. Quando lo vidi provai autentico schifo, si parla ormai di dieci anni fa. Diaz mi ha fatto riprovare le stesse identiche precise situazioni, con la differenza che non si è trattata di un’operazione militare in una zona in cui è in corso una guerra civile come era l’Irlanda del Nord nel 1972 (fermo restando che quanto accaduto nel giorno del Bloody Sunday rimane ingiustificabile), ma di una situazione di ordine pubblico in un paese almeno teoricamente “democratico”. Di quanto sia “civile” e “democratica” la polizia italiana invece ne ha avuto prova all’epoca tutto il mondo, e non hanno fatto nulla per smentirsi nemmeno dieci anni dopo. Lo potete vedere voi stessi da questo documento, tentativo quanto mai patetico di far scivolare “Diaz” nell’indifferenza:

Chiaramente il silenzio è tutto nell’interesse delle forze dell’ordine: la scuola Diaz fu un autentico massacro, una “macelleria messicana” come la definì Michelangelo Fournier, uno dei pochi agenti che ebbe il coraggio (tardivo) di denunciare il comportamento dei colleghi, fuori non solo da ogni legge ma pure da ogni grazia di Dio. A più di dieci anni di distanza quindi, l’atteggiamento del governo e della polizia italiana non è mai cambiato: ancora oggi ci sono troppi segreti da nascondere, troppe persone importanti implicate, troppi agenti che nonostante le barbarie perpetrate continuano a svolgere regolare servizio…

Ma torniamo al film: la pellicola è una ricostruzione dei giorni del G8, e sopratutto dei fatti accaduti alla scuola Diaz, ricostruiti dalle numerose testimonianze dei presenti, fra cui lo stesso Fournier. Si parte dalla morte di Carlo Giuliani, avvenuta in Piazza Alimonda. E da li ci si snoda fra i vertici delle forze dell’ordine e quelli del Genoa Social Forum. In mezzo, le vicende personali di alcuni ragazzi: Luca, giornalista della Gazzetta di Bologna che decide di partire per Genova subito dopo la morte di Carlo Giuliani per vedere di persona quanto succede; Alma, una ragazza tedesca che ha partecipato agli scontri e che, sconvolta dalle violenze a cui ha assistito, decide di occuparsi dei ragazzi dispersi insieme agli avvocati del Genoa Social Forum fra i quali c’è anche Marco, uno degli organizzatori più in vista; Nick, un manager che si occupa di economia solidale e che arriva a Genova per seguire il seminario dell’economista Susan George; Anselmo, un vecchio militante della CGIL in pensione che ha preso parte ai cortei dell’anti G8; Etienne e Cecile, due anarchici francesi che hanno preso parte agli scontri in cui è morto Carlo Giuliani; Bea e Ralf, due ragazzi tedeschi di passaggio che hanno deciso di fermarsi alla Diaz per riposare prima di ripartire; Max, vicequestore aggiunto del Reparto Mobile di Roma, che non vede l’ora di tornare a casa da moglie e figlia. Tutti i loro destini si incroceranno in quei giorni. Insieme a tante situazioni strane, ambigue…

C’è una colonna di auto della polizia che gira in perlustrazione per le strade di una città esasperata. Fa un giro strano, molto strano, tanto che viene da domandarsi anche ad una poliziotta per che motivo ha fatto quel giro li: passa davanti la Diaz, viene circondata dai manifestanti al grido di “Assassini”, un ragazzo gli tira addosso una bottiglietta di vetro che si infrange sull’asfalto senza nemmeno toccare il terreno. Questa bottiglietta diventa una molotov, e questa manifestazione di “intolleranza” diventerà una pericolosa aggressione. Un’aggressione che scatenerà la “necessità” di fare irruzione alla Diaz, per catturare alcuni “pericolosi” anarco-insurrezionalisti che si erano barricati all’interno. Decisione presa da un misterioso personaggio inviato a Genova dal governo. La soluzione di evacuare la scuola mediante l’uso di lacrimogeni con i quali “nessuno si sarebbe fatto male” (il che poi è tutto da vedere, vista la natura tossica dei lacrimogeni al CS utilizzati proprio al G8) viene naturalmente scartata a priori: bisogna mostrare i muscoli! Il resto guardatevelo al cinema, compresa la “democratica” sospensione di ogni diritto umano nella caserma di Bolzaneto a cui viene dedicato ampio spazio.

Per me il film è un capolavoro, e ne consiglio la visione. Dirò di più: è stato molto coraggioso il regista Daniele Vicari a fare un film del genere in un paese come l’Italia. Si perchè proprio a partire da quel 2001 a Genova, l’Italia è cambiata (non che prima fosse diverso il comportamento della polizia e della celere, basterebbe chiedere ai ragazzi delle curve, solo che diciamo così era un pò più “nascosto” ed in molti ti dicevano che dalla polizia non avevi nulla da temere… molti te lo dicono ancora adesso, ma purtroppo in questo paese ci sono anche tanti perfetti deficienti che non vogliono vedere nè capire nulla che sia all’infuori del Grande Fratello ed affini…) ed è entrata “a spinta” nella globalizzazione: da quel momento qualsiasi forma anche sociale “non allineata” è stata brutalmente repressa (in primo luogo proprio i ragazzi delle curve, per i quali i diritti umani e civili non hanno mai contato un cazzo e che anzi si sono trovati a fare da “cavie da laboratorio” molto prima dei manifestanti di Genova…), qualsiasi forma di dissenso è diventata illegale. Peggio, è diventata “comunista”! Sei contrario alla globalizzazione? Sei comunista! Sei contro il governo Berlusconi? Sei comunista! Sei contro all’idea di un mondo in cui la ricchezza sia nelle mani di pochi che tengono appesi i “molti” per le palle attraverso la precarietà e lo sfruttamento indiscriminato sul posto di lavoro? Sei comunista! La stessa opinione pubblica è stata costretta a prendere posizione: o dalla parte dei “forti” senza se e senza ma, o passare da comunisti quando non anche da anarco-insurrezionalisti se ci si poneva qualche domanda. E una delle scene finali, con un passante che chiede a uno degli organizzatori “Che cosa avete combinato voi con il vostro G8?” è quanto mai emblematica di ciò.

Io che comunista non lo sono mai stato però delle domande me le faccio: per esempio, quando vedo le mie città invase da loschi commercianti cinesi che si comprano tutto un pezzo alla volta ed in contanti, quando vedo ragazzi della mia età che lavorano tre mesi si e tre mesi no, quando vedo gente che col suo stipendio riesce a malapena a pagarsi il mutuo della casa, quando vedo imprenditori che si suicidano e quando mi “godo”i frutti di questa crisi che sembra non avere mai fine; allora mi chiedo se era questo il “mondo globalizzato” che avrebbe dovuto portare “maggior benessere e maggiori opportunità per tutti”. E la risposta me la da un film come Diaz, riproponendo situazioni che poi vado a verificare nella vita di tutti i giorni: per esempio la conferenza stampa “bulgara” della questura di Genova, in cui non viene risposto minimamente alle obiezioni mosse dai giornalisti (mi ricorda qualcosa…); per esempio il “no-global” che riceve la telefonata dal capo della Digos ed a precisa domanda sul fatto che ci fossero i black-block dentro la scuola Diaz risponde con un “può essere” ambiguo esattamente come il personaggio che dimostra di essere (oggi probabilmente fa l’assessore in qualche giunta del PD dalle parti sue…); per esempio il poliziotto che con un coltello si taglia apposta l’uniforme per simulare un tentativo di aggressione ricevuto dentro la scuola e poi durante l’intervista glissa con “Non mi sento un eroe…” (Domanda: ma Alessandro Roja deve sempre e per forza recitare il ruolo del pezzo di merda infame in qualsiasi fiction?); per esempio il poliziotto che se ne sta ben lontano dalla Diaz, in quanto “allergico” a certe scene, ed il cui compito è portare dentro la scuola due bottiglie molotov non prima di aver telefonato alla ragazza per dirle che “la porterà a vedere il concerto di Ricky Martin” o la ragazza che viene obbligata a pulirsi dal mestruo con un foglio di carta di giornale appallottolata da una poliziotta donna (e poi le donne si lamentano del mancato rispetto dei propri diritti quando molte di loro sono le prime a non rispettare nemmeno le loro simili!). L’Italia è cambiata, la polizia italiana no. Potete chiedere alle famiglie Sandri, Aldrovandi, Rassman, Uva, Scaroni e chi più ne ha più ne metta!

Andatelo a vedere.

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INTERVISTA AD ANONYMOUS ITALIA

Postato il 13 marzo 2012 by La Padova Bene

Fonte: Dalla Parte del Torto

Negli ultimi anni Anonymous ha fatto tanto parlare di sé. Il movimento che questo gruppo di persone che si autodefiniscono hacktivisti ha rapidamente interessato un po’ tutto il web. Ma cosa vogliono? Quali sono le idee che si celano dietro gli attacchi sferrati qua e là? Perché viene continuamente violata la sicurezza di importanti siti web? Ce lo spiega un esponente del movimento Anonymous Itala in un intervista rilasciata alla trasmissione di Italia Uno, Le Iene, la cui autenticità è testimoniata dal blog ufficiale di Anonymous Italia.

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ARRIVA “FACCIA D’ANGELO”, RITRATTO DEGLI ANNI DELLA MALA DEL BRENTA

Postato il 06 marzo 2012 by La Padova Bene

Fonte: Il Mattino di Padova

VENEZIA. Era stato timido, solitario e misterioso nel ruolo di Pietro, il giovane siciliano che arriva a Roma con l’unico grande sogno di fare l’attore nel nuovo atteso film di Ferzan Ozpetek. Ma dove denuncia magnifica presenza è recitando con atteggiamento sfrontato, buffonesco e aggressivo «Faccia d’angelo», nella miniserie Sky in cui interpreta il ruolo del protagonista, cioè il capo indiscusso della mala del Brenta Felice Maniero.
Inutile girarci attorno: Elio Germano, riconosciuto tra i talenti italiani attualmente più apprezzati a livello internazionale, premiato a Cannes nel 2010 con la Palma d’oro per «La nostra vita» di Daniele Luchetti, tra marzo e aprile non si potrà fare a meno di notarlo, mattatore in tre ruoli tra i più attesi della stagione. E non è tutto: è protagonista nei «Padroni di casa» di Edoardo Gabbriellini con cui Gianni Morandi, dopo una vita di assenza dal cinema, dall’epoca dei musicarelli, ha deciso di tornare sul set.
Il teatro che, dopo il clamore di Cannes, è stato una fuga rigeneratrice con il monologo «Thom Pain» è ora una consuetudine e una sfida continua: sta portando in giro per l’Italia la sua versione per un reading a due voci – Germano recita, Teho Teardo, il compositore preferito da Paolo Sorrentino, suona – di «Viaggio al termine della notte», scritto nel 1932 da un autore controverso come Louis-Ferdinand Celine.
Ma l’attesa è tutta riservata all’evento-fiction dell’anno, quando Germano si affaccerà in tv su Sky Cinema il 12 e 19 marzo protagonista di «Faccia d’angelo». Diretto da Andrea Porporati, autore anche del soggetto e della sceneggiatura – assieme ad Elena Bucaccio ed Alessandro Sermoneta – il film è stato girato nei luoghi delle imprese criminali di Maniero, che dalla metà degli anni Settanta è stato protagonista assoluto e quasi geniale di spettacolari rapine, sanguinosi assalti a banche e poste, traffico di armi, droga e gioco d’azzardo, tra Padova, Venezia, Mestre e la Slovenia.
Amante di macchine di lusso, yacht, belle donne e bella vita, e altrettanto spietato e feroce nelle imprese malavitose, al carismatico Maniero, viso glabro, tratti aggraziati, capelli a caschetto, Germano ha dato il suo volto cercando di rendere la complessità di un personaggio particolare.
E dalle prime anticipazioni, dal trailer che si può vedere in tv, il risultato è di grande impatto.
Altrettanto effetto fa il trailer del film di Ozpetek in uscita il 16 marzo, Magnifica presenza, dove Germano parla in siciliano nei panni di Pietro Pontechievello, un giovane pasticcere timidissimo con un grande sogno nel cassetto: diventare attore. Con lui nel film Paola Minaccioni, Beppe Fiorello, Margherita Buy, Vittoria Puccini, Cem Yilmaz, presenze imparruccate di un’altra epoca che trascineranno Germano in un mondo fantastico.

 

Da amante di “Romanzo Criminale”, non posso far altro che attendere con curiosità mista ad impazienza il momento in cui riuscirò a vedermi “Faccia d’Angelo” (non ho Sky e non ho intenzione di abbonarmi per ora, ho altre priorità!). Se la produzione è la stessa, il capolavoro è assicurato!

In particolare, vista la zona in cui vivo, la questione mi tocca anche da vicino: andando da Padova verso la Saccisica (la zona di Piove di Sacco) la presenza di Felice Maniero la si sentiva nell’aria un tempo, man mano che si attraversavano i vari paesi. Alcuni erano veramente loschi, ed i detti popolari lo confermavano: si diceva per esempio che a Legnaro si piantavano fagioli e crescevano fucili, e che a Sant’Angelo di Piove (autentica roccaforte) il cimitero era vuoto perchè morivano tutti in galera! Le storie poi conosciute crescendo ve le risparmio, ma chi conosce la zona sa bene di cosa parlo…

Vedendo il trailer il prodotto mi sembra ottimo. Ho solo una perplessità: Maniero che parla in dialetto veneziano! In realtà “Faccia d’Angelo” era originario di Campolongo Maggiore, ed il suo dialetto era più simile a quello che si parla nella Saccisica che non a Venezia. So che sembra una banalità, ma il Veneto è una terra molto particolare da questo punto di vista, e pur essendo vero che fra veneti ci si capisce (quasi) sempre, i dialetti cambiano non solo da città a città ma pure da paese a paese… Per esempio nel mio paese si parla un Veneto molto italianizzato, simile a quello di Padova città, proprio perchè gli abitanti del mio paese si sono sempre sentiti “cittadini” pur non essendolo a pieno titolo (e per questo anche un pò presi in giro da chi abitava nei paesi limitrofi…); nel paese successivo che è Legnaro si parla in tutt’altra maniera! Per capirci, un Felice Maniero che parla in veneziano è come dire un libanese o un freddo che parlano in ciociaro!

Cmq da vedere…

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PER TUTTI I SUBBUTEISTI DI PADOVA: O.S.C. VECIO APPIANI!

Postato il 04 marzo 2012 by La Padova Bene

Una buona notizia per tutti gli appassionati di Old Subbuteo di Padova e provincia: dopo una pausa di qualche anno, riapre il club “Vecio Appiani”!

Tale sodalizio era nato infatti nel 2009 per opera di tre amici (Massimo, Ale e Beppe) appassionati giocatori da una vita. Dopo un breve periodo di tempo l’attività del club si era sospesa per trasferirsi a Vicenza presso il club “Magnagati”, per poi riprendere  quando io ed un socio siamo entrati in contatto con i fondatori ed abbiamo deciso di riformare il club!

Viene definito Old Subbuteo il gioco nella sua versione originale, quindi niente Total Soccer, calcio da tavolo, basi piatte o derivati simili!

Per chi fosse interessato, ci ritroviamo il martedì sera presso il Cafè Tourquoise a Legnaro (PD) anche se a breve cambieremo sede. Tutti sono benvenuti. VIENI ANCHE TU A GIOCARE CON NOI!

 

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TRIBUTO A LUCIO DALLA

Postato il 01 marzo 2012 by La Padova Bene

Fonte: La Stampa

Choc nel mondo della musica e dello spettacolo. E’ morto Lucio Dalla. Era nato a Bologna, come aveva scritto in una delle sue canzoni più belle, il 4 marzo 1943.

Lo ha stroncato un attacco cardiaco a Montreaux, in Svizzera, dove si trovava per una serie di concerti. Il 4 marzo avrebbe compiuto 69 anni.

Il cantante bolognese sembrava fino a ieri in buone condizioni: infatti ieri sera aveva regolarmente tenuto il concerto che era in programma. L’ultima apparizione sugli schermi televisivi è stata al Festival di Sanremo presentato da Gianni Morandi. Sul palco dell’Ariston il cantautore si è esibito con il giovane Perdavide Carone che cantava «Nanì» accompagnandolo e dirigendo l’orchestra.

«L’ho sentito ieri sera, è vivissimo», continuava a ripetere al telefono poco fa Roberto Serra, bolognese amico storico di Lucio Dalla e fotoreporter di professione, che non voleva credere alle notizie che arrivano da Montreux. «Non è possibile, mi ha telefonato ieri sera, stava benissimo, ed era felice, tranquillo, divertito e in pace con se stesso».«Era contento per un’intervista che gli avevano fatto – ha cambiato verbo Serra quando è stato chiaro che l’amico fosse scomparso per un attacco cardiaco – e per il tour europeo che aveva appena cominciato. Diceva che era emozionante ritrovare i luoghi di un analogo tour di trent’anni fa e di trovare, pur nella diversità delle situazioni, la stessa positiva risposta di pubblico di allora. Era a Zurigo, Stava andando a Montreux, era felice». Il suo ultimo viaggio.

Dopo il festival di Sanremo, Lucio Dalla era impegnato da pochi giorni in un tour internazionale che avrebbe concluso il 30 marzo a Berlino. La tournee era cominciata a Lucerna il 27 ed era proseguita la sera successiva a Zurigo. Dopo la tappa di Montreux, in programma ieri sera, il tour prevedeva altre date tra cui Basilea, Berna, Ginevra, Lugano, Parigi, Dusseldorf, Amburgo, Brema, Francoforte, Lussemburgo, Stoccarda e Monaco, fino al tappa conclusiva a Berlino. In scena sempre.

Il tour seguiva la recente pubblicazione di ’Questo è Amorè, doppio cd contenente alcune perle nascoste della sua sterminata discografia, e la produzione e realizzazione di ’Nani« e altri racconti….’, il nuovo album di Pierdavide Carone. Il tour europeo era una consuetudine che si ripeteva dai primi anni ’80 a intervalli regolari e che poneva il cantautore tra gli artisti meglio radicati tra le preferenze delle platee europee più attente. Nei concerti Dalla interpretava i più grandi successi che l’hanno reso famoso in tutto il mondo e inserito a pieno titolo nella storia della musica italiana contemporanea: da ’Carusò a ’04/03/’43’, da ’Come è profondo il marè a ’Balla balla ballerinò, da ’L’anno che verra» a ’Futurà e ’Piazza Grandè.  Dalla era accompagnato da una band composta da Fabio Coppini alle tastiere, Bruno Mariani alle chitarre, Gionata Colaprisca
alla batteria e percussioni, Roberto Costa al basso, Marco Alemanno nella doppia veste di attore e di vocalist insieme ad Emanuela Cortesi.

Da oltre un decennio Luicio Dalla aveva preso casa sull’Etna, a Milo, e sulle pendici del vulcano il cantautore bolognese produceva un vino, in rosso e in bianco. Lo aveva battezzato «Lo Stronzetto dell’Etna» e gli era valso qualche riconoscimento della critica enologica. Lo scorso 4 agosto Dalla, davanti al «Castagno dei Cento Cavalli», albero tra i più antichi d’Europa, aveva tenuto una «lectio magistralis», su «Mito e leggenda tra passato e presente; la funzione pedagogica e sociale dell’immaginario fantastico». Introdotto dal poeta Angelo Scandurra, il cantante era stato accompagnato alla tastiera dall’artista Marco Alemanno che ha letto brani tratti da «Viaggio in Sicilia e a Malta» di J.Houel, «Ricordi del viaggio In Sicilia» di E. De Am icis, «Viaggio in Italia» di J. W. Goethe ed il «Polifemo innamorato» di Santo Calì. Dalla aveva concluso la serata con due ’mitichè canzoni del suo vasto repertorio musicale, «Itaca» e «4 Marzo 1943».

In questa triste giornata se ne va un grande artista, uno che ha saputo dare lustro e vanto all’Italia, che musicalmente in questi anni qui si fa ridere dietro sfornando porcherie come Le Vibrazioni o Marco Carta. La Redazione de La Padova Bene vuole rendergli omaggio. Ciao Lucio, RIP!

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CIAO GERMANO, I TUOI PORCHI MUOVERANNO ANCORA LE NOSTRE BANDIERE

Postato il 01 marzo 2012 by La Padova Bene

Fonte: Padova Sport

Germano Mosconi, giornalista, ex caporedattore di Telenuovo e direttore del Nuovo Veronese, è morto questa notte.
Nato a San Bonifacio l’11 novembre 1932, Mosconi aveva lavorato per anni nella redazione sportiva dell’Arena e poi negli anni ’80 era stato il protagonista della grande ascesa di Telenuovo e del Nuovo Veronese seguendo per le testate del gruppo gli anni d’oro dell’Hellas Verona, dalla vittoria dello scudetto alla Coppa dei Campioni. Nel 2005 era stato anche responsabile delle relazioni esterne del Verona. Alla famiglia, alla moglie Elsa e alla figlia Margherita le più sentite condoglianze dell’editore, del direttore, della redazione di Telenuovo e di tutti i tecnici.
Anche la redazione di PadovaSport si unisce al cordoglio della famiglia.

Ciao immenso Germano, alfiere del venetismo nel mondo!

Da quando ho visto il tuo primo video nell’ormai lontano 2006 non ho più smesso di ridere ogni volta che ti vedevo, e tutte le volte che ero giù di morale mi guardavo il tuo video e tornavo a ridere. Ovviamente, come tutti quelli che amano ridere, non posso fare a meno di amare chi mi fa ridere!

In una giornata triste, voglio ricordarti così:

 

 

 

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SE IL MONDO VI ODIA, CI SARA’ UN PERCHE’…

Postato il 26 gennaio 2012 by La Padova Bene

Fonte: Contropiano

A Milano un gruppo di giovani contesta la presentazione di ‘Acab’, il film di Stefano Sollima in uscita nelle sale da venerdì. Un film ruffiano e falsamente neutro sulla violenza delle forze dell’ordine giustificata dall’isolamento e dall’odio che la società nutre nei loro confronti

Da decenni ormai la promozione delle forze dell’ordine passa dalle fiction tv, in particolare da quelle promosse dalle reti ammiraglie di Rai e Mediaset. I protagonisti sono sempre poliziotti, carabinieri, finanzieri buoni, scrupolosi, solidali. Ogni tanto qualche agente violento o corrotto, sempre opportunamente scoperto e braccato dai propri commilitoni, contribuisce a riprodurre lo stereotipo della ‘mela marcia’ come caso isolato.
Ma ora a dar manforte alle fiction televisive arriva un film diretto da Stefano Sollima e ispirato al libro del giornalista Carlo Bonini, di Repubblica. Un titolo accattivante per il film che uscirà nelle sale italiane venerdì, distribuito in ben 300 copie. Un titolo – “Acab”, acronimo di “All cops are bastards”, tutti gli sbirri sono bastardi – che serve soprattutto ad attrarre l’attenzione di chi nei confronti delle forze del cosiddetto ordine non nutre proprio grandi simpatie.
Una aspettativa, quella destata da uno slogan usato sempre più dagli ultras degli stadi, dai movimenti giovanili e antirepressivi di tutto l’occidente, che chi vedrà il film si vedrà negare. Perché “Acab” è un film che descrive un gruppo di celerini violenti e spregiudicati in forza al Reparto Mobile di Roma, per in qualche modo giustificarli. La loro è descritta come una reazione – esagerata ma comprensibile – all’odio che la società nutre nei loro confronti. Una chiave di lettura contestata da chi con la violenza degli apparati di sicurezza ha ed ha avuto a che fare in questi anni. E’ per questo che in questi giorni alcuni collettivi della sinistra antagonista hanno deciso di “partecipare” alle presentazioni del film promosse in varie città d’Italia con gran presenza di telecamere e cronisti.

Ieri sera una ventina di aderenti al collettivo Zona Autonoma Milano (Zam) ha vivacemente contestato la presentazione di ‘Acab’ organizzata alla libreria Feltrinelli di corso Buenos Aires nel capoluogo lombardo. I giovani hanno acceso fumogeni e torce sul lato opposto della libreria blindata da un nutrito cordone di carabinieri. I manifestanti hanno esposto anche due striscioni: uno recitava ‘La vita reale non è un film’ e l’altro ‘Se il mondo vi odia ci sarà un perché’. I giovani, parlando “a nome di tutte le vittime dei soprusi delle forze dell’ordine”, hanno distribuito un volantino ai passanti e ai pochi giornalisti che si sono degnati di attraversare la strada. Un volantino in cui si affermava che “Acab è tutti i giorni, è un tatuaggio inciso sulla pelle, una maglietta sfoggiata a testa alta, una scritta su un muro, uno stile, un motto che dilaga nelle piazze, è un odio transnazionale e transgenerazionale che cresce spontaneo sui corpi di ragazzi e ragazze che non hanno bisogno di vedere questo film per sapere il livello di mistificazione e falsità”. Ad un certo punto un gruppo di manifestanti ha deciso di entrare in libreria e porre alcune ‘domande’ a regista e attori. Gli interventi dei manifestanti hanno ricordato alcune delle vicende più significative e gravi che hanno visto per protagonisti gli appartenenti alle forze dell’ordine: da Carlo Giuliani ad Aldo Bianzino, da Federico Aldrovandi a tanti altre vittime di una violenza spesso brutale, ingiustificata, impune.

All’interno della libreria la kermesse è continuata indisturbata, alla presenza del regista e di alcuni attori, entrati da una porticina sul retro. «Non è un film a favore dei poliziotti, ma un lavoro sull’odio che c’è nella nostra società in cui viviamo, sull’intolleranza che proviamo tutti noi girando nelle nostre città. Un film duro – spiega in questi giorni il regista ai giornalisti che lo intervistano – La durezza è solo fare i conti con una parte di noi che tendiamo a comprimere». Dichiarazioni generiche, che coprono una operazione di propaganda abbastanza scoperta. Basta leggere come alcune agenzie di stampa descrivono il film per smontare la presunta neutralità del film di Sollima. Ecco quella dell’Adnkronos: “’ACAB’, acronimo di ‘All Cops Are Bastards’. Motto coniato dal movimento skinhead inglese, e 40 anni dopo adottato dalla guerriglia urbana in piazza e negli stadi di tutto il mondo: dall’altro lato della barricata, i celerini, ovvero i «poliziotti bastardi». Diretto da Stefano Sollima, il deus ex machina (da presa) di ‘Romanzo criminale La serie’, ‘ACAB’ sta addosso a tre poliziotti di vecchia data, Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro e Marco Giallini, l’ex collega Andrea Sartoretti e una recluta, Domenico Diele, districandosi tra una professione che non è solo mestiere, ma ragione di vita: cameratismo e fratellanza, disciplina e rigore, e soprattutto il rispetto delle regole, regole che non sempre coincidono con la Legge”. Ancora più significativo è un passaggio di un lancio dell’Ansa: “Secondo Sollima (…), Acab non è neppure un film che vuole parlare delle colpe dei poliziotti durante il G8 alla scuola Diaz di Genova, definita, forse non a caso da Giallini nel film, come «la più grossa stronzata della nostra vita, macelleria messicana». «Non è così. Non è un contraltare al film ‘Diaz’ di Vicari che andrà al Festival Berlino – spiega Sollima -, ma un altra cosa. Quando tu vedi che questi poliziotti picchiano dei romeni che a loro volta hanno fatto violenza contro un negro, tu ti dici, guardandoli, che stanno facendo bene. Insomma queste cose è come se levassero la museruola al rottweiller che è in ognuno di noi». Sulla tipologia dei poliziotti, spiega ancora il regista, «non si può parlare che ci sia un’omogeneità della loro estrazione politica. Certo una certa attitudine a fare questo lavoro c’è, non puoi certo mandare delle ballerine alla stadio». (…) Uno dei produttori, Marco Chimenz, rivela che (…) «comunque da parte delle forze dell’ordine non ci è arrivato alcun ostacolo, anche se probabilmente scontenteremo molti di loro». Pierfranceso Favino che nel film interpreta il Cobra, con una casa piene di busti del Duce e katane, spiega in conferenza stampa la sua verità. «Quando ti ritrovi a fare un ruolo con tanto di casco e scudo e con gente che davanti ti sputa, un po’ cambi la tua visione delle cose. Insomma ti puoi definire pacifista quanto vuoi, ma solo fino a quando qualcuno bussa alla tua porta e minaccia la tua famiglia».

Un film neutro? Non sembra proprio…

Condivido in pieno l’analisi dell’autore. Il film è neutro solo a parole, in realtà è una chiara pellicola a favore delle forze dell’ordine, anzi in questo caso sarebbe più utile parlare di “forze del disordine” visto che ciò che si vuole giustificare è l’aggressività e l’infamia (si parlo proprio di infamia, perchè non trovo altri termini per definire certi comportamenti) di chi opera nel contesto dell’ordine pubblico… Chiaro che non ci presenteranno delle ballerine, Sollima ha una certa credibilità come regista, ed ha la capacità di rendere “accettabili” allo spettatore delle figure violente. Non ha forse fatto questo con Romanzo Criminale? La Banda della Magliana era composta da spietati killer, ma Libano, il Freddo e compagnia appaiono nel film come figure romantiche e mitologiche… Non è stato scelto a caso come regista!

La tv italiana ci ha abituati alle finction in cui si vede il poliziotto buono, pulito ed integerrimo. Ovvio che una figura del genere non poteva essere credibile all’interno di un reparto celere responsabile dei massacri della scuola Diaz al G8 oltre che di svariate altre porcate in giro. Ed allora si punta su un altro aspetto, sul dire “siamo figli di questa società e come tali ci comportiamo”, sul rendere i carnefici delle vittime del sistema…

Intendiamoci: è una cosa che faccio anchio nei confronti del mondo ultras. Non critico il regista, che per conto mio è bravissimo proprio per questa sua capacità di fare “l’avvocato difensore del diavolo”. Ma a questo punto, tutto si riduce all’essere sullo stesso piano, ma su lati opposti della barricata. Alla fine i celerini sono violenti come molti tifosi, ma stanno dalla parte della ragione. John King diceva che “sono una brigata come tutte le altre, solo che per il divertimento del sabato vengono pagati, mentre noi sborsiamo per avere il privilegio”. Aggiungerei che per un tifoso le botte si danno e si prendono e la cosa finisce li e nessuno denuncia nessuno (quasi sempre), mentre un celerino poi ha questa mania di arrestarti quindi di incasinarti anche la vita; ma in linea di massima ci siamo capiti. Chi non ha capito è il “cittadino normale”, che ritiene che i poliziotti facciano solo il proprio dovere, salvo poi trovarsi ad aprire gli occhi molto bruscamente…

Ad ogni modo, è solo un motivo in più per boicottare quel film. Perchè debbo andare a vedere un film che spiega il punto di vista di una categoria che non mi interessa capire? Che se lo vadano a vedere loro e che se la raccontino!

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OGNI TANTO QUALCUNO DICE LE COSE COME STANNO…

Postato il 05 gennaio 2012 by La Padova Bene

Fonte: Nuova Vicenza

Bassano è in festa per Francesca Michielin, la sua giovane cantante che stasera gareggerà nella finale del talent show X Factor. Genitori, amici e Comune fanno il tifo per lei, che porterà la cittadina del Grappa sui teleschermi di Sky (un po’ di promozione gratuita non guasta mai). Si vedrà chi, fra i quattro giudici Simona Ventura, Morgan, Elio e Arisa, tiferà per la ragazza acqua e sapone.
In bocca a lupo a Francesca, dunque. Detto questo, come direbbe Ignazio La Russa, digiamolo: X Factor non aiuta la musica italiana, se per musica intendiamo il ricco e misconosciuto mondo sotterraneo di autori, gruppi, etichette indipendenti e piccole agenzie che si fanno il mazzo così per pura passione. Oltre alla passione, infatti, non c’è nulla, visto che nel 99% dei casi non c’è ritorno economico, di visibilità mediatica, di considerazione sociale.
Il problema fondamentale per un musicista in Italia è culturale: è il fatto di passare per un perdigiorno, uno strimpellatore per hobby, uno che farebbe meglio a mattersi a lavorare. A differenza che in altri paesi d’Europa, fare musica in questo paese non è considerata un’attività professionale. Questo per una solida e concreta motivazione: il poco mercato. Si vende poco, sia perchè la cultura musicale media è scarsa e limitata praticamente ad un solo genere (la melodia stile Sanremo, o al massimo il cantautorale), sia per i prezzi dei cd appesantiti dalle tasse. Su tutto il sistema aleggia la Siae, specificità italiana, l’ennesima corporazione che ostacola con pagamenti e burocrazia la libertà artistica e la circolazione di band e dischi.
E difatti, se si fa un giro nei pub e nei locali, ad andare per la maggiore sono le coverband, cioè chi riproduce e imita i grandi nomi del panorama delle sette note. Perchè, appunto, manca la diffusione di un’ampia gamma di generi, sottogeneri e tipologie di sound (in questo una grande colpa ce l’hanno le radio, che passano solo quello che vogliono le grandi case discografiche). Se in alto non si dà spazio a tutti, in basso arriva poca roba, sempre quella, in pratica solo i big, e non si crea un circuito di interesse e curiosità. Di qui il deserto o quasi per quegli ostinati che, nonostante tutto, propongono composizioni originali, e invece il pienone per i pochissimi che “ce la fanno”, o per i coverizzatori.
Quelli che ce la fanno, ce la fanno grazie alla televisione. Se non vai in video a fare la scimmia e con una buona promozione, non esisti (se proprio ti va bene, e dopo anni di sbattimenti on the road, puoi sperare al massimo di tirar su il tuo seguito rigorosamente underground e campare – si fa per dire – di pura autosoddisfazione). Trasmissioni come X Factor non solo non cambiano di una virgola la situazione disperata che si è detta, ma confermano un antico vizio italico: ridurre il suono al cantato. Personalmente, siamo stufi di sentire unicamente voci, voci e voci, come se lo strumentale fosse un accessorio, un sottofondo, un contorno. Sarà un format internazionale, ma ripete la sindrome sanremese: persino il rock su quel palco viene trasformato in virtuosismo vocale, con risultati grotteschi.
Ma dopotutto è solo tv. E la tv si basa sulla chiacchiera, sul cazzeggio da reality, sul gossip (quello se la fa con quell’altra ecc). Sull’immagine. La musica è un pretesto. E qua giù, fra i musicisti comuni mortali, è sempre una guerra fra poveri, uno schifo.

Sacrosanta verità: chi ama la musica in Italia non ha semplicemente spazio!

Un tempo il panorama italiano produceva gruppi più che validi, come i primi Litfiba, Timoria, Negrita e molti altri… tutti scioltisi o finiti a fare col tempo canzonette più commerciali ed orecchiabili, per il pubblico più sfigato d’Europa!

Oggi il circuito musicale italiano è il nulla circondato di niente. Degno specchio di una nazione comandata dalle lobby ed incapace di produrre qualcosa di nuovo… Come del resto in tutti i campi!

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A.C.A.B.

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BOICOTTIAMO ACAB!

Postato il 05 gennaio 2012 by La Padova Bene

Fonte: Screenweek

Nuove immagini di A.C.A.B. – All Cops Are Bastards, la pellicola diretta da Stefano Sollima e ispirata all’omonimo romanzo scritto da Carlo Bonini, sono state diffuse nel web. Le foto mostrano i protagonisti di questa storia: Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro e Marco Giallini, che interpretano tre celerini del corpo mobile della Polizia, coinvolti in quelli che sono stati i più controversi e conosciuti episodi di violenza degli ultimi anni: l’assalto militare degli ultras a una caserma di Roma, la caccia al romeno nelle periferie, i Cpt per immigrati clandestini e gli scontri della discarica di Pianura.

A.C.A.B. – All Cops Are Bastards farà il suo ingresso nelle sale italiane il 27 gennaio 2012. Cliccate sul riquadro sottostante per tutte le informazioni sul film oppure andate sulla Pagina Facebook ufficiale della pellicola. Potete trovare tutti i link per acquistare il romanzo di Carlo Bonini e maggiori informazioni sul libro a questo Link.

Avevo già parlato della “prima assoluta” del film A.C.A.B. invitando i miei lettori a boicottarlo (clicca qui). Tuttavia c’è molta attesa, o meglio si tenta di pubblicizzarlo in tutti i modi. La Polizia di Stato negli ultimi anni è stata travolta da una valanga di merda senza precedenti, dal G8 in avanti in tanti hanno aperto gli occhi sui loro metodi, e questo film serve in qualche modo per “riabilitarli”. Si vuole mostrare in pellicola gli aguzzini del G8 come degli idealisti mandati al massacro, si vuole mostrare il solito stereotipo dell’ultras cattivo vs. il poliziotto buono, si vuole mostrare la ricerca a tutti i costi il coraggio nella ricerca della legalità… Ricerca della legalità? Torturare gli arrestati è legalità? Picchiare in dieci contro uno una ragazza a terra è coraggio?

Vogliono far passare la teoria dell’eroe in divisa che per poco più di mille euro al mese rischia la vita tutti i giorni… un muratore non rischia la vita tutti i giorni? Ed un camionista? Ed un operaio? Mi risulta che di morti sul lavoro ce ne siano stati parecchi negli ultimi tempi, quasi tutti con stipendi ben più modesti di quelli di un poliziotto… Loro non hanno diritto ad essere considerati eroi vero?

Proprio ieri leggevo la pagina facebook del film (che vi invito a leggere ed a dire la vostra: clicca qui), per leggermi un genio esaltato che commentava che “i poliziotti che criticate tanto sono gli stessi da cui andate a piangere quando vi rubano la macchina, il motorino o qualsiasi altra cosa!. E grazie al cazzo! Se mi rubano la macchina o il motorino, è molto probabile che l’abbiano fatto per compiere una rapina, e se non mi voglio trovare indagato è molto più saggio che denunci il furto! O sono convinti che ci illudiamo anche di ritrovarle?

Ma al di la di tutto: il fatto che vado a denunciare un furto su una cosa di mia proprietà dalla polizia, li autorizza a spararmi ed a massacrarmi di botte quando gli gira?

D’altro canto, sono anni che ci propinano serie televisive su poliziotti e carabinieri più o meno eroi, mentre ora arriva un film a riabilitare la figura del celerino… tutti soldi che potrebbero venire tranquillamente impiegati nell’addestramento, nelle assunzioni e nelle attrezzature, che a detta degli stessi sindacati di polizia scarseggiano! Ma non lo si fa: si preferisce continuare a creare eroi di cartapesta televisivi che non sono utili a nessuno, se non a quattro esaltati che indossano una divisa… e che vanno contro i loro stessi colleghi, va detto! Si perchè ho la convinzione che anche fra le forze dell’ordine, come in tutti gli altri ambiti della società, ci sia il suo buono ed il suo cattivo; ma esiste purtroppo un sistema che va a danneggiare chi magari indossa la divisa con senso di respondabilità e va a premiare invece lo “sbirro stronzo”, quello esaltato che pensa di essere al di sopra della stessa legge, quello che ti spara da un capo all’altro dell’autostrada o che ti ammazza di botte in caserma…

Leggetevi quest’intervista ad un poliziotto di circa un anno fa: è molto illuminante a riguardo di come funziona realmente il mondo delle forze dell’ordine!

Bene, sappiate che ACAB è stato prodotto apposta per tutelare quest’ultima categoria di poliziotti e dare loro una giustificazione!

Non mi resta altro da fare che invitarvi nuovamente a boicottarlo, ed a farlo boicottare!

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