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IL FANTASMA DEL TERRORISMO PER COPRIRE LA REALTA’

Posted on 18 maggio 2012 by La Padova Bene

Mi segnalano questo articolo. Molto bello. Lo pubblico e vi invito a rifletterci sopra…

Nessuna persona in buona fede e nella pienezza delle sue facoltà mentali potrebbe seriamente prendere in considerazione l’ipotesi dell’avvento di una stagione di terrorismo nell’Italia del 2012, così come stanno vaticinandoalcuni ministri del governo Monti, coadiuvati nella mistificazione da larga parte del bestiario politico e di quello mediatico, deputato all’orientamento del pensiero.

Tutti i parametri della società sono cambiati così radicalmente nel corso degli ultimi 40 anni, da far si che oggettivamente diventi assolutamente improponibile qualsiasi parallelismo con la stagione del terrorismo che sconvolse il paese a cavallo degli anni 70.

Quaranta anni fa, sull’onda della rivoluzione cubana e della contrapposizione ideologica fra comunismo e capitalismo, l’immaginario collettivo era fondalmentalmente ancora così ingenuo da prendere in considerazione la possibilità di sovvertire l’ordine costituito attraverso la pratica della lotta armata.

La “lotta di classe” era un qualcosa di tangibile, in una società molto semplice e schematica, dove le classi più povere, prevalentemente composte da operai, mantenevano un certo grado di coesione al proprio interno e una forte volontà di rivalsa nei confronti di quelle dominanti.

La televisione, agli albori, non aveva ancora esplicitato nella sua interezza il proprio ruolo di lavaggio del cervello che inibisce il senso critico, anestetizza le coscienze e sostituisce la cultura ponderata con l’informazione urlata. Si leggeva molto di più, si parlava molto di più e si “sognava” molto di più di quanto non accada oggi……

Quaranta anni fa la libertà individuale era estremamente elevata rispetto a quella di oggi, il peso della tecnologia molto più scarso, quello dell’elettronica quasi inesistente e il “miraggio” di una contrapposizione in armi con lo stato poteva ancora aspirare a guadagnarsi qualche nota di realismo.

Tutti questi fattori (e molti altri che per breviloquenza non ho elencato) contribuivano a rendere in qualche modo credibili le due basi sulle quali per forza di cose deve poggiarsi qualsiasi progetto che miri a sovvertire l’ordine costituito per mezzo della forza, qualora esso sia portato avanti in buona fede da soggetti che ritengano di possedere le potenzialità per attuarlo.

La capacità da parte dei gruppi eversivi di conquistare la solidarietà e la simpatia di ampi strati della popolazione e la dimostrazione di una forza tale da potersi contrapporre in maniera credibile agli apparati di polizia e più in generale allo stato.

Se negli anni 70, almeno in nuce, queste basi potevano possedere un fondo di credibilità, poi smentito nei fatti dall’evolversi degli eventi, come sarebbe possibile nell’Italia del 2012 riscontrarne anche una sola molecola?

Oggi nessuna persona normodotata sarebbe così ingenua da pensare anche solo per un attimo che un manipolo di “terroristi” potrebbe essere in grado di sovvertire l’ordine costituito con l’uso delle armi.

La situazione internazionale é quella di un immenso oligopolio governato dalla grande finanza, dove non c’è più spazio non solo per le rivoluzioni e le ideologie, ma neppure per gli stati nazione, immolati sull’altare del globalismo e del potere finanziario.

La popolazione italiana versa in condizioni ben più drammatiche di quelle degli anni 70 ma non esistono più classi, nè coscienza delle stesse.

La televisione ha omologato gli individui, appiattendo sui dogmi del consumo e dell’individualismo di massa qualsiasi aspirazione culturale o ideologica e trasmutando ogni approccio di coscienza collettiva nella creazione di soggetti atomizzati che vivono in un proprio microcosmo.

Non si legge quasi più e quel poco che si legge é cositutito da informazione urlata “modello sms”. I rapporti con gli altri prescindono dalla condivisione delle sensibilità e dei saperi ma si basano esclusivamente sulla competizione. Non si sogna, non si lotta, non si aspira ad un mondo migliore, ma ci si limita a seguire le regole, con l’unica aspirazione di risultare vincenti rispetto ai nostri simili. E nel caso questo non accada si preferisce il suicidio alla lotta, perchè la società del senso di colpa ci ha insegnato che il “perdente” non ha diritto di sopravvivere.

Qualcuno sano di mente riuscirebbe a ritrovare in questo retroterra culturale il germe di una popolazione disposta a sostenere anche solo a livello di opinione, la causa di qualche gruppo che pratichi la lotta armata?

La libertà e la privacy dell’uomo di oggi iniziano e finiscono all’interno del suo bagno, dove si rade o si trucca la mattina prima di uscire di casa.

Per tutto il corso della giornata ciascuno é taggato, scrutato, catalogato decodificato. La tecnologia é entrata in profondità nel nostro dna e qualsiasi nostra azione risulta di pubblico dominio. Dal cellulare alla carta di credito, dal bancomat al telepass, dal navigatore nella nostra auto alle telecamere che hanno sostituito le foglie degli alberi, tutto ci osserva e ci registra, 24 ore su 24.

Chi potrebbe essere così folle da immaginare, in una realtà di questo genere la costruzione di cellule terroristiche che agiscano segretamente nell’ombra, per un periodo che riesca a durare dall’alba al tramonto?

Le forze di polizia dispongono oggi di una capacità di contrasto mostruosa che procede di pari passo con le potenzialità dell’intelligence, accresciute in maniera esponenziale dai nuovi apparati tecnologici.

Perfino per contrastare lotte fondalmentalmente pacifiche, come quella NO TAV o contro gli inceneritori, chi gestisce il potere non ha esitato a schierare apparati dell’esercito, con tutto il corollario di mezzi da guerra abitualmente usati in Afghanistan. Mentre gli investimenti praticati nell’ambito dell’ordine pubblico sono colossali e spaziano dalle armi non letali a microonde a quelle ad ultrasuoni, passando attraverso una selva di nuovi strumenti di varia natura, atti ad immobilizzare e rendere innocue perfino folle di grande consistenza.

Potrebbe mai essere credibile il delirio onirico consistente in un manipolo di terroristi che con fucili e pistole intenda contrapporsi ad una simile macchina di guerra?

Alla luce di questa serie di riflessioni, per quale ragione il ministro Cancellieri e lo stesso Monti lanciano l’allarme terrorismo, sulla misera base del ferimento di un dirigente Ansaldo e di qualche tensione che ha coivolto gli uffici di Equitalia, e prontamente il mondo politico e quello mediatico lo raccolgono, amplificandone scientemente la portata, fino a coinvolgere i servi dei sindacati e coloro che gestiscono la “società civile”?

Senza dubbio perchè lo spettro del terrorismo è un elemento a tinte forti che rappresenta un ottimo viatico utile per giustificare tutta la serie di misure repressive che sono state e saranno introdotte nel paese, al fine di far fronte ai problemi veri.

Problemi veri che non consisteranno sicuramente nell’assalto di una banda di terroristi che intende sovvertire l’ordine costituito, bensì nelle masse atomizzate d’individui disperati che ben presto affolleranno le strade, senza un progetto e senza la velleità di sovvertire qualcosa, ma strabordanti di confusione e disperazione.

Chiamare terroristi questi poveracci ed affrontarli con estrema violenza in quanto tali, senza che la “società civile” abbia nulla da eccepire, rappresenterà sicuramente un ottimo valore aggiunto, nel momento in cui il paese precipiterà nel caos.

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GIRA E RIGIRA LA COLPA E’ DEI TIFOSI…

Posted on 14 maggio 2012 by La Padova Bene

Fonte: Il Mattino di Padova

Alessandro Dal Canto, nella conferenza stampa di venerdì, aveva detto: «sono come Rocky Balboa, ne ho prese tante da Apollo, ma lotterò fino all’ultimo pugno». Così mi sono voluto rivedere il film di Sylvester Stallone, per cercare analogie tra il pugile italoamericano e l’allenatore castellano del Padova.

Rocky, nel primo (il più bello, 1976) dei sei film di successo, ha una missione impossibile: battere Apollo, un bestione feroce. L’incontro di boxe sarà violento, appassionante, incerto fino alla fine: Rocky cade ma si rialza più volte, ha il volto tumefatto ma combatte fino a finire l’incontro in piedi. D’accordo, perde ai punti, ma non va ko. E il pubblico lo applaude e lo saluta come un eroe. Dal Canto, come Rocky, ha combattuto un campionato pieno di colpi di scena (mettetici anche il casino del calcioscommesse), a volte è caduto, a volte ha sbagliato, ma poi si è sempre rialzato. Sa bene che le probabilità di entrare nei playoff sono ridotte ai minimi termini (nelle pagine a seguire vi spieghiamo perchè). Però sa di aver lottato fino alla fine, e soprattutto sa che finirà in piedi il suo combattimento. Eppure c’ è una cosa che non quadra.

Se il pubblico del film fischia, applaude, urla, ride e attraversa una serie di emozioni per concludere comunque con l’applaudire il perdente Rocky, qui da noi il pubblico pare sempre infelice, insoddisfatto, critico e pesante. Anche ieri. Questo non è un film, e questa non è nemmeno l’America dove lo sport è considerato spettacolo, o come dicono loro «entertainment». E il concetto di stagione positiva da loro è legato al fatto se ti sei divertito, non se hai vinto il campionato. Probabilmente dirò cose impopolari, perdonatemi. Faccio fatica a concepire una tribuna che dopo dieci minuti fischia, offende, deride un ventenne che non riesce a entrare in partita. Che senso ha? Che cultura è? Lo aiuti? Faccio fatica a concepire una tifoseria che continua a inveire contro un allenatore (ieri persino dopo il 3-0, tanto che lui ha fatto con le mani il cenno: state zitti).

Dal Canto forse non entrerà nei playoff ma comunque ha fatto 63 punti (e il Padova in B non li aveva mai fatti). Faccio ancor più fatica a sentire (purtroppo anche leggere) critiche al presidente Cestaro che è un uomo con una passione immensa e che ci ha donato un divertimento, rimettendoci dei soldi. Gli si fa ogni anno un processo di piazza, una cosa assurda: ma lui si vede che ci ha fatto il callo e chissà, penserà che fa parte del calcio ogni forma di barbarie. Sta lì, subisce, risponde, si addolora. Resiste. Per tornare a Sylvester Stallone, vi ricordate come va Rocky II? Il nostro Balboa si riposa un po’, poi torna sul ring per un’altra battaglia all’ultimo sangue. E stavolta vince.

Nel mio articolo precedente paventavo l’idea che Dal Canto potesse essere riconfermato anche la prossima stagione. E’ solo una sensazione, sia chiaro, ma leggendo quest’articolo mi viene da pensare che una certa parte di stampa gli stia preparando il terreno. Nel caso specifico, adesso si sta cercando di addossare ai tifosi le colpe del fallimento di un incompetente come Dal Canto!

Il paragone con Rocky non sta proprio in piedi: nel film si vede un pugile che lotta, nella realtà si vede una squadra che cammina! Sono due cose diverse a casa mia… Il pubblico è insoddisfatto, critico e pesante proprio perchè quest’anno ha visto una squadra senza grinta ne orgoglio, che è la cosa che da maggiormente fastidio, più fastidio ancora che mancare l’obiettivo dei playoff. Vi sembra poco? Lo 0-6 col Pescara ce lo siamo scordati? Ce ne dimentichiamo sempre quando fa comodo vero

Inoltre noto che Barsotti spesso e volentieri mischia episodi diversi fra di loro, girandoli a proprio piacimento: i fischi a Dramè sono una cosa diversa dalla delusione per la squadra! Dramè viene fischiato perchè non si impegna ed è indisponente. E fermo restando che per me i fischi dovrebbero esserci a fine partita e non durante, il non-impegno del ragazzino di vent’anni mi sembra sia sotto gli occhi di tutti. A meno che non vogliamo raccontarci le barzelette, allora ne conosco molte anchio. Ma evidentemente qui si pensa che tutti i tifosi siano stupidi.

Le critiche a Cestaro poi centrano come i cavoli a merenda: Barsotti sa benissimo che a offendere (quelle non erano critiche ma offese) il presidente è stato un suo collega (questo) che marcia contro per partito preso o forse per interesse al Calcio Padova.

Detto questo, non ho letto da nessuna parte elogi sul fatto, per esempio, che ieri nonostante la delusione per il campionato c’erano 7.000 persone sugli spalti; come non ho letto da nessuna parte che durante la vergogna di Padova-Pescara il pubblico ha continuato a tifare anche sullo 0-6. In compenso leggo spesso elogi sperticati ai 23.000 dei playoff, ben sapendo che una larga fetta di questi erano dei COGLIONI che il Padova lo seguono solo nella “grande occasione”. Coglioni che però vengono legittimati a comportarsi come tali con articoli del genere, facendo credere che Padova in realtà ha una tifoseria di merda e che la figura del tifoso occasionale è quanto mai la più apprezzata!

Domanda: il giorno che i 7.000 sempre presenti all’Euganeo si romperanno definitivamente i coglioni di essere trattati come una pezza da piedi, siete sicuri che basterà Cestaro da solo, o qualche bell’articolino per continuare a raccontarsela?

Direi che questa canzone ci sta tutta:

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Blackburn Rovers v Chelsea – Premier League

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IPOCRISIA MEDIATICA

Posted on 11 maggio 2012 by La Padova Bene

Tratto dal sito dei Boys Parma:

Giusto per dare un nome alle cose, dopo Genoa-Siena tutte le tv han fatto vedere le immagini di una squadra inglese, il Wolverhampton, che a loro dire veniva applaudita dopo la retrocessione. Bene, quel filmato faceva vedere un’azione di gioco con il sottofondo del coro “che sarà sarà” indubbiamente un canto d’amore verso la squadra, seguito da un applauso, tutto qui.

Forse si sono dimenticati di dirci che a seguito della retrocessione del Blackburn è scoppiata la contestazione dei propri tifosi. Forse si sono dimenticati, o volontariamente non lo hanno fatto, di far vedere le immagini di Lecce-Fiorentina, con  Cosmi sotto la Nord a ricevere gli applausi della curva salentina. Magari si son dimenticati anche di farci vedere le immagini sugli spalti di Novara-Cesena, una vero e proprio anticipo di B, viste la retrocessione delle due compagini in campo, con una festa sugli spalti in cui il popolo novarese ringraziava la squadra per l’avventura nella massima serie. La stessa cosa era avvenuta in occasione della gara Cesena-Juventus, dove nonostante la matematica retrocessione la squadra di mister Beretta è uscita tra gli applausi del pubblico di casa. In Italia l’ipocrisia spadroneggia, i mass media ci fanno vedere solo quello che è più comodo a loro o forse quello che è più comodo ai padroni-politici di turno. Per una settimana, dopo la contestazione di Genova, tv e quotidiani nazionali hanno proposto e riproposto le immagini di quel pomeriggio dove per dovere di cronaca non ci sono stati scontri o atti violenti. Persone hanno visto e rivisto le proprie facce e i propri nomi e cognomi, sbattuti in prima pagina peggio di mafiosi, stupratori e pedofili. Si perché per loro non esiste questo trattamento, questo trattamento esiste solo per gli ultras. E fa lo stesso se il calcio italiano che è in mano a dementi (perché di questo si tratta!) è allo sbando con partite truccate, giocatori corrotti, tessera del tifoso, televisioni che decidono il giorno e l’ora delle partite, presidenti che litigano per il calendario delle partite dopo la tragica morte di Morosini. Tra ieri e oggi sono usciti i nomi delle società e i giocatori deferiti dopo l’ultimo filone di calcio scommesse, ma ciò che è stato messo più in luce, come se ci fosse già un copione deciso, è che tra le tantissime persone coinvolte si sta parlando solo dei tre ultras baresi arrestati. Perché nonostante tutto e tutti la colpa è sempre degli ultras..la parte più sana di questo calcio sempre più malato! Questa è l’ipocrisia mediatica italiana..

NO AL CALCIO MODERNO! ULTRAS LIBERI!

 

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gottardo

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IL “GENE SIMPSON” E’ FRA DI NOI!

Posted on 10 maggio 2012 by La Padova Bene

Addio cavaliere Cestaro. Ha detto che se ne va, che deve allontanarsi da questo mondo di merda. Ci mancherà la sua schiettezza, che le faceva urlare un indimenticabile “macellaiiii” al microfono dell’Eurganeo al termine di un Padova – Pavia. Ci mancherà la sua grinta, quando prendeva per il collo un giornalista del Corriere del Veneto dopo avergli ringhiato in faccia “scrivi, scrivi, merda” termine evidentemente a lei caro. Ci mancheranno le indagini della Digos con il libretto postale degli ultras in cui c’erano puntuali entrate siglate G.S. (ci manca anche la risposta di chi diavolo sia il benefattore G.S.). Ci mancherà il suo proverbiale “mi dia un bianco, per cortesia, che dopo vago casa” al termine di una smoccolata di bestemmie che ha pari forse solo in alcuni cantieri edili di fine anni ’70. Ci mancherà dover tifare contro il Padova per poter finalmente vedere allontanato Pellegrino, dopo che era stato difeso dalla vice presidente, che qualche buon motivo per difenderlo ce l’avrà anche avuto. Ci mancheranno anche i suoi soldi, che puntualmente hanno ripianato i buchi di bilancio creati da scelte di mercato e una gestione un filino schizofrenica della rosa, della durata dei contratti e di tutto quello che fa la differenza tra una società sana (tipo Udinese e Cittadella) e un pozzo senza fondo. E senza quei soldi rischiamo che nessun altro si prenda in mano il cerino acceso tanti anni fa, non già in nome della passione per il Padova (indimenticabile la corsa sotto la curva del Vicenza al Menti, e ancora più indimenticabile lo 0 a 0, quello sì da deferimento). Le avevano promesso che vicino allo stadio le avrebbero fatto realizzare un centro commerciale, lo racconta il suo fido addetto alla comunicazione Gianni Potti in un libro di qualche anno fa. Se ne va (se mai sia vero almeno questa volta dopo tanti falsi allarmi) con qualche milione di euro in meno. Come diceva lei in un passaggio imperdibile di questo video “si potevano dare ai negretti in Africa”. O si potevano spendere meglio, senza prolungare di quattro anni (4!) il contratto a La Grotteria, svenarsi per Vantaggiato (Vantaggiato!) comperare Muzzi, ed addirittura, caso più unico che raro, addirittura un allenatore, per poi esonerarlo pochi mesi dopo.
E’ lungo il viale dei ricordi e dei sogni infranti. Ci rimarranno negli occhi la festa per la promozione, cristallina, di Busto Arsizio, ed l’ancor più limpida salvezza artigliata a Trieste, dopo la gara vinta contro l’Albinoleffe in maniera perentoria.
Se lei se ne andrà, retrocederemo, dicono i bene informati. Rischiamo di ritornare a fare i derby con l’Este. Bene è la volta che non devo più andare in tribuna stampa e posso godermi finalmente la partita di calcio con giocatori che non si credono delle star e tradiscono tutto e tutti in nome del denaro.
Nel dubbio sabato vado a giocare a softball, mi sembra più degno. Ha ragione, è proprio un mondo di merda, ma come diceva un grande poeta, speriamo che nasca qualche fiore, perchè dai diamanti, dai soldi spesi senza intelligenza e con tanta arroganza, non cresce niente.

Secondo voi chi poteva essere il fenomeno che se ne usciva con un articolo del genere? La foto in apertura vi darà un aiuto….

Su Cestaro si possono dire tante cose. Sicuramente ha speso tanto e male, ha commesso errori spesso grossolani e non è un mostro di eleganza e signorilità quando si incazza. Però è una persona onesta, che ha salvato il Padova quando questo stava per fallire e lo ha riportato in categorie più consone. Se il fenomeno in questione ha qualche presidente migliore da proporre si faccia avanti, ma dubito che lo farà: mettere la faccia non è il suo forte, al contrario di distribuire infamia gratuita tramite il suo sito… Personalmente, in un mondo del calcio in cui i “presidenti forti” sono gente come Preziosi o Lotito mi tengo stretto Cestaro; per lo meno ho la sicurezza che finchè c’è lui il calcio a Padova continuerà ad esistere. Se dovesse andarsene Il Fenomeno se ne andrà a giocare a softball (ma non era un gioco esclusivamente femminile? Boh!), ma francamente non capisco cosa lo spinga a continuare a seguire il Padova se gli fa così tanto schifo: può andarci anche subito a giocare a softball, glielo ha ordinato il dottore di frequentare la sala stampa dell’Euganeo? Non capisco…

Inoltre Il Fenomeno dimentica (o finge di dimenticare) che colui che sbagliò curva a Vicenza non era Cestaro bensì il suo datore di lavoro, alias Flavio Zanonato, al quale mi risulta che lui faccia da ufficio stampa e non gratis (in tempi di controlli ed evasione fiscale sarebbe il caso di fargli un controllino a questo Fenomeno, no?).

Che altro aggiungere? Mi sembra evidente che Il Fenomeno sta cercando rogne, e me ne sfugge il motivo. Ogni suo articolo, ogni sua parola, ogni suo gesto è solo un voler cercare la rissa ad ogni costo, o magari l’aggressione, perchè no? Così passa da vittima e si becca pure un sostanzioso risarcimento… Avete mai visto la puntata dei Simpson in cui si parlava del “Gene Simpson”, ovvero quel gene che ad un certo punto rincoglionisce tutti i maschi della famiglia facendoli diventare dei perfetti falliti nella vita? In questa puntata Homer radunava tutti i parenti a casa sua, con lo scopo di trovarne almeno uno normale, e puntualmente ogni volta che chiedeva a uno di loro cosa facesse nella vita riceveva le risposte più assurde e strampalate. Fra cui quella di un suo zio che “si faceva investire apposta dalle auto nelle strisce pedonali per poi far loro causa”. Credo che a questo punto sia ciò a cui ambisce Il Fenomeno, e mi chiedo: perchè dobbiamo dargli soddisfazione? E’ un poveraccio che ambisce alla notorietà con mezzucci da italiota, lasciamolo morire di fame in pace, e non facciamo l’errore di mettergli le mani addosso anche se ci prudono, perchè è quello che lui vuole…

Piuttosto rendiamoci conto di un dato di fatto: Il Fenomeno ben rappresenta l’anima radical-chic della città, quella che trova il suo massimo esponente nell’attuale sindaco (sempre quello a cui lui fa da addetto stampa). Una parte di città che è nemica del Calcio Padova e che ne brama la scomparsa. Fin troppo chiaro che puntano a questo. A questo punto è utile si ignorare Il Fenomeno, ma sarebbe utile decretarne anche la “morte sociale” in ambito calcistico. Per esempio, un importante contributo potrebbe cominciare a darlo il Calcio Padova, negandogli l’accredito alla Tribuna Stampa. Cosa ci si porta a fare un nemico in casa? Ma anche una certa stampa, quella che si definisce “vicina al Calcio Padova”: che senso aveva per esempio un anno fa scatenare la gara a chi salta per primo sul carro dei vincitori, intervistando per esempio anche molti di questi nemici, in primis proprio Zanonato? Che senso ha che ancora si dia spazio a certe persone che sappiamo essere dannose per il nostro Padova?

Penso sia giunto il momento di far loro esattamente ciò che meritano: terra bruciata attorno! Non solo al sindaco, ma anche alla sua piccola corte dei miracoli, fra cui rientra a pieno titolo Il Fenomeno. Sono nemici, senza bisogno di star qui a discutere la cosa, a questo punto smettiamo anche di dar loro la benchè minima considerazione. Che vadano a vedersi il softball.

 

 

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LA TRASFERTA E’ MORTA

Posted on 09 maggio 2012 by La Padova Bene

Fonte: Boys Parma

Dopo 5 vittorie consecutive, l’ultima delle quali bellissima ed entusiasmante contro l’Inter al Tardini, e la salvezza conquistata la trasferta di Siena doveva essere una festa, ancor di più col senno di poi, considerando che è arrivata anche la sesta di vittorie, proprio contro i toscani.

Siena da sempre è una trasferta che attira la gente, vuoi perché abbinabile a una gita nella splendida città e magari una bella “beccata” a base di fiorentina e Chianti. E’ sempre stata una trasferta da centinaia di tifosi, e in questo momento di entusiasmo, tenendo comunque presente i nostri numeri fuori casa, sarebbe stata numerosa, colorata e rumorosa.

Ma, con nostro immenso dolore, noi che l’abbiamo tanta amata, prendiamo atto che: la trasferta, dall’arrivo della Tessera del Tifoso, è morta. Non lo diciamo noi, “contestatori della Tessera”: lo certificano i numeri, lo testimoniano le foto, lo dicono i fatti. In trasferta la gente non ci va più, chi perché senza Tessera del Tifoso, chi, anche se tesserato (in 9.000 potevano andare a Siena), perché manca il tifo, manca il clima da trasferta. Siena era l’ultima della stagione, ma il copione è stato lo stesso di tutto l’anno, con il solito centinaio di persone quasi sempre presenti a sostenere i Crociati. Che dire: almeno la Tessera del Tifoso l’hanno sfruttata, loro.

I Boys, come a Roma (Lazio), Novara, Milano (Inter), Bologna, Catania, Bergamo, Cesena, Udine, Palermo e Lecce, a Siena c’erano, ma nonostante il biglietto (pagato 25 euro più prevendita) nominativo non sono stati fatti entrare, come prevede il Protocollo d’Intesa sulla Tessera del Tifoso. Trasferta vietata ai residenti in Emilia Romagna sprovvisti di Tessera, in pratica discriminazione territoriale, la stessa cosa che loro condannano se sono i tifosi a farla. Perché al contrario di dirigenti, giocatori, allenatori, forze dell’ordine: i tifosi pagano sempre!

E così a Siena non è stata festa, come poteva essere almeno. Per fortuna abbiamo un’ultima gara, il derby col Bologna al Tardini, per salutare e ringraziare la squadra per questo incredibile finale di stagione. Ma quale futuro ci attende?

Mentre qualche mese fa il vento sembrava cambiare, avendo provato la via del dialogo in questi mesi ci siamo trovati al solito punto: a sbattere contro un muro di gomma. Niente da fare, i lor signori di Osservatorio, Lega Calcio, Viminale e chi più ne ha più ne metta, da quell’orecchio non ci sentono, continuano a sventolare falsi successi (l’unico successo evidente: aver svuotato gli stadi) e a rendere impossibile la vita a chi vuol liberamente tifare.

Ma che cavolo di gente è quella che si inventa l’”Albo degli striscioni autorizzati”?!? Sembra una barzelletta ma purtroppo non lo è. Gli striscioni, per entrare negli stadi, dovranno essere iscritti all’apposito albo, come succede ai notai, per esempio. Sicuramente ci vorrà anche un organismo, fatto dalla solita gente magari strapagata, che autorizzi gli striscioni. Che ne sappiamo, tipo il C.I.S.A., il Comitato Italiano Striscioni Autorizzati?

Il futuro è alle porte, ma non ci offre via di uscita. Ci penseremo non prima di aver celebrato e festeggiato, come piace a noi, i nostri 35 anni.

E pensare che per tifare liberamente ci siam dovuti inventare una partita delle vecchie glorie, il 18 maggio al Tardini, dove si uniranno nostalgia, tifo, beneficenza, allegria: tutte cose che non si possono classificare in un albo. Una serata dove tutti sono invitati, tranne chi sta uccidendo tutto questo. Si, proprio voi, che state uccidendo il tifo o che coprite questa cosa non parlandone: state a casa, non sentiremo la vostra mancanza.

Bella riflessione. Rimango alla finestra in attesa di conoscere il futuro, anche se sono dell’idea che non dovremmo abbandonare gli stadi…

 

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STADIO, PSICOSI COPRIFUOCO

Posted on 03 maggio 2012 by La Padova Bene

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Non mi meraviglia più niente. Ieri sera, Genoa-Cagliari ha fatto scuola, evidenziando l’approssimazione dei clamorosi tentativi con cui sono gestite le politiche sociali del calcio italiano. Siamo alla follia. Hanno giocato una partita in casa (di Serie A) a porte chiuse e in un’altra città per motivi di ordine pubblico. Ripeto: un match casalingo obbligatoriamente in trasferta per timore di incidenti, nonostante fosse impedito l’accesso del pubblico sulle tribune. Avete capito bene: spalti vuoti in trasferta, senza supporter home né away, temendo i fantasmi di quei stessi tifosi che non potevano starci, perché cancelli e tornelli lucchettati.

Ricapitoliamo. I tifosi del Grifone interrompono la gara col Siena, chiedendo ai (loro) giocatori di togliersi pubblicamente la maglia. Alla gogna mediatica, segue la sanzione ‘sportiva’: due giornate tra le mura amiche, a porte chiuse. Per protesta e militia olistica, gli ultrà annunciano di presidiare ugualmente l’esterno di Marassi. Allora il problema non è più di curva, ma diventa di piazza. Apriti cielo. Montano polemiche: sigle sindacali di Polizia si scambiano accuse, sotto botta l’Ufficio di Gabinetto della Questura ligure. Risultato? La Lega di Serie A dispone in serale la (programmata) partita pomeridiana e casalinga del Genoa col Cagliari (causa contemporaneità con Fiorentina e Lecce), confermando le porte chiuse, ma nello Stadio Mario Rigamonti di Brescia, anziché nel Luigi Ferraris di Zèna. Motivo? Rischi d’ordine pubblico in uno stadio senza pubblico.

Perché? Semplice, siamo alla psicosi collettiva, all’agorafobia, al punto più basso della sindrome della paura. Ci troviamo nel mezzo di un cervellotico rompicapo, in fuga dalla realtà: i tifosi imprimono angoscia anche quando c’è la certezza che (sulle gradinate) di tifosi non ci sarà nemmeno l’ombra. Insomma, gli assenti presenti spaventano come e quando, anzi, più di quando sono presenti. Ecco spiegato l’arcano dell’espatrio a Brescia e l’abbandono di Genova per una gara a porte chiuse.

Capite? Tutto questo accade nell’età della Tessera del Tifoso, strumento che monitora e filtra il botteghino con la black list. E allora: come si può positivamente ripensare una Fidelity Card se siamo sempre al punto di partenza? Ormai nei nostri stadi di calcio, niente e nessuno sono più in grado di garantire per l’incolumità di nessun altro. Dentro e fuori gli stadi, siamo tutti potenzialmente e costantemente in pericolo, come in bilico sulla lama di un rasoio, nel limbo dell’insicurezza. Solo così si può spiegare il ricorso all’emergenzialità per amministrare l’ordinario e il fatto che le criticità sono affrontate col coprifuoco. Certo, la questione è diversa dalle brutture del passato, molti vuoti (legislativi) sono stati riempiti. Ma oggi, nonostante tutto, viviamo una fase di avvitamento, uno step culturalmente involuto, regredito anche rispetto alle politiche censorie del 1985 (Juve in Coppa Campioni a porte chiuse a Torino per l’Heysel), del 2007 (morte Raciti, esilio trimestrale del Catania a Cesena e Lecce senza tifosi) e del 2008 (Roma-Cagliari a Rieti a porte chiuse), pur sapendo che, dai prossimi calendari, ci troveremo alla terza stagione consecutiva del proibizionismo (necessario) da stadio.

Domanda: dopo Brescia, cos’altro deve accadere per capire che bisogna invertire la rotta? A che serve la Tessera del Tifoso se il Prefetto di Genova è costretto a chiedere un campo neutro, per motivi di ordine pubblico, anche quando non c’è pubblico?

Spesso, malcostume notoriamente italiano, si abusa dell’etichetta Modello inglese per dire che una soluzione radicale ed efficiente esiste, come se dal Taylor Report al Football Disorder Act la pubblica sicurezza britannica sia riuscita a debellare la piaga dell’hooliganismo. Sbagliato, o vero che sia, ammesso e non concesso che il nostro fenomeno degenerativo sia uguale al loro, non è completamente vero. Infatti ci si scorda che i bobbies continuano a tentennare. Dove? Non più dentro i teatri del football, ma fuori gli stadium, nelle zone limitrofe, nei pub, nelle piazze, nelle uscite delle metropolitane. Esattamente dove, inequivocabilmente, si posiziona l’azione politica di Genoa-Cagliari a porte chiuse e a Brescia per motivi di ordine pubblico (senza pubblico). Perché dagli spalti, lo spauracchio si sta lentamente spostando in piazza. Non resta che il coprifuoco.

P.S. (sta per Post Scriptum, che avevate capito?). Dimenticavo: sapete ieri sera dov’erano i tifosi genoani mentre i rossoblù sconfiggevano i sardi? Armati di radio e pay per view, se ne stavano a casa, al bar e davanti ai maxi schermi (per giunta in un museo!) per seguire la diretta. Mamma mia che paura…

Un articolo intelligente a firma di Maurizio Martucci. Che nasconde una triste profezia: ben presto, per mettere in silenzio il malcontento delle persone, si ricorrerà al coprifuoco. Si è capito che l’andamento è quello, e lo si capisce dalle proposte di “Daspo per le piazze” arrivate a suo tempo dalla Lega e di ripristinare la “Legge Reale” da parte di Di Pietro. Solo che gli italiani sono troppo presi a blaterare di modello inglese per vedere un pò più in la del proprio naso…

 

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GENOA-SIENA: E LA TESSERA DEL TIFOSO?

Posted on 27 aprile 2012 by La Padova Bene

Fonte: la Roma

“Vedrai che ne parleranno” la frase che tra me e me continuavo a ripetere mentre assistevo ai salotti televisivi intenti a commentare il caso “Genoa”. Primo speciale niente, “va bene proviamo su quest’altro canale”. Anche qui nulla! “Ok, sono stato sfortunato proviamo di la. Si, Si, qui sicuramente ne parleranno, con questo parterre di ospiti vuoi che il discorso non esce fuori?” Niente, anche qui nessuno dice nulla. Di cosa sto parlando? Ovviamente della tessera del tifoso. Ho assistito ad ore ed ore di commenti e approfondimenti senza che il capitolo “tessera” venisse mai sfiorato. Un fatto decisamente curioso. E’ mai possibile parlare di Genoa-Siena senza accennare al progetto che, a detta di tutti, sarebbe servito proprio a rendere più sicuri e fruibili gli stadi italiani?

“Serve il modello inglese” la frase più gettonata, dimenticandosi di aggiungere che nella patria degli Hooligans, per andare allo stadio, non serve nessun ok da parte delle autorità di sicurezza, le trasferte non sono vietate e i biglietti non sono nominali. Ma questi, nella patria dove tutto succede “ad insaputa”, viene ridotto a mero dettaglio. Ovviamente!

Ma torniamo a Marassi. Premessa importante. Quanto successo non può di certo passare sotto silenzio. Contestare rientra nei “diritti” del tifoso, farlo in  quel modo rischia di farti scivolare nel torto, facendo passare in secondo piano i motivi della protesta stessa (Non sono d’accordo, per me non hanno fatto niente di male ma sopratutto hanno fatto bene! N.d.r.). Non è nostra intenzione fare un trattato sociologico, dire cosa è giusto e cosa è sbagliato, non ne abbiamo le competenze e soprattutto la voglia. Anche perchè ad oggi hanno parlato tutti:presidenti, giocatori, ex giocatori, istituzioni, giornalisti, opinionisti e perchè no, gli immancabili sociologi. La nostra volontà è quella di porre delle domande nel tentativo di trovare le risposte. Una su tutte: a cosa serve la tessera del tifoso? Ce lo siamo chiesti tre anni fa e lo rifacciamo oggi.

Nei tanti talk show di approfondimento, spesso frequentati dai tuttologi che un giorno parlano di fisica applicata e quello seguente di nouvelle cousine, si è discusso di tutto tranne che di questo. Facciamo un passo indietro. Ricordate il giorno della presentanzione del progetto quante belle parole in tema di sicurezza? “La tessera del tifoso servirà a riportare le famiglie allo stadio e a scoraggiare i teppisti”. Guai poi a metterne in discussione la validità, nella migliore delle ipotesi si veniva accusati di non essere tifosi veri o peggio ancora di spalleggiare chi allo stadio va solo per creare disordini. Come diceva Paul Valéry: “ Quando non si può attaccare il ragionamento, si attacca il ragionatore”. Logica che dalle nostre parti funziona a meraviglia.

Oggi riproponiamo con forza la domanda: a cosa serve la tessera del tifoso? Nel giro di qualche anno le presenze allo stadio sono crollate in maniera significativa, segnando flessioni importanti (e in alcuni casi determinanti) negli abbonamenti. Per non parlare poi della presenza dei tifosi in trasferta, una vera debacle. E la sicurezza? Più o meno tutto come prima. Però guai a dirlo…

Per concludere, questa situazione, mi riporta alla mente quel famos sketch televisivo con un gruppo di persone dentro un ascensore. Poco dopo la partenza, la salita viene interrotta da una flatulenza assai rumorosa. Tutti se ne accorgono ma nessuno ha il coraggio di dire nulla… e tra l’imbarazzo generale, quello che resta, è solo lo sgradevole odore.

Articolo gustoso. Avevo fatto caso anchio che nel post Genoa-Siena tutti si sono ben guardati dal nominare la tessera del tifoso. Gli unici commenti li ho trovati su qualche forum dove qualcuno si chiedeva in buona fede e non in maniera sarcastica come il sottoscritto (quindi la cosa è ancora più divertente quando a rimanerci male è qualche “anima candida” che non si rende conto di come va il mondo!) “Ma scusate, ma non avevano detto che con la tessera del tifoso non ci sarebbero più stati problemi? A che serve allora?”. Ovviamente la sua domanda non ha trovato risposta. O meglio la risposta ce l’ha già.

Direi che è lo sputtanamento totale del “modello italiano”, non solo della tessera del tifoso: vent’anni di cieca repressione che non hanno fatto altro che svuotare gli stadi e innalzare il livello della tensione negli stadi e non solo. Direi che è ora di voltare pagina.

 

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CESARE LANZA: “BASTA COL MORALISMO NEL CALCIO, SOSTENGO LE RAGIONI DEGLI ULTRA’!”

Posted on 24 aprile 2012 by La Padova Bene

Fonte: Pianeta Genoa

Nuova ondata di retorica e di indignazione moralistica, pressoché unanime, nel mondo del calcio. Sotto accusa, con processo sommario, gli ultrà del Genoa, colpevoli di aver provocato l’interruzione della partita col Siena (0-4 al momento della sospensione) e di aver intimato ai calciatori del Genoa di togliersi la maglia perchè “indegni di indossarla”.  Al grido di “vergogna!”, “delinquenti”, “arrestateli”, “non entrino più in uno stadio di calcio!”, una impressionante invettiva contro quei tifosi esasperati. Ilaria D’Amico – elegante e sobria di consueto, la presentatrice mia preferita -  dagli studi di Sky  si è spinta a definire l’incidente genovese una sorta di “stupro del calcio”. Per favore, non esageriamo. Mi schiero con gli ultrà o, almeno, vorrei sostenerne le ragioni, ignorate fino ad ora da tutti.

Il mondo del calcio è diventato ormai, da tempo, ANCHE (non solo, specifichiamo bene) un orribile luogo di cinismi, malaffare, pasticci e imbrogli d’ogni genere, accordi illegali per truccare le partite, ecc. C’è un interesse supremo, ovviamente quello dei soldi. In un oceano di guadagni o speculazioni sguazzano i calciatori, molti avventurieri che guidano alcuni club al solo scopo di arricchirsi, i procuratori che governano un mercato senza fine, le televisioni che accontentano ogni curiosità morbosa, anche minima, di milioni di cosiddetti appassionati, i dirigenti incapaci di restituire al calcio i connotati nativi di un fenomeno pulito, trasparente, sportivo, giornalisti che si eccitano ed eccitano, stigmatizzano e deprecano, cambiando umore come banderuole al vento; e potrei continuare a lungo, se si volesse entrare nei meandri delle strumentalizzazioni, delle sponsorizzazioni, o dei farmaci che hanno ucciso fior di giovani inconsapevoli di essere sfruttati e logorati fino all’ultimo respiro. Pur di sbattere il mostro in prima pagina, ho letto sciocchezze autentiche: per dimostrare la “maledizione” di Genova e del Genoa, si è arrivati a rievocare un Genoa-Milan (accoltellato e ucciso un tifoso del Genoa) e la sospensione della partita della Nazionale (gli incidenti furono provocati dai tifosi serbi!).

In questa infernale cornice ci sono – gli unici, sicuri innocenti – i tifosi – non solo quelli, straordinari, del Genoa. Pagano un biglietto, quasi sempre salato, e sognano di veder la propria squadra vincente o, quanto meno, questo è il punto, impegnata a sudare e lottare, per il migliori risultato possibile. E tra i tifosi ci sono gli ultrà,  gli estremisti: se commettono violenze, sono il primo a infuriarmi e a pretendere – inutilmente, visto come funziona la giustizia – che siano puniti e condannati in modo esemplare. Ma se non commettono violenza, anche io, da sessant’anni, sono un ultrà, per il sentimento del tifo. In particolare, sono un ultrà genoano: cioè legato, per misteriose motivazioni (se interessa, ne parleremo un’altra volta) alla propria squadra, storicamente ormai sofferente e perdente da decenni. In maniera indissolubile. Se non fosse per ragioni di età e di salute, e perchè vivo a Roma e non più a Genova, ogni domenica in cui il Genoa gioca in casa, sarei lì,  allo stadio, confuso tra gli ultrà, a gridare il mio entusiasmo e le mie speranze. Noi genoani siamo una specie unica: siamo quelli che hanno imbandierato la città il giorno della beffarda retrocessione in serie C, quando avevamo appena riconquistato la serie A. Siamo quelli che hanno applaudito la nostra squadra – pochi anni fa! – quando a Genova è stata messa sotto dall’Inter di Mourinho con un punteggio superiore a quello che ci ha inflitto il Siena. Ricordo perfino uno 0-8 (otto gol in casa!) presi dal Milan di Nordhal negli anni cinquanta. Ricordo uno 0-5 incassato dall’Udinese di Zico. Ebbene? Mai si è avuta, nella storia del Genoa, una protesta popolare come quella di domenica.

Perchè oggi, allora? Perchè domenica si è passato il segno. Era, per il Genoa e per il Siena, la partita della salvezza, E i toscani l’hanno affrontata con cuore, con aggressività sportiva, consapevoli dell’importanza dei punti in gioco.

E i nostri? Poveracci, presi a legnate dagli avversari, senza capacità nè di lotta nè di reazione. Una vergogna, questa sì. E cosa hanno fatto gli ultrà? Qual è stata la loro colpa? La sola “violenza” è stata quella di provocare l’interruzione di una mezz’ora… Dov’erano i dirigenti, il presidente, l’allenatore? Dov’erano le forze dell’ordine? Gli ultrà hanno preteso che i giocatori si togliessero le sacre maglie rossoblù. Ebbene, da qualche anno il Genoa non è  una squadra di calcio: è diventata una pensioncina dalle porte girevoli, in cui i calciatori entrano ed escono, a decine ad ogni stagione, i più deboli restano, i più forti vanno via: Milito, Thiago Motta, Ranocchia, Borriello, El Sharawy, solo per citare i primi che mi vengono in mente. Addirittura  alcuni, come Bonucci e Boateng li abbiamo visti in transito, neanche un giorno vissuto a Genova, acquistati per essere subito ceduti, dirottati alla Juventus e al Milan.

Qual è l’identità della squadra, qual è il valore della maglia? Esiste forse il valore della maglia genoana per i dirigenti del club, per le televisioni che infuriano e insultano, per i giornali, per i procuratori, per i calciatori? Ma via!

Che gliene frega ai migliori calciatori, un Palacio o a un Gilardino – che probabilmente sono già venduti o certamente saranno venduti – di togliersi di dosso la maglia, o ad altri che vanno e vengono come pacchi postali? Il. valore della maglia contava – conta – solo per noi ultrà, per tutti gli altri tifosi d’accordo con gli ultrà. E perciò è partita l’intimazione di togliersela, quella maglia,  con una manifestazione che può diventare di grandiosa importanza per chi ama il calcio. Non per quelli che ci sguazzano, nel calcio, per convenienza e interessi a volte perfino impronunciabili. Ma per chi ama davvero il calcio, come gli ultrà, gli ultimi Mohicani romantici. Viva gli ultrà! Si è oltrepassato il limite del diritto di protesta? Forse. Ma sono orgoglioso che dal mio Genoa parta finalmente una rivendicazione popolare dai toni forti: è il tifoso che può reclamare i suoi diritti, è il tifoso l’unico che ancora paga, e crede, in questo sport, diventato e deformato come un business-show.

Cesare Lanza

Nel marasma di frasi sconnesse e senza senso che ho sentito in questi giorni (perfino a livello locale, bastava vedere il circo di Borile lunedì sera con ospite d’onore nientepopodimenoche Freddy Mercury Gottardo), questo è uno dei pochi articoli che si salvano. Lo pubblico perchè mi sembra giusto. Condividetelo il più possibile, anche nelle bacheche di quei giornali che sparano a zero sul mondo ultras o su quelli che cancellano i commenti “non allineati” come per esempio la “cazzetta” dello sport (scrivo minuscolo, così, per disprezzo…). Fate girare!

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VENERDI’ SERA DI RABBIA…

Posted on 23 aprile 2012 by La Padova Bene

Fonte: Il Mattino di Padova

 «A mezzanotte, uscite a mezzanotte». Sono stati di parola i ragazzi della Tribuna Fattori. Dopo aver sostenuto il Padova fino alla mezz’ora del secondo tempo, non ce l’hanno più fatta e nell’ultimo quarto d’ora hanno dato il via a una durissima contestazione, proseguita dagli spalti all’ingresso della tribuna ovest. «Vergognatevi», «Andate a lavorare», «giocate senza la maglia» questi i cori rabbiosi, partiti dalla Fattori e arrivati fino ai cancelli dall’altro lato dello stadio. Che la situazione potesse degenerare non si capisce subito. Qualche minuto dopo il fischio finale le minacce dei tifosi sembrano destinate a restare solo parole. Sembra.

I primi tifosi arrivano una ventina di minuti dopo la fine della partita, si sentono i cori e la rabbia. Sono divisi in due plotoni i sostenitori più agguerriti. Il gruppo più numeroso arriva davanti l’ingresso della tribuna autorità, mentre con grande prontezza gli agenti della Questura ordinano agli steward di chiudere tutti i varchi e non far uscire più nessuno dallo stadio. Gli spettatori se n’erano già andati, ma non tutti, oltre agli addetti ai lavori anche qualche vip, come Pippo Maniero, resta bloccato nei sotterranei dell’Euganeo.

Il livore cresce. Il secondo gruppo di tifosi si assiepa davanti al cancello tra la curva nord e la zona ovest, da dove entra il pullman della squadra. Davanti a loro si schierano una decina di agenti di polizia in tenuta antisommossa. Qui la storia prende due strade diverse. La prima: i tifosi presenti ai cancelli autorità, più di 200, continuano a contestare e ottengono un colloquio con la vice Carron e il presidente Cestaro che provano a placare gli animi. Sembrano riuscirci, arriva anche qualche ovazione: «C’è solo un presidente». Dopo una ventina di minuti di colloquio con i dirigenti, escono anche giocatori e staff tecnico. Ripartono i cori offensivi, nel mirino i giocatori.

Dopo qualche minuto Cestaro e la Carron lasciano sola squadra e mister. Il patron è infuriato, si avvicina alla macchina biascicando qualche offesa. Se la prende anche con il tecnico, poi fugge intimando agli amici di salire velocemente in auto. La squadra resta un altro po’ con i tifosi poi rientra verso il pullman mentre Dal Canto raggiunge la sala stampa e parla anche del confronto appena avuto: «Dopo una batosta del genere diventa difficile controbattere alle ragioni dei tifosi, ma non voglio crocefiggere la squadra».

Intanto dall’altra parte succede anche di peggio. Il centinaio di sostenitori accalcatisi in zona nord-ovest provano ad entrare, scalciano il cancello che ad un certo punto si apre. La situazione sfugge di mano alla polizia che inizia a sparare alcuni lacrimogeni. Si crea il panico, l’azione delle forze dell’ordine fomenta la rabbia. Qualcuno lancia dei cassonetti contro la cancellata che si sta richiudendo, mentre la maggior parte dei tifosi indietreggia. La puzza del gas è forte, uno stewart si sente male e vomita mentre ci vorrà la mezzanotte passata per far tornare la situazione alla normalità.

Venerdì sera la Fattori è stata l’unica nota positiva di tutta la serata. Una Fattori più che mai viva, attiva, orgogliosa. Capace di accendere fumogeni e continuare a cantare ad ogni gol avversario. Capace di fare una bella sciarpata sullo 0-5. Capaci di cantare di fronte a una squadra di cadaveri solo per il nostro orgoglio.

Dovrebbero pensarci bene certi giornalisti e certi “addetti ai lavori” prima di sputare sentenze sul mondo ultras: le curve degli stadi sono in assoluto uno dei più grandi spettacoli legati al calcio, spesso e volentieri di gran lunga superiori a quelli che si vedono sul campo, e la Fattori di venerdì sera ne è stata la piena dimostrazione!

Poi al fischio finale è esplosa la rabbia e la contestazione, come riporta anche l’articolo. Con una precisazione: l’articolo parla di “circa 200 tifosi” che hanno contestato la squadra più altri 100 in zona nord-ovest. In realtà circa il doppio, 5-600 persone divise in due gruppi: il primo davanti la tribuna autorità, il secondo di fronte al cancello che da sugli spogliatoi. E ciò che non dice l’articolo è che le forze dell’ordine, come è loro abitudine, hanno iniziato a sparare lacrimogeni ad altezza d’uomo, colpendo anche qualche ragazzo che solo per miracolo non si è fatto male seriamente! Tutto questo ha scatenato ovviamente solo ulteriore rabbia, ed allora mi chiedo: visto e considerato che la questura sta esaminando i filmati per risalire ai tifosi protagonisti delle tensioni con le forze dell’ordine, non sarebbe giusto che venissero denunciati anche quegli agenti di polizia che si sono messi a sparare lacrimogeni ad altezza d’uomo? In fin dei conti hanno tenuto un comportamento irresponsabile, rischiando di commettere danni irreparabili… Invece purtroppo temo che come al solito pagheranno solo gli ultras!

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MOROSINI, TACCOLA, RENATO CURI… PERCHE’?

Posted on 17 aprile 2012 by La Padova Bene

Fonte: Il blog di Maurizio Martucci

Facciamo così. Siccome non sono un mago, né un indovino, mi sgancio da quanti – in queste ore – si stanno sperticando su teoremi e teorie astruse sul povero Piermario Morosini. Ci sarà l’esame autoptico e, aperto il fascicolo, forse un procedimento della magistratura abruzzese, quantomeno per l’ambulanza ostruita dall’auto della Polizia Locale (che fenomeni!) Però, siccome faccio il giornalista, dalla tragedia di Pescara-Livorno e dallo sguardo svuotato di Zeman, prendo l’assist per rileggere i casi di due calciatori italiani, morti in attività, a favore di telecamera.

Serie A, 16 Marzo 1969, Stadio Amsicora, post Cagliari-Roma. Improvvisamente, sotto il naso di compagni e mister Helenio Herrara, nello spogliatoio ospite rantola e muore Giuliano Taccola, 26enne (come Morosini), attaccante romanista. “E’ stata una fatalità”, dice il Mago. Ma la vicenda è misteriosa. Archiviato ogni procedimento, per la famiglia non c’è nemmeno la consolazione del responso dell’autopsia. Infarto? Collasso? Broncopolmonite fulminante? Macché. “Fu un omicidio scomodo”, senza darsi pace, sostiene la vedova Marzia Nannipieri, misconoscendo la fatalistica versione dell’insufficienza acuta cardio-respiratoria.

Una verità che, già nel 1969, aveva imbeccato proprio il medico sociale del Cagliari, il Dott. Frongia, descrivendo su La Stampa gli ultimi attimi di Taccola e il giro di medicinali col collega Visalli. “Pochi minuti dopo la partita - disse – proprio mentre ero nell’infermeria dello stadio, veniva da me il medico della Roma, Visalli, per richiedermi un flacone di Penicillina. Gli consegnai un prodotto che uso sempre, che si chiama Neopenil-S, informandolo che conteneva un milione di unità di Penicillina, e mezzo grammo di Streptomicina. Dopo qualche minuto, però, il medico della Roma tornò da me, chiedendomi una fiala di Coramina. Capii che la situazione stava aggravandosi e, pur non conoscendo né il nome del giocatore ammalato, né l’entità del male, offrii al collega il mio aiuto”. Secondo le rilevazioni (postume) dell’ex capitano romanista Giacomo Losi e la casistica (fiorente) di morti analoghe negli anni ’60, Taccola sarebbe morto per un’iniezione di Penicillina (probabilmente) allungata con l’anestetico Procraina (Novocaina), causa di choc anafilattico e arresto cardiaco in pochi minuti. Altro che fato.

Serie A, 30 Ottobre 1977, Stadio Pian di Massiano, in campo Perugia-Juventus. Piove, da 5 minuti è iniziata la ripresa. Renato Curi, regista perugino di 165 centimetri da Ascoli Piceno, di colpo stramazza a terra. Occhi rovesciati, barella con coperta, juventini con mani nei capelli. A fine gara, il collegamento radio ‘Tutto il calcio, minuto per minuto‘. La notizia dalla mitica raucedine di Sandro Ciotti: “Scusa Ameri, il giocatore del Perugia Curi, è morto”. Miocardite acuta? Infarto a causa di disfunzione cardiaca?

Scriveva La Stampa nel 1977: “Curi era infortunato, ma si è atteso l’ultimo momento per decidere. Una infiltrazione di Novocaina dove la gamba fa male, poi dopo qualche minuto un piccolo test (qualche scatto, due calci al pallone) per vedere se il male è diventato sopportabile. ‘E’ la prassi normale’ dice il dottor Tomassini, tralasciando quanto meno di rilevare come l’anestesia locale tolga soltanto la sensazione dolorifica e non la causa del male, anzi finisca per sottrarre all’organismo proprio quelle difese che si esplicano con il dolore”. Il processo per omicidio colposo, durato 5 anni fino in Cassazione con doppio Appello, ha però schivato la pista Novocaina, lasciando agli imputati la sola accusa di negligenza nella cura della patologia del calciatore. Risultato? Assoluzione dei medici di Perugia (Dott. Tomassini) e Nazionale italiana (Dott. Fini), oltre al proscioglimento del cardiologo di Coverciano (Prof. Branzi). Però (beffarda coincidenza) quando decenni dopo lo spettro del doping si abbatte su Farmacia Juventus, Cecilia vedova Curi dichiara ai microfoni del Tg1: “Voglio incontrare Raffaele Guariniello”. Senza costituirsi parte civile, sostiene che al marito fu somministrata Novocaina in fiala e che  l’avrebbe certamente rifiutata se solo – un medico – prima dell’iniezione lo avesse informato dei rischi, annessa reazione choc anafilattico. Altro che fato.

Brava FIGC che ha sospeso la domenica del pallone. Lode al Presidente (uscente) Abete per l’iniziativa, più unica che rara. Però, c’è un però: non si perda l’occasione.

Approfittiamone per riflettere, creando nuova consapevolezza. Lo scrivo in primis ai tifosi del Livorno: troppe volte dalla curva hanno rovinato ‘minuti di raccoglimento’ con grida e inutili cori. Noi come loro, e giustamente ieri i pescaresi, oggi piangiamo un figlio d’Italia, oltre colori e bandiere: la morte è uguale per tutti, per un parà della Folgore come per un Amaranto, senza fischi. Ma approfittiamone anche per interrogarci sui perché delle morti assurde nel calcio, serie minori incluse. Lutti anonimi per impianti pericolosi e fatiscenti, latitanza di primo soccorso sui campi di base, dal dilettantismo alle giovanili. Dove, senza clamori e diretta Tv, si muore come Piermario Morosini. E senza defibrillatore.

L’ultima, oggi (sovrapposizione macabra di date!) sono 23 anni esatti da Sheffield, strage allo Stadio di Hillsborough: era il 1989, muoiono in curva 96 tifosi del Liverpool, corpi schiacciati e riversi in campo. Senza un colpevole, giustizia inglese. Evidentemente, tutto il mondo è paese…

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