Continua il dibattito sul caso di Gabriele Sandri, e se sia giusta o meno la pena inflitta a Spaccarotella. Do spazio a due opinioni diverse, entrambe riprese dal sito Dalla Parte del Torto. Poi ognuno si faccia la sua idea in merito:
GABRIELE, GIUSTIZIA E’ FATTA. Poche ore e Luigi Spaccarotella varcherà la soglia del carcere. Da quando esplose il colpo che uccise Gabriele Sandri, l’agente della Polstrada non era mai stato privato della libertà, anzi, per diverso tempo ha continuato a fare il suo lavoro, armato, come se nulla fosse accaduto. Ieri, l’ultimo grado di giudizio ha confermato la sentenza di Firenze, che nel 2010 aveva condannato il poliziotto a 9 anni e 4 mesi per omicidio volontario. L’aula della Corte di Cassazione è fredda, in ogni senso. Marmo e architetture imponenti non vengono scaldate dall’ombra di un termosifone nell’aula nella quale verrà messa la parola “fine” alla vicenda processuale dell’uccisione di Gabbo da parte di Spaccarotella. Il grande assente, come sempre, è proprio lui: l’uomo in divisa che l’11 novembre del 2007, sparando da un lato all’altro dell’A1, all’Autogrill di Badia al Pino, tolse la vita ad un ragazzo di 26 anni che in quel momento dormiva in auto. Si cercò di sviare, cancellare, mistificare la realtà dei fatti: mai trovati i filmati dell’autogrill che avrebbero tolto ogni dubbio sulle responsabilità dell’agente, e poi il proiettile deviato, e le insinuazioni su un vecchio Daspo per Gabbo e inesistenti tracce di sassi nelle sue tasche. E silenzi ingiustificati, e conferenze stampa senza domande. Poi la dignità immensa di una famiglia che ha cercato con determinazione di ottenere giustizia, la mobilitazione dei tanti che in tutta Italia li hanno accompagnati per quattro anni. Tutto è stato consegnato alla storia di questa vicenda vergognosa per un Paese che si vorrebbe civile. Si vorrebbe, appunto. Lo fa credere, quando la tv – di Stato e no – ci subissa di fiction sul poliziotto buono, sul carabiniere amico dei bambini, sull’investigatore sgangherato ma serio e responsabile. La realtà è un’altra e in troppi, come accaduto alla famiglia Sandri, lo scoprono solo quando una divisa gli porta via il bene più caro. Ma soprattutto quando un muro insormontabile si erge a impedire che venga fatta giustizia vera. Non vendetta, giustizia. Non pene esemplari, pene giuste. Le stesse che verrebbero comminate a un comune cittadino che delinque. Ma troppo spesso, e accadde anche nel processo di primo grado per l’uccisione di Gabbo, un abuso lampante, una volontarietà evidente, viene derubricata a “colpa”, che in linguaggio giuridico significa che si poteva evitare ma le cose sono andate peggio di quanto si credeva. Ma cosa poteva credere, Luigi Spaccarotella, quando ha tirato, per la seconda volta, il grilletto. Che come in una di quelle fiction avrebbe fatto esplodere una gomma e con sprezzo del pericolo e senso del dovere avrebbe arrestato gli inseguiti? Tra i complimenti e le pacche sulle spalle dei colleghi magari. Ma quelli le pacche sulle spalle gliele hanno date comunque, magari qualcuno si è pure complimentato per avere fatto centro. Non sarebbe così strano a sentire le intercettazioni che a volte saltano fuori nei processi contro uomini in divisa resisi colpevoli di abusi. Chi uccise Federico Aldrovandi si vantò di averlo “bastonato per bene”. Troppo spesso i colleghi di chi sbaglia alzano i loro scudi, come quando stanno per caricare un gruppo di manifestanti, di ultras, di lavoratori in piazza. E nascondono quel che sta dietro. Non si può vedere oltre quei caschi e quelle divise; nemmeno i volti si riconoscono, celati dai fazzoletti. In quella macchia blu scompare la verità. Ma volte, dei sassi, quelli che non ci sono mai stati nelle tasche di Gabriele, finiscono negli ingranaggi del sistema consolidato del silenzio e della connivenza. La determinazione e il coraggio di una famiglia, la mobilitazione degli ultras di tutta Italia, degli amici di Gabriele, sono stati un sasso virtuale cha fatto centro, nonostante gli scudi. Nonostante le pietose arringhe dei difensori di Spaccarotella, che ancora una volta, ieri, hanno dipinto un uomo disperato per il suo gesto e cercato poi di legittimarlo dipingendo a tinte forti la rissa che era scoppiata dall’altra parte della A1. La colpa è sempre degli altri: “Ci provi lei a fermare una macchina con una biro”. Lui, Luigi Spaccarotella, lo ha fatto con la pistola. E ha pianto per paura di perdere il lavoro, non per aver fermato un cuore di 26 anni: Gabriele era un inciampo nella sua carriera. Nessuna scusa per quel figlio ucciso: difficile spiegarsi come un genitore – perché Spaccarotella ha dei figli – possa sentirsi tanto distante da mamma Daniela e da papà Giorgio. Ora Cristiano, una tempra d’acciaio, spera che la sentenza che ha reso infine Giustizia a suo fratello faccia giurisprudenza. E ora, che si abbassino gli scudi… (Alessia Lai – www.rinascita.eu)
IL CASO SANDRI: INGIUSTIZIA TIPICAMENTE ITALIANA. Nei tribunali di tutta Italia, troviamo capeggiare una “simpatica” scritta: “la legge è uguale per tutti”.
Questa espressione racchiude in se uno dei principi cardine della Costituzione italiana, ossia il principio di eguaglianza (art.3). All’art. 3 primo comma la Costituzione dice: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale [cfr. XIV] e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [cfr. artt. 29 c. 2, 37 c. 1, 48 c. 1, 51 c. 1], di razza, di lingua [cfr. art. 6], di religione [cfr. artt. 8, 19], di opinioni politiche [cfr. art. 22], di condizioni personali e sociali.” (Tratto da Senato.it).
Il tema della giustizia costituisce uno dei grandi problemi “storici” di questo paese. Infatti, fra tempi lunghi, tante volte ai limiti della prescrizione, e la mancanza di coerenza fra sentenza e leggi, il popolo italiano si dice quasi sempre insoddisfatto della giustizia italiana.
Per uno come me che ha espresso vicinanza alla famiglia Aldrovandi, nel momento in cui la madre è stata querelata per diffamazione (il mio amico abusivor0x ricorderà sicuramente e potrà confermare), l’esempio cardine dei problemi della giustizia italiana è rappresentato dal caso Sandri, che ieri ha provocato un boato nell’opinione pubblica nazionale, in particolare nel mondo ultras.
Francamente io, Pietro Minardi, cittadino e tifoso (non ultras) mi sento incazzato ed amareggiato dal fatto che Gabriele Sandri, a mio modesto parere, non abbia avuto giustizia. Luigi Spaccarotella è stato condannato a 9 anni e 4 mesi per l’omicidio di Sandri dalla Corte di Cassazione, la quale ha respinto il recorso dei legali dell’ex agente della polstrada.
Si legge da IlGiornale.it: “Quello di Gabriele Sandri è stato un omicidio volontario, giusta la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Firenze che ha condannato l’ex agente della Polstrada di Arezzo Luigi Spaccarotella a nove anni e quattro mesi di carcere per la morte del giovane tifoso laziale ucciso in autostrada l’11 novembre del 2007. La prima sezione penale della Corte di Cassazione respingendo il ricorso presentato dai legali del poliziotto così come chiesto dal pg Francesco Iacoviello, ha di fatto reso definitiva la condanna e aperto le porte del carcere per Spaccarotella.”
Link completo – http://www.ilgiornale.it/interni/la_cassazione_ha_chiuso_caso_sandri_spaccarotella_condannato_9_anni_e_4_mesi/15-02-2012/articolo-id=572182-page=0-comments=1
Se vogliamo difatti essere pignoli, l’art. 575 del codice penale italiano recita: “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno [c.p. 32, 276, 295, 301, 306] (2)(3).” Ciò vuol dire che chiunque uccida qualcuno debba subire una condanna non inferiore a 21 anni. Se Spaccarotella, secondo i giudici, ha ucciso Sandri, perchè gli sono stati inflitti solo 9 anni e 4 mesi?
Quando parlo di coerenza del diritto mi riferisco a questo, ossia la reale applicazione di quanto previsto nel codice nella sostanza delle sentenze. Purtroppo, in Italia, tante volte questa coerenza non esiste. Questo da luogo a diversi luoghi comuni popolari del tipo: “se il padre di famiglia ruba 1 kg di mele per mangiare e dare a mangiare ai figli, finisce in galera; mentre chi ruba 100 mila euro, siccome è qualcuno, se la cava con qualche multa ed in carcere non ci finisce proprio”.
Questo luogo comune (uno dei tanti) è presente indubbiamente nella cultura italiana e da ciò deriva la mancanza di fiducia nella giustizia italiana, che evidentemente allo stato attuale delle cose non riesce, almeno nell’opinione più comune della gente, ad essere equa ed efficace nella sua azione. Basta pensare ad alcuni testi musicali: per esempio in “La Bella Italia di Aban e Guè Pequeno” si dice nel testo “non va dentro Barabba, sconta il povero Cristo”; questo è solo uno dei tanti esempi.
Bisogna dire basta a questo sistema malato! Bisogna dire basta alla ingiustizie! Bisogna dire basta ad un sistema che non funziona! Basta indulti e legittimi impedimenti, vogliamo una seria riforma della giustizia!! (Pietro Minardi – www.pietrominardi.blogspot.com)