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PADOVA-SPAL, 16 MAGGIO 1993

Posted on 17 maggio 2012 by La Padova Bene

Delle volte penso di aver fatto il mio tempo, che il calcio e lo stadio di oggi non mi divertono più, che forse è l’ora di occuparsi di cose più serie e lasciare spazio ai giovani. Poi apro l’album dei ricordi e mi rendo conto che ho ancora bisogno di certe cose e di certe sensazioni…

Il Padova edizione 1992/93 era molto diverso dalla squadra sbarazzina di due anni prima. Diciamo che era tremendamente più cinico e concreto: partiti male in campionato, bastonati a Cremona alla seconda di campionato e contestati apertamente la domenica successiva contro il Modena; i biancoscudati avevano saputo pian piano trovare un loro equilibrio in spogliatoio, riuscendo a forgiare un gruppo dal grande carattere. Un gruppo che mi fece innamorare, e che ancora adesso ricordo con immutato affetto a distanza di tutti questi anni: il Padova 1992/93 è in assoluto la squadra che più mi è entrata nel cuore, non perchè fosse particolarmente spettacolare da vedere ma perchè dotato di una grinta ed un cuore che non ho più ritrovato in seguito… Qualcosa di simile l’ho visto nell’anno della promozione in C1, ed anche l’anno scorso in un certo senso, in entrambi i casi due campionati conclusi in rimonta… Qualcuno sostiene che nel DNA del tifoso padovano è insita la sofferenza, ed i fatti sembrerebbero dargli ragione: non abbiamo mai avuto una squadra ammazza-campionato, non abbiamo mai vissuto una doppia promozione consecutiva, abbiamo sempre dovuto lottare ben più del dovuto per ogni minimo traguardo. Forse è proprio il sadismo insito in noi che ci ha fatto innamorare di questa maglia. Il mio sogno nel cassetto rimane sempre l’Europa, mi rendo conto tuttavia che la realtà oggi come oggi è ben diversa: probabilmente l’era-Cestaro si concluderà col vicentino che getterà la spugna una volta giunti nella massima serie, cedendoci a qualche speculatore senza scrupoli e rispedendoci nell’inferno della serie C. Il che è un avviso a quanti oggi seguono il Padova: se ve la sentite di soffrire per i colori biancoscudati in futuro bene, altrimenti andate pure fuori dai coglioni adesso!

Nel 1993 il mondo era molto diverso da adesso. Diciamo pure che era un’altra cosa, ma questo lo sanno tutti. La cosa strana è che spesso si dice che “si stava meglio quando si stava peggio”, ma la realtà è ben diversa: all’epoca stavamo decisamente meglio, a partire dal fatto che avevamo molti più soldi in tasca! Per quanto mi riguarda, il fatto che stavo decisamente meglio di oggi è anche abbastanza naturale visto che avevo 17 anni e vivevo esattamente come vivono tutti i diciasettenni del mondo: la scuola al mattino, la compagnia di amici al pomeriggio, uscivo di sera solo al sabato e molto spesso per fare le stesse cose che facevo nei pomeriggi feriali ovvero quattro chiacchiere con gli amici… La domenica andavo alla partita, ed in casa non me ne perdevo una mentre cominciavo a fare anche qualche trasferta; e dopo la partita era quasi obbligatorio un salto al Wag (al tempo era la discoteca più in voga fra i teen-agers padovani, sorgeva dove poi per anni c’è stato il Victoria Pub in via Savonarola, oggi non so più cosa ci sia esattamente…). In quella primavera del 1993 ero in rimonta esattamente come il Padova, nel senso che l’anno scolastico (ero in seconda dopo aver ripetuto la prima) era partito malissimo, con lo stesso andamento del mio primo anno di superiori ovvero poche presenze in classe e tantissime al Rex, al Tranquillino o all’Hec… Poi di fronte alla concreta minaccia di mio padre di portarmi a lavorare in fabbrica con lui mi misi di impegno e nel secondo quadrimestre riuscii a tirare su quasi tutte le materie in cui navigavo ben al di sotto della sufficienza. Insomma cullavo sogni di promozione, che esattamente come quelli del Padova vennero infranti a giugno quando mi ritrovai a settembre per una sola materia (non vi dico quale) e non per il mio rendimento scolastico… Insomma, studiavo si ma non mi facevo mancare la compagnia degli amici nel tempo libero: poteva sembrare noioso non girare per pub e locali (a parte qualche rara occasione come feste o compleanni), del resto soldi in tasca non ne avevamo in quanto studenti, ma le giornate trascorse sulle gradinate di quel campetto di pallacanestro che era la nostra roccaforte avevano un gusto tutto particolare e regalavano spesso e volentieri perle di saggezza e grasse risate. Per dirne una: un noto personaggio a suo modo “storico” della tifoseria abitava li in zona, spesso lo vedevamo tornare in Vespa dal suo (allora) lavoro di guardiano notturno, e lo chiamavamo per farci due risate visto che viveva abbastanza in un mondo tutto suo. Un giorno un mio amico aveva portato uno stereo portatile, da dove sparava a tutto volume “Technobalilla”, ovvero una compilation firmata Moka DJ molto in voga in quel periodo, contenente gran parte dei canti del ventennio remixati in versione techno. Ad un certo punto si vide passare la Vespa del “noto personaggio” che, attratto dalla musica, si fermò a chiederci che canzone fosse. In quel momento il pezzo battuto era l’Inno del Sommergibilista (“Sfiòrano l’onde nere nella fitta oscurità, dalle torrette fiere ogni sguardo attento stà! Taciti ed invisibili, partono i sommergibili! Cuori e motori d’assaltatori contro l’immensità!”) e ben sapendo che la sua fede politica era all’opposto (si è spesso vantato di aver partecipato ai motti del 1977, non oso pensare con quali risultati vedendo un pò il tipo…) gli dissi che era un canto partigiano ripreso poi dagli autonomi nelle piazze negli anni ’70. Si limitò ad un laconico “Ah, si si… me pareva de ricordarmeo!” e se ne andò lasciandoci un pò attoniti a ridere… due anni dopo in occasione di una trasferta a San Siro apostrofò dapprima i celerini come “compagni” e poi levando il pugno chiuso verso di loro cominciò a cantare “Taciti ed invisibili, partono i sommergibili…”, causando grasse risate in tutti i presenti: il grosso non capiva ciò che diceva ma rideva semplicemente vedendo la scena, quelli più istruiti gli facevano notare che aveva “leggermente” sbagliato canzone, io avevo semplicemente le lacrime agli occhi ben sapendo da dove veniva quella sua convinzione e che normalmente avrebbe fatto fatica a ricordarsi a memoria l’indirizzo di casa sua ma si ricordava perfettamente una canzone che aveva sentito di sfuggita due anni prima, ed era pure la canzone sbagliata nel contesto!

Ma la “vita da ultras” già mi attirava parecchio: mi avessero chiesto cosa avrei voluto fare da grande avrei risposto “Seguire il Padova ovunque!”. Del resto, cosa altro potevo voler fare? Ero in quell’età in cui si vede il mondo del lavoro come una cosa lontana dal venire, ed appartengo ad una generazione che alla famiglia ed ai figli non ci pensava proprio (anche se poi arriva il momento per tutti… ma era troppo presto!). Dagli amici e dagli adulti ero considerato comunque quello “un pò strano” che è troppo invasato di stadio, ma forse la maggior parte di loro era convinta che avrei lasciato perdere una volta che avessi imparato a riconoscere il profumo di una donna. Imparai di li a pochi mesi a dire la verità, ma non mi è mai passato per la testa di lasciar perdere! Anzi, posso dire che le due passioni si possono coniugare tranquillamente, checchè ne dicano molti… Avevo precisamente una bella sbandata per una mia amica dell’epoca, e di li a poco i miei sforzi avrebbero trovato il giusto sbocco, anche se il tempo avrebbe detto che ancora non ero pronto per una “storia importante”… E quando non andavo in compagnia mi vedevo spesso con altri miei coetanei, amici di amici o meglio compagni di scuola di amici, che già erano più inseriti nell’ambiente stadio ed avevano molta più libertà rispetto al sottoscritto (ed anche molta più disponibilità economica) per partecipare alle trasferte… Cominciavo a guardare le partite in TV più per sentire il tifo che non per vedere le azioni da gioco e spesso cercavo nelle riprese il settore ospiti per vedere quanti ultras erano al seguito della squadra in trasferta… e compravo Supertifo per ritagliarmi le foto delle tifoserie ed incollarmele sul diario scolastico… Insomma facevo quello che fanno un pò tutti gli adolescenti che cominciano ad avvicinarsi all’ambiente ma che ancora vivono di sogni!

In quel maggio 1993 il Padova iniziò a gettare seriamente le basi per un finale di stagione da cardiopalma: il 2 maggio vincemmo 1-0 un derby “bollente” in campo e fuori contro il Venezia all’Appiani, con una gran punizione di Angelo Di Livio che poi fece il giro di tutto lo stadio per festeggiare. Il tornante romano era decisamente l’idolo della tifoseria e della Curva Nord: anche lui non un fenomeno tecnicamente, ma uno che in campo dava tutto con una grinta che compensava alla grande i limiti tecnici. A fine stagione se ne sarebbe andato, non ho ancora dimenticato le sue lacrime al momento del commiato… La domenica successiva ottenemmo un sofferto pareggio a Bari, ed ora all’Euganeo arrivava la Spal per una partita importantissima, sia ai fini della classifica, sia per quanto riguarda la tifoseria. I biancazzurri ferraresi erano stati promossi in B al termine della stagione precedente, e quell’anno si giocavano una salvezza che almeno sul campo per conto mio avrebbero meritato (dopo quella stagione non hanno mai più messo piede nella serie cadetta perdendo almeno un paio di volte i playoff e conoscendo poi l’onta del fallimento…). Il Padova doveva vincere per rimanere agganciato al treno di testa, la settimana dopo ci sarebbe stata la difficile trasferta sul campo della Reggiana già quasi promossa (e per me con la scusa della partita decisiva sarebbe stato più semplice strappare ai miei il permesso per poter andare, altrochè il “questa è l’ultima trasferta della tua vita” pronunciato da mia madre dopo la famosa “Cremona Invasion” del 1991!) e quindi era fondamentale far punti, possibilmente “bottino pieno”. Ma Padova-Spal era soprattutto una rimpatriata fra vecchi nemici: loro quell’anno come tifoseria erano in forma smagliante, e portavano grandi numeri ovunque. Non sono mai stati una tifoseria che mi ha impressionato particolarmente, e negli ultimi anni non sono mai stati in tanti (ammesso che questo significhi realmente qualcosa…); ma in quel periodo muovevano migliaia di tifosi al seguito come ridere. All’Appiani quella domenica erano attesi circa 2.000 tifosi da Ferrara, tanto per rendere l’idea. La partita d’andata aveva visto il nostro “gruppo di fuoco” mettere in atto un numero molto ben riuscito, che spesso facevano in quegli anni: evitarono il classico “treno speciale” e si imbarcarono senza colori in un treno di linea, eludendo la scorta di polizia appena giunti a Ferrara e puntando diretti alla loro curva. Era molto presto, di spallini in giro ce n’erano pochi, e quei pochi furono colti abbastanza di sorpresa, soprattutto quelli che a quell’ora stavano portando dentro lo stadio il materiale per la coreografia: un noto personaggio della Piazza si impossessò di un grosso sacco nero di pon-pon bianco-azzurri, dopodichè ormai quasi braccato da un poliziotto glielo mollò sulle gambe facendo rotolare a terra il malcapitato agente e disseminando la strada di pon-pon prima di infilarsi nel nostro corteo che stava arrivando dalla stazione facendo finta di nulla… Ma anche dentro lo stadio si poteva notare la presenza di molte sciarpe biancazzurre fra gli ospiti. Il resto della giornata si svolse abbastanza (quasi) tranquillamente, ma le premesse per una domenica calda all’Appiani c’erano tutte…

E quella domenica di maggio faceva caldo sul serio, più di oggi. Il sabato sera avevo “tastato” la disponibilità dei miei amici a venire alla partita, ed eventualmente anche a darmi un passaggio in motorino dato che il mio era dal meccanico, ottenendo riscontri positivi. Poi la domenica mattina ricevetti un pacco dietro l’altro, visto che quel pomeriggio molti di loro sarebbero andati alla chiusura del Wag senza nemmeno passare per lo stadio (grande dimostrazione di quanto gli interessasse il Padova al di la del momento…). Qualcun altro (la metà di quelli che eravamo di solito) si sarebbe mosso per venire ma sul tardi, io volevo essere in zona abbastanza presto visto che subodoravo casini… Così verso le 13,00 me ne andai a piedi a prendere il 19, con le palle girate. Giubbino in jeans e sciarpa di raso, che tanto era in voga all’epoca. L’autobus era deserto, a parte una mia compagna di classe delle medie che salutai e mi sedetti vicino a lei. Non era male, un pensierino ce lo avrei fatto, se non fosse che era parecchio “fighetta” e con la puzza sotto al naso. Infatti vedendomi abbigliato in un certo modo mi chiese: “Ma stai andando a vedere il Padova?”, ed alla mia risposta affermativa: “A me fa schifo il calcio e non capisco proprio chi lo segue…”. Domanda: perchè cazzo me lo domandi allora? Dopo un paio di fermate salì anche un altro mio socio, e così lasciai perdere i miei pensieri sconci sulla mia vecchia compagna di scuola per mettermi a parlare con lui della partita. Scendemmo a Santa Rita, come di consueto quando prendevo il 19, per farci a piedi tutti i giardini e spuntare giusto di fronte alla curva degli ospiti. Prima però ci facemmo una “pausa tecnica” sulle panchine al fresco, il mio socio tirò fuori fumo e cartine e cominciò a rollare una canna chiedendomi se mi andava di fumare. Non ero un gran fumatore, ma quelle erano pur sempre le prime “esperienze di vita” e dire no sembrava quasi un gesto vigliacco… Una volta ultimate le operazioni riprendemmo la strada dello stadio, ma il fumo ed il caldo ci avevano storditi a sufficienza, e finimmo col fare un giro assurdo, ritrovandoci nel bel mezzo delle case popolari di Via Crescini, e da li ritrovando poi la strada per passare di fianco al CUS e via dietro l’Appiani. Arrivammo in netto ritardo sul previsto: c’erano gli agenti che stavano bonificando la zona, ed un ragazzo fermo con un poliziotto che gli aveva trovato un “aggeggio” in tasca. Il mio socio, preoccupato per il suo fumello, si defilò, ed io nel mio stordimento mi trovai a passare proprio sotto la Sud nel momento in cui arrivavano i pullman dalla stazione con dentro i tifosi della Spal. Non so perchè gli sbirri non mi avessero fermato facendomi deviare verso la Nord, proprio non mi resi conto della cosa: so solo che mi ritrovai a passare a tre metri da questi che dai finestrini mi sputavano dietro e mi urlavano “padovano di merda!”, e risposi con la consueta strafottenza, provocandoli e mostrando loro il dito medio. Qualche brutta esperienza l’avevo avuta da quelle parti, con lucchesi e reggiani, ma evidentemente ero una testa di cazzo che provava uno strano piacere nel cercarsi i problemi… Attraversai tutta l’area, girai su per via Carducci attraversandola tutta e mi ritrovai al Chiosco di Santa Giustina dopo un giro assurdo. Speravo che la camminata mi avrebbe fatto smaltire l’intontimento, ma non era così. Il mio socio era sparito, in compenso trovai un mio compagno di classe e la sua compagnia: vista l’inaffidabilità dei miei amici decisi di trascorrere la giornata con loro. A qualcuno nel frattempo venne l’idea geniale di “andare a salutare gli spallini”, che in quel preciso momento significava solo fare tanta scena davanti al cordone di polizia; ma siccome a quell’età le “scenate” vanno anche bene mi aggregai… Peccato che il servizio d’ordine era un pò nervoso, mi presi una manganellata sul braccio da un poliziotto che mi disse fra l’altro “Ti ho visto prima che passavi sotto i pullman mostrandogli il dito!” e dovetti farmi una discreta corsetta per evitare guai peggiori. Il tutto senza aver fatto assolutamente nulla. Un buon inizio.

Dentro lo stadio la curva riservata agli ospiti era praticamente già piena, la nostra andava riempendosi ed in campo due squadre di pulcini si contendevano un non meglio precisato titolo provinciale. Una delle due squadre, in maglia rossa, usufruì di un rigore che un pulcino trasformò proprio sotto la Nord, accompagnato da un boato e da un “Vi vogliamo così!”. Tutto in goliardia. Capovolgimento di fronte, rigore per gli avversari, stessa scena da parte spallina: boato e “Vi vogliamo così!”. Da li in poi niente più goliardia, si partì ad insulti, con gli sfidanti in campo che più che giocare erano intenti a guardare le due curve che si beccavano! Quel giorno fra l’altro si inaugurava un nuovo club, o meglio un gruppo un pò particolare visto che era tutto femminile ed era forse il primo gruppo interamente femminile che facesse riferimento alla Curva: le “Ragazze della Nord”. La loro presenza divenne motivo di ulteriori sfottò da parte spallina, chissà, magari qualche “anima candida” potrebbe obiettare che non era bello per un ragazzino scopire che le padovane sono tutte puttane ed i loro figli tutti conigli, ma visto che prima o poi il ragazzino certe cose le scopre per conto proprio, vadano a farsi inculare anche le anime candide! Nel frattempo io recuperai gli altri miei soci, tranne il “cannaiolo” che non capivo dove si fosse cacciato…

La partita si mise subito male per i biancoscudati: dopo appena cinque minuti Olivares portò in vantaggio la Spal facendo esplodere i 2.000 ferraresi al seguito. Il Padova si spinse in avanti, ma la squadra sembrava confusa ed arrancava. Gli ospiti dimostravano una maggiore freschezza. Fortunatamente qualche talento in grado di togliere il coniglio dal cilindro ce l’avevamo, e così fece Longhi che al ventesimo su una punizione dalla sinistra invece di crossare tentò la conclusione in porta: l’estremo difensore estense respinse il pallone che era già oltre la linea, 1-1! Ma la sofferenza non era finita: cinque minuti più tardi punizione per gli ospiti, la barriera respinge, raccoglie Brescia che trova il classico “tiro-pesca” e riporta avanti la Spal. La ripresa fu un calvario: i biancazzurri eressero un vero e proprio muro nella loro metà  campo, che i nostri non sembravano in grado di sfondare. I giocatori spallini perdevano tempo ad ogni azione: il loro centravanti era tale Marco “Nippo” Nappi, un passato alla Fiorentina in cui era passato alla storia per un palleggio di testa per tutto il campo durante una semifinale Uefa col Werder Brema, che a Ferrara si stava godendo gli ultimi scampoli di carriera (dovevano pagare bene in quel periodo…) e che non faceva altro che cercare di innervosire i nostri gettandosi a terra senza essere toccato, allontanando la palla a gioco fermo, insomma con i soliti trucchetti… Sugli spalti, gli spallini furono autori di una gran prova di tifo, una delle migliori tifoserie viste a Padova in quel periodo. Come ho già avuto modo di dire, non mi dicono granché come tifoseria, ma quell’anno mi impressionarono molto positivamente. E cantavano proprio tutti, compresi anziani e famiglie che avevano al seguito! La Nord ad un certo punto si era imballata quasi come la squadra, del resto in quegli anni era un po’ la nostra “pecca” quella di smettere o quasi di cantare mentre si stava perdendo; mentre oggi è quasi il contrario (meglio così!). Ci furono anche delle tensioni in curva, ed a più di qualcuno girarono le palle perché la gente non cantava. Volò qualche schiaffone, poca roba tutto sommato…. Per quanto mi riguardava continuavo a crederci: avevo visto la partita col Lecce quell’anno, quando nei minuti di recupero ribaltammo un risultato ormai compromesso, e qualcosa mi diceva che ce l’avremmo fatta anche questa volta… A cinque minuti dalla fine Pellizzaro in mischia trova il pareggio, e l’Appiani salta letteralmente per aria! Passa nemmeno un minuti, assist dello stesso Pellizzaro per Franceschetti solo al centro dell’area avversaria (il libero! Ormai erano saltati tutti gli schemi…) che in semirovesciata mette a segno il gol della vittoria. Se non ho fatto un infarto vedendo certe partite, penso proprio che vivrò fino a cent’anni! Quel Padova era così: sapeva nel momento più difficile tirare fuori le residue energie e raggiungere l’obiettivo! La vittoria fu importantissima per i biancoscudati che si presentarono nel finale di campionato in piena lotta per la promozione, ed in negativo fu importante anche per la Spal che con quella sconfitta compromise il suo cammino salvezza, poi perduto a favore della Fidelis Andria….

Al triplice fischio, consueti festeggiamenti sotto la Nord, mentre gli spallini sciamavano via. Uscimmo dallo stadio, e notai parecchia tensione: nemmeno il tempo di rendermene conto e vidi un celerino partire a manganellate verso un ragazzo che lo stava insultando. Come spesso succede in queste situazioni, si crea l’effetto-onda, con decine di persone che vedono la scena e si allontanano di corsa, immediatamente seguite da altre centinaia. Io stesso mi preparai allo scatto, quando sentii un personaggio assai noto della Curva che gridò: “Fermi! Dove ‘ndasio!?!”. Qualcosa scattò dentro di me: mi girai, vidi i celerini che venivano avanti in formazione, qualcuno che gli lanciava roba, uno dei miei soci che tentava di trascinarmi via… Raccolsi un sasso e lo lanciai, andò ad impattare contro lo scudo di un celerino… Avevo l’adrenalina a palla, non mi rendevo conto più di niente… Nuova carica dei celerini, questa volta più “profonda” (quelle che chiamano “d’alleggerimento”): indietreggiammo tutti fino alla metà del parcheggio del Foro Boario, quindi ripartimmo con lanci di sassi e bottiglie. Gli sbirri risposero con un lacrimogeno, che venne rispedito al mittente, altri ancora gridavano di star fermi e poi di ripartire. Era la prima volta che mi trovavo in una situazione del genere, mi era capitato di trovarmi in altre occasioni in situazioni calde, in mezzo alla massa che tira sassi e che poi fugge appena un poliziotto estrae il manganello; ma in quel preciso momento eravamo forse un centinaio a fronteggiare le forze dell’ordine, non c’era la massa a proteggerti e dovevi fare la tua parte… La cosa bella è che in questa situazione mi ci ero cacciato io di mia spontanea volontà! Partirono ancora sassi, qualche lacrimogeno, qualche bottiglia; il tutto andò avanti per circa dieci minuti prima che dall’imbocco di via 58° Fanteria arrivasse di gran carriera un nuovo plotone di celerini a chiuderci: riuscii a buttarmi a ridosso del muro di cinta della Caserma Salomone, mi beccai un bel po’ di manganellate sulla schiena da due celerini e poi riuscii a svicolarmi mentre il grosso fuggiva nel parcheggio del Foro Boario e qualcuno finiva inglobato. Mi andò bene, vuoi perché all’epoca i celerini erano meno bastardi di oggi (qualche anno più tardi mi avrebbero chiuso sul muro e massacrato di botte in dieci!) vuoi perché mi cagarono relativamente poco ed il grosso si lanciò all’inseguimento della gente per il Foro Boario. Ritornai davanti il chiosco di Santa Giustina dove si erano radunati altri ragazzi, quando mi vidi arrivare addosso una volante. La schivai, ed in quel momento in molti l’assalirono a colpi di asta di bandiera e di casco. Gli occupanti avevano fatto male i loro conti, pessima cosa. Tempo due minuti e la volante fuggì con un bel buco sul vetro posteriore… A quel punto decisi di defilarmi, mentre la battaglia continuò ancora per qualche minuto. Giunto nei pressi della fermata vidi come in un miraggio l’autobus numero 16 che portava diretto al mio paese e non ci pensai due volte ad infilarmi a bordo: sopra trovai il mio socio con il quale avevo percorso il viaggio d’andata, che mi chiese con la faccia stralunata “Cosa è successo?”. Prima di tornare a casa riuscimmo a trovare il tempo per fumarci un altro bel cannoncino, e ad attaccare briga con degli attempati tifosi spallini che avevamo trovato appena scesi dall’autobus e che tuttora mi chiedo che cazzo ci facessero da quelle parti!

Una settimana dopo andammo a cogliere un importante pareggio a Reggio Emilia, quindi tutto si complicò nella trasferta di Lucca la penultima giornata prima di infrangersi nella famosa partita con l’Ascoli all’Appiani. Ma è un’altra storia. Tornando a quella giornata, mi ritrovai a fine serata con un discreto mal di testa, un braccio tumefatto ed un bel cruciverba sulla schiena. E’ il “mestiere che si incarna” come si dice dalle nostre parti. Quella sera mi addormentai dolorante ascoltando questo pezzo per radio, che lo ripropongo perchè fa parte anche lui dell’album dei ricordi di quel periodo:

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2 MAGGIO 2004 – 2 MAGGIO 2012: GILDO FATTORI SEMPRE NEL CUORE!

Posted on 02 maggio 2012 by La Padova Bene

Come ogni anno, nell’anniversario della sua morte, La Padova Bene vuole ricordare il grande ed inimitabile Gildo Fattori:

Gildo Fattori era un giornalista padovano, grande tifoso biancoscudato e per anni addetto stampa della società. Tifoso al punto di diventare un simbolo del Calcio Padova. Per chi non tifa Padova, sembrerà impossibile un attaccamento così forte alla memoria non di un calciatore o di un dirigente e nemmeno di un ragazzo della curva; ma di un “semplice” giornalista… Il punto è proprio questo: Gildo non era un semplice giornalista!

Nato a Carmignano di Brenta (provincia di Padova, ma calcisticamente terra vicentina… una nota di merito in più!) nel 1939, cominciò la carriera di cantante negli anni ’50, e vinse anche il microfono d’oro, concorso per cantanti dilettanti che all’epoca veniva organizzato al Caffè Pedrocchi da Vittorio Salvetti, qualche anno più tardi “creatore” del Festivalbar (Un altro grande padovano ed un’altra grande mancanza…). Negli anni ’60, nell’epoca della Padova Beat, fondò gli Strangers; una delle band locali più popolari dell’epoca. Mia madre mi raccontava spesso di come in gioventù lei e papà, ancora fidanzati, venissero spesso a Padova a seguire “Gildo Fattori ed i suoi Strangers”. Ancora non si interessava al calcio, si dice fosse tifoso milanista, ma di quelli nemmeno troppo interessati.

Fu negli anni ’70, che intraprese la carriera di giornalista sportivo commentando proprio le partite dei biancoscudati (che all’epoca non se la passavano troppo bene, impelagati in terza serie); e fu amore a prima vista.  Per ben 25 anni Gildo fu la “voce” ufficiale del Calcio Padova, riuscendo a conquistare il cuore dei tifosi come nessun altro, grazie alla sua voce “calda”, ai suoi modi signorili ed al modo tutto particolare (a metà fra l’ironico e lo strampalato) con cui commentava le partite. Il tutto unito ad un vero e sincero amore per i biancoscudati. Per far capire meglio, quando qualcuno non poteva seguire la partita direttamente allo stadio, non usava dire “Ascolterò la radiocronaca…”, bensì era uso comune dire “Ascolterò GILDO per radio!”. Era un’altro calcio, dove Sky era ben lontano dall’arrivare e dove l’unico sistema per seguire le partite era collegarsi a “Tutto il calcio minuto per minuto” o in alternativa alle radio locali per ascoltare la propria squadra del cuore. Gildo aveva la capacità, più di qualsiasi altro giornalista, di farti vivere la partita come se la stessi vedendo allo stadio. Con tutti gli strafalcioni tipici del tifoso che, preso dagli eventi in campo, sbaglia il nome dei giocatori e della squadra avversaria… Ricordo bene un Bari-Padova 1992/93, con i biancoscudati in piena corsa per la serie A ed il sottoscritto che ancora andava a scuola ed era minorenne, quindi di seguire il Padova in Puglia non se ne parlava proprio… Come ogni domenica di trasferta ero attaccato alla radio, ad un certo punto Gildo comincia ad urlare “Attenzione! Azione di contropiede… il Padova in attacco… Bonaiuti… in area… Gol del Bari!”. Li per li non ci capii niente e mi misi ad esultare come un pazzo scatenato prima di capire dal tono di voce di Gildo che erano andati in vantaggio i baresi… E che dire di Lajos Detari, ai tempi in forza al Bologna, che “teneva il pallone fra i piedi temporeggiando il gioco, come una bella signora che circondata da uomini che ambiscono alle sue grazie, prende tempo e rilancia…”? E del Treviso che a seconda dei momenti della partita diventava “Il Torino” o “la Ternana”? O di Galderisi che quando raccoglieva un lancio “Abbranca la sfera”? E come dimenticare il suo modo di festeggiare ogni gol biancoscudato, con un italianissimo “Reteeeeee!”? Il Gildo radiocronista, era così, un pò genio ed un pò poeta, a modo suo…

Il Gildo Tifoso invece era altrettanto particolare: appassionato come uno della curva, ma al tempo stesso obiettivo e professionale. Penso di non averlo mai sentito perdere la testa. Mai. Nemmeno dopo le delusioni più cocenti. Sapeva conservare il suo aplomb professionale, pur facendo ben capire l’amarezza. Come non credo di averlo mai sentito incazzarsi: la sua arrabbiatura si esprimeva attraverso l’ironia. Come quando Romeo Anconetani a Pisa gli vietò l’ingresso in sala stampa: “Tu sei di Padova, qui non puoi entrare!”, e Gildo rispose molto educatamente: “Buongiorno presidente, grazie dell’ospitalità. Ma noi a Padova la accoglieremo come un signore”. Ironia che faceva parte del bagaglio umano di Gildo, come quando riuscì a procurare un autografo di Vasco Rossi al nipote Roberto, e portandoglielo gli disse: “Eccoti l’autografo del droghiere…”, sempre col suo immancabile sorriso. In questo, Gildo Fattori era un padovano autentico: non il padovano di periferia, con l’atteggiamento arrogante e l’aria del “so tutto mi!”; piuttosto un padovano di cultura, quell’elite che ha dato agli abitanti di questa città l’appellativo (spesso fuori luogo) di “gran dottori”; uno di quei padovani che guarda un pò stupito la tua ignoranza e ti taglia le gambe con una battuta simpatica finchè vuoi ma che non lascia vie d’uscita…

Ovviamente un padovano autentico non poteva avere che un rapporto particolare con la curva biancoscudata. Non a caso, oggi il nostro settore porta il suo nome. E credo che nulla fotografi meglio questo rapporto del commiato che proprio i ragazzi della curva scrissero in suo onore il giorno del funerale, e che riprendo dalla fanzine “Stile Appiani” distribuita in occasione di Padova-Pavia del 16 maggio 2004:

E CI SONO GLI IMMANCABILI RAGAZZI DELLA CURVA! Si, era proprio così che Gildo Fattori ad ogni radiocronaca si ricordava di menzionarci. Ci chiamava così perchè per lui eravamo un unico gruppo, senza divisioni ne di idee ne politiche, eravamo là solo per sostenere i colori biancoscudati. Era anche grazie a Gildo che ci sentivamo importanti ed orgogliosi. Chi non poteva partecipare alle trasferte per qualsiasi motivo (diffida in primis), non poteva perdersi Gildo (non si chiamava la radiocronaca del Padova), era come stare allo stadio. Raccontava, con il suo timbro di voce inconfondibile e inimitabile, tutto ciò che facevamo, ci difendeva oltremodo in qualsiasi occasione, sapeva che noi eravamo come lui PADOVANI fino alla morte, pronti a difendere sempre i nostri colori. Ogni azione, anche se eravamo nella nostra area, sembrava che portasse al gol e quando questo succedeva chi non lo ha mai sentito dire: “RETE! RETE! RETE! IL PADOVA E’ PASSATO IN VANTAGGIO! VAI GRANDE PADOVA!”
Era proprio uno spasso, anche per chi era presente, perchè qualche telefonata arrivava sempre per dire cosa aveva detto Gildo, specie se ci incontrava prima della partita (“…li ho visti arrivare, erano tantissimi, tutti vestiti di bianco e rosso!”). E per non dire se ci si incontrava all’autogrill: “Cosa bevete ragazzi?” era la sua prima frase, e poi via a ciacolare. Di cosa? Del Padova, naturalmente!
E noi di certo non potevamo dimenticarlo. Ogni stagione, qualche coro per lui c’è sempre stato per i più svariati motivi. Ma non possiamo certo non ricordarne uno.
A chi se non a lui potevano rubare la macchina (usata per la sanguinosa rapina alle Padovanelle) nel momento in cui in tutti gli stadi italiani c’era il coro contro Schiallaci che rubava le gomme alla Alfa 33 (per la cronaca, era opera del fratello di Totò)? E allora, quando lo vedevamo salire sulle scalette nello sgabbiozzo sopra l’entrata dei giocatori proprio in fianco alla nostra vecchia, cara Curva Nord all’Appiani naturalmente, via col coro: “Lo sai chi è… Qual giornalista che… Gli han rubato l’Alfa 33… Gildo Gildo Fattori, Gildo Fattori…”
Per non parlare, poi, di quando i dirigenti di Via Sorio gli diedero il benservito da addetto stampa a favore di Lorenzo Petiziol. Subito fu contestazione alla società. I muri della città furono imbrattati. Del resto, si sa, l’addetto stampa del Calcio Padova è uno e solo uno resterà.
Di racconti ce ne sono un’infinità; potremo scrivere per una settimana intera. Ma sappiamo anche un’altra cosa, purtroppo. Quando ascolteremo la partita del Padova non sarà più la stessa cosa, perchè il tuo ricordo ci rimarrà per sempre.
L’articolo vogliamo chiuderlo con le parole che la Curva gli ha voluto dedicare nel giorno del saluto.
“… e ci sono gli immancabili ragazzi della curva; questi straordinari ragazzi che percorrono centinaia di chilometri per seguire il Padova”.
E’ con queste parole che ad ogni inizio di radiocronaca ci facevi sentire importanti, facevi sapere a tutti che noi eravamo presenti. E anche oggi siamo presenti per ricordare un grande, un mito. Domenica in curva campeggiava uno striscione in tuo onore. “GILDO FATTORI, DALL’ALTO DEL CIELO LA TUA VOCE MUOVERA’ ANCORA LE NOSTRE BANDIERE”
Il minimo che potessimo fare. Ma noi ragazzi della Curva vogliamo dirti che da oggi, e per sempre, l’immancabile sarai tu! Ciao Gildo…

Il giorno della sua morte, fu un sms ad avvisarmi proprio nel momento in cui stavo rientrando a casa dal centro: rimasi talmente shockato che per poco non tiravo sotto un vecchio in bicicletta che incurante di me stava attraversando la strada sulle strisce… Ci misi qualche minuto per riprendermi, sapevo che stava male, ma non riuscivo a pensare che ci avrebbe lasciati di punto in bianco così. Non potei partecipare al funerale in quanto venni trattenuto a lavoro, ma ricordo bene quella giornata con un senso di angoscia profondo, e ricordo il tempo: una giornata di pioggia, grigia, uggiosa. Sembrava che anche il cielo piangesse la scomparsa di Gildo Fattori. Non so come mi vengano certe metafore religiose, io che sono un non credente convinto. Eppure mi piace pensarla così, come mi piace pensare a Gildo in cielo, in compagnia di due altri grandi biancoscudati come Lello Scagnellato e Piero Aggradi che passano il tempo fra un’ombretta ed una partita a carte, commentando con la consueta ironia le prestazioni del Padova. Chissà, magari lassù sono riusciti a fare una bella rimpatriata con tutti ed anche a tirare su una squadretta decente con Nereo Rocco allenatore, molte vecchie glorie di nuovo in campo e tanti ragazzi della curva prematuramente scomparsi a fare il tifo. E magari mio nonno è riuscito ad accordarsi con il Grande Torino per farli giocare contro. Troppa poesia, non fa per me.

CIAO GILDO, CONTINUA A SALUTARCI LE STELLE INSIEME A TUTTI GLI ALTRI!

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PADOVA-VENEZIA, 5 APRILE 1992

Posted on 06 aprile 2012 by La Padova Bene

C’è una scritta sul muro di una casa, vicino a dove abito. Si tratta di una scritta che è li da vent’anni, che il tempo ha sbiadito e che altri “writers” hanno a loro volta ricoperto, ma che fino a pochi anni fa si distingueva perfettamente ed ancora oggi volendo è visibile se si osserva un pò. E’ una sorta di promemoria, che qualcuno fece alla vigilia delle elezioni politiche del 1992, e che se vogliamo indicava quasi una nuova “via da seguire”. La scritta in questione, a caratteri cubitali, è: “RICORDATI: LEGA NORD!”. Ora potremmo discutere per ore su quanto questa “nuova strada politica” fosse realmente un’illuminazione, e di quanto bene abbia fatto non solo al paese in se, ma anche alla nostra terra (il Veneto, in questo caso); così come potremmo discutere per ore su quanto i politici in camicia verde alla resa dei conti si siano dimostrati uguali identici sputati (solo un pò più ignoranti…) a quelli che loro per primi contestavano e chiamavano “ladroni” e “mafiosi”, ma non avrebbe nessuna importanza. Quel “RICORDATI: LEGA NORD!” è solo la testimonianza del clima politico che si respirava nel 1992…

Era stato sicuramente un anno particolare il 1992: a febbraio Mario Chiesa, un socialista di quelli “craxiani”, era stato colto con le mani nel sacco al momento di intascare una tangente per un appalto. Il suo arresto aveva fatto scalpore, ma ancora più scalpore fece la successiva inchiesta che prese il nome di “Mani Pulite” e che rivelò un sottobosco di tangenti e di corruzione che coinvolgeva tutti i partiti a tutti i livelli, dall’Assessore Comunale del paesetto di provincia fino al Segretario di partito. In realtà non rivelò un beato cazzo perchè penso che più o meno tutti gli italiani fossero a conoscenza del fatto che i politici non facevano altro che mangiare e basta, ma si sa che in questo paese tutti sono finti ingenui, a tutti piace saltare sul carro dei vincitori e rimanerci il più a lungo possibile, ma quando il carro sbanda è una gara a chi scende per primo. E così fu “Mani Pulite”, un inchiesta che fece salire subito il livello di indignazione fra la gente. E che, per prima, venne sfruttata da un partito allora emergente, ma che cercava una propria affermazione politica. Un partito che aveva un leader abbastanza folle e strampalato, ma altrettanto carismatico, che un anno prima amava dire che il suo partito ce l’aveva duro, e che in quel periodo si incazzava ed urlava che era ora di fare piazza pulita. Quel partito era, appunto, la Lega Nord, che proprio in quel periodo venne su forte al grido di “Roma ladrona!”.

Quando parlo di certi argomenti con alcuni miei coetanei del sud, e mi sento dire che “voi del Nord siete tutti razzisti!” per il fatto che da noi molta gente ha votato Lega, mi viene da ridere. La Lega a Nord (ed in Veneto in particolare) non ha vinto per i suoi slogan razzisti, ma semplicemente perchè ha saputo cavalcare meglio di ogni altro partito il malcontento della gente di qui, stanca di dover pagare col proprio sudore i vizi e vizietti dei politici corrotti. Ovviamente ne hanno sfruttato anche l’ignoranza, che peraltro è una delle poche cose che unisce veramente gli italiani, da Nord a Sud, nessuno escluso. Ad ogni modo, nel week end del 5-6 aprile 1992 si svolgevano le elezioni, e la Lega Nord guadagnò una barca di consensi, potendo così cominciare a costituire i primi gruppi parlamentari. E proprio nella settimana precedente le elezioni, comparve quella scritta sul muro vicino a casa mia. Doveva essere il 2 o il 3 aprile. Perchè me lo ricordo? Semplice, stavo andando in motorino a comprare i biglietti per il derby col Venezia in programma proprio domenica 5 aprile, e passando notai la scritta e non potei fare a meno di fermarmi a guardarla!

In quel periodo la Lega Nord raccoglieva molte simpatie anche fra gli adolescenti. Diciamo che faceva le veci di quello che in Europa erano i partiti d’estrema destra, che in Italia sarebbero arrivati solo qualche anno più tardi con la nascita di formazioni come Forza Nuova. Se vogliamo, nel panorama di destra rappresentava un partito nuovo, che usava un linguaggio nuovo, e che si poneva come valida alternativa. Ed erano in molti i miei coetanei, in quel periodo particolare, ad ostentare adesivi della Lega Nord se non addirittura la mitica sciarpa (che era bianco-rossa! Il verde come colore sarebbe arrivato solo dopo…) che in tanti portavano anche allo stadio proprio perchè i suoi colori facevano si che fosse facilmente confondibile con una qualsiasi sciarpa del Padova. Intendiamoci: il fatto che molti indossassero la sciarpa della Lega Nord non rappresentava in alcun modo una qualsiasi presa di posizione degli HAG o della Curva Nord dell’Appiani, che anzi in quegli anni tendeva a lasciare fuori la politica. Era semplicemente una simpatia di molti, anche fra i ragazzi che frequentavano la curva. Tutto qua. Potrei anche dire che, per me che ero pur sempre un novizio, fu la prima volta che vidi dentro lo stadio una così ostentata ammirazione per un partito politico. Qualcosa di simile lo vidi qualche anno dopo, col moltiplicarsi degli Skins e l’esplosione dell’estrema destra. Ma in realtà me ne fregava poco… Me ne fregava poco perchè, al di la delle simpatie dei miei amici, io nel 1992 non avevo l’età per votare e cmq sentivo i partiti e la politica come qualcosa di distante, qualcosa che non mi riguardasse. Qualcosa che non faceva per me, ecco. Per me, il 5 aprile 1992 era semplicemente il gran giorno del derby di ritorno, Padova-Venezia. O Padova-Veneziamestre, se preferite.

Il campionato 1991/92 era stata una stagione alquanto strana. La splendida squadra che l’anno prima aveva compiuto una rimonta leggendaria arrivando a giocarsi la promozione a Lucca all’ultima giornata era stata smantellata: via Benarrivo, via Albertini. Via anche Collautti, che non aveva creduto ai programmi societari ed era finito a Messina convinto di andare in A (venne invece esonerato a marzo, e quell’anno i giallorossi finirono in C, altro che serie A!). Benarrivo invece se n’era andato a Parma, dove avrebbe poi vinto tutto finendo anche in Nazionale, al suo posto un ruvido terzino dal Pisa, un certo Lucarelli (che non centrava nulla con il centravanti livornese che poi avrebbe giocato anche da noi!) che certo non poteva garantire la spinta di Totò Benarrivo. Al posto di Albertini invece era arrivato un certo Marco Franceschetti, discreto centrocampista che l’anno successivo sarebbe stato riscoperto alla grande nel ruolo di libero. Ma il vero dramma era la panchina: come allenatore arrivò tale Bruno Mazzia, uno degli allenatori più incapaci e difensivisti che abbia mai visto! In assoluto, uno dei peggiori allenatori che ricordi a Padova… Perfino Dal Canto, al suo cospetto, sembra Mourinho! Nel luglio 1991 ero andato a vedere i Litfiba al Palasport San Lazzaro, ed avevo incrociato un mio compagno di squadra che seguiva le sorti dei biancoscudati da più tempo di me. Ricordo ancora le sue parole: “E’ andata male, ma vedrai che l’anno prossimo faremo un campionato di vertice come il Foggia quest’anno… arriveremo primi… intanto oggi hanno preso il nuovo mister, uno esperto che sa il fatto suo… Bruno Mazzia!”. Il nome sul momento non mi era nuovo, ma non mi ricordava nulla di particolare. Così appena giunto a casa andai a spulciare l’Almanacco Panini, e rimasi colpito dal suo curriculum ineccepibile: esonerato dall’Udinese nel 1988, promosso con la Cremonese l’anno successivo e poi esonerato dopo mezzo campionato di A, esonerato dal Brescia alla quarta giornata del campionato 1990/91… tre esoneri consecutivi, sarebbe stato questo il mister esperto che sa il fatto suo!?! Quando realmente sapesse il fatto suo se ne accorsero tutti da settembre in poi… ricordo solo un episodio: trasferta di Lucca nell’ottobre del ’91, una delle partite più attese per ovvi motivi. A fine primo tempo il Padova vinceva 1-0 e la Lucchese era in 10. Poi nella ripresa i rossoneri rimasero in 9, e nonostante tutto raggiunsero il pareggio. A fine partita ricordo ancora la domanda che gli porse Edel e la sua risposta: “Allora mister, alla luce di come si erano messe le cose: un punto perso o un punto guadagnato oggi per il Padova?”… “Scherza!?! I punti sono sempre tutti guadagnati!”. Un genio. Un genio assoluto ed incompreso. Incompreso da tutti, in primis dalla Curva Nord che all’epoca era molto meno accomodante e che sin dai primi mesi di campionato si era messa a cantargli “Salta la, salta la, salta la panchina, o Mazzia salta la panchina!”. Ovviamente col tempo la situazione non era migliorata, e nel girone di ritorno il Padova era rimasta una squadra mediocre, senza un gioco, che ben che andava puntava al pareggio in casa (in trasferta… si salvi chi può!).

La tifoseria biancoscudata in quel periodo era in salute. Spesso oggi capita di sentir dipingere la curva di quegli anni come una riproduzione in miniatura del “Monumental” di Buenos Aires o del “Maracanà” di Belgrado, ed ogni volta non posso fare a meno di sorridere quando sento certe leggende metropolitane… Certo, la Curva Nord in quel periodo viveva di buona salute, ma con i suoi alti e bassi. Come è sempre stato a Padova quando le cose non vanno benissimo, sul campo. All’epoca la Nord era saldamente in mano al gruppo di Piazza Cavour, ma sulla spinta del campionato entusiasmante dell’anno prima molti giovani e giovanissimi si erano avvicinati. Tuttavia, il campionato a singhiozzo del Padova faceva si che l’umore non fosse dei migliori e che anche le presenze ne risentissero. In casa il settore era sempre pieno: certo, non il pienone delle “grandi occasioni”, quando capitava di ritrovarsi due o tre file di ragazzi per ogni gradinata in legno della Nord; ma nemmeno si era in tre gatti. In trasferta dipendeva un pò dal momento: io di trasferte ne facevo molto poche, ed in quel campionato fino a quel momento ero stato solo a Venezia per il derby d’andata, il 3 novembre 1991, quando Montrone ci regalò dopo appena tre minuti una vittoria storica (per vincere nuovamente a Venezia abbiamo dovuto aspettare 17 anni, in un derby “monco” a causa del divieto ai tifosi biancoscudati). Tuttavia mi informavo, e sapevo che cmq ottime presenze si erano registrate anche a Bologna, Udine e Reggio Emilia; mentre in tutte le altre trasferte c’era sempre uno zoccolo duro che variava dalle 50 (quando si giocava nel profondo Sud) alle 200 unità. Anche il tifo era buono, seppure molto spesso lasciava spazio alle contestazioni: dopo aver preso di mira Mazzia infatti, la Nord aveva spostato le sue attenzioni anche su alcuni giocatori, accusati di scarso impegno. Su tutti Putelli, che ad ogni partita veniva beccato da un ampia fetta della Nord, tanto che in quel periodo esisteva un fantomatico “Gruppo Anti-Putelli” che in realtà non era niente di ufficiale, nè esistevano striscioni o sigle del genere, ma semplicemente era un “movimento d’opinione” formato da tutti coloro che ogni volta che il biondo attaccante scendeva in campo attaccavano col coro “Lo vuoi Putelli? No! No!”. Diciamolo pure francamente: in quegli anni eravamo molto meno tolleranti nei confronti della squadra! Era diverso da oggi, perchè ci si faceva meno problemi per cantare il coro personalizzato a favore di questo o quel giocatore, e quasi tutti i giocatori dell’undici titolare avevano il loro coretto personale; ma al tempo stesso ci si faceva molti meno problemi anche a fischiare durante la partita. Oggi si canta solo per la maglia, ma si porta molta più pazienza nei confronti della squadra, e spesso dalla Fattori si levano applausi non del tutto meritati da chi va in campo. Contestazioni che spesso e volentieri avevano anche avuto una coda nel post-partita, come dopo Padova-Avellino quando decine di ragazzi della Nord tentarono di forzare il cancello d’ingresso degli spogliatoi trovandosi viso a viso con la celere. L’ultima era stata giusto due settimane prima al termine del match col Bologna, assolutamente inguardabile, che aveva visto la squadra uscire fra i fischi al grido “Vergognatevi! Vergognatevi!”.

Anche a livello di casini il gruppo era bello attivo, anche se io all’epoca ero solo un ragazzino che amava andare allo stadio, e non partecipavo ai casini… Quell’anno mi ero trovato coinvolto mio malgrado nella bagarre prima di Padova-Brescia, avevo assistito ad una sassaiola verso alcuni pullman udinesi ed avevo visto con i miei occhi un cosentino lasciare gli occhiali da sole e lo stampo della faccia sul cemento di via Carducci. Il sabato prima di Padova-Pisa ad una festa avevo trovato una faccia abbastanza nota della curva, il quale aveva una discreta bomba in corpo e dopo avermi visto con la sciarpetta del Padova si era messo a parlarmi delle sue vicissitudini, del fatto che aveva una diffida in corso dalla trasferta dell’anno prima a Cremona e che comunque il giorno dopo sarebbe andato alle undici al chiosco di Santa Giustina visto che c’erano ottime possibilità di un faccia a faccia con i pisani. Mi aveva anche detto che alla mia età (avevo da poco compiuto i 15 anni) lui era già “attivo” allo stadio, e che avrei dovuto darmi una mossa anchio, e mi diede appuntamento all’indomani al chiosco. Mi disse di non farmi problemi, e di fare pure il suo nome ai ragazzi. Il giorno dopo, sotto un diluvio universale, presi l’autobus alle 11 e scesi in Prato della Valle, arrivai davanti al chiosco dove c’erano già delle facce note in attesa e mi sentii subito osservato, dopodichè trovai il mio interlocutore del “sabato sera” ed andai a salutarlo. Una sorta di “biglietto da visita” ufficiale per entrare nel gruppo. C’era solo un piccolo problema: lui non si ricordava di avermi mai conosciuto ne mai parlato! Si scusò per la sera prima giustificandosi col fatto che era troppo ubriaco per ricordarsi ciò che aveva fatto e mi disse senza mezzi termini di andarmene perchè “quelle non erano ancora storie per me!”. Seguii il consiglio, in fin dei conti ero realmente fuori luogo li in mezzo e non conoscevo nessuno. Ma la cosa mi rimase sullo stomaco, e mi promisi di tentare nuovamente la “sortita”, magari più avanti nel tempo, quando avrei sicuramente conosciuto meglio l’ambiente… Contro l’Avellino invece, per sfuggire alla carica dei celerini rimasi impigliato con una tasca del bomber su un pezzo di ferro, che ovviamente me la strappò via, facendo si che seminassi soldi di moneta ovunque! Subito dopo ero transitato di fronte al chiosco con la tasca ancora a penzoloni, scatenando il sarcasmo di un personaggio assai inquietante, che fra le altre cose mi aveva detto anche: “Gheto paura che ea mama te daga le botte se i te scheda?”. Si, diciamo che dovevo ancora fare parecchia strada prima di buttarmi su “certe storie”…

La mattina del derby, il “gruppo di fuoco” si sarebbe ritrovato a mezzogiorno al chiosco di Santa Giustina. La voce era giunta perfino a me, ma non chiedetemi come ne perchè. Sono quelle cose che si sentono dall’amico a scuola, che a sua volta l’ha sentito da quell’altro, che ha un cugino in mezzo al direttivo della curva… Il sabato sera mi ero ritrovato in compagnia con i miei amici dell’epoca, ed avevo trascorso la serata insieme ad un socio, che il giorno dopo mi avrebbe dato uno strappo in motorino, per decidere come muoverci. Io avevo quest’idea fissa di farci un giro allo stadio per mezzogiorno, magari stando un pò in campana, e la cosa prendeva parecchio bene anche a lui. Tuttavia c’era un problema: all’epoca giocavo ancora a pallone, e la mattina del derby avevo la partita. Contro il Virtus Bassanello, mi ricordo ancora l’avversario, non fosse altro perchè quell’anno era stata la squadra ammazza-campionato: noi, che alla fine saremmo arrivati quarti nel girone, prendemmo cinque palloni in casa loro all’andata; e quel 5 aprile 1992 la partita in casa nostra si concluse con un rotondo 0-6 perfino generoso nei nostri confronti (credo che avessero avuto almeno un’altra mezza dozzina di palle gol). Sullo 0-4 tirai un pestone al loro regista a centrocampo e mi beccai un’ammonizione. Fallo di frustrazione, ed ammonizione con minaccia, in quanto il tipo si rialzò dopo i soccorsi e mi disse senza problemi di fronte all’arbitro: “Ti sta ‘tento, che desso te rompo na gamba!”. Capirai che paura. Nell’azione successiva, un loro attaccante si trovò solo davanti al nostro portiere, lo saltò abilmente con un pallonetto, quindi fermò il pallone poco prima della linea e si accucciò per appoggiarlo in rete di testa. Un’umiliazione. Decisi di averne abbastanza, o mi mettevo seriamente a rompere gambe o me ne andavo. Fra l’altro ero in ritardo per l’appuntamento col mio socio. Era il momento di agire: pochi minuti dopo recuperai un pallone sulla nostra trequarti e mi vidi venire sotto lo stesso loro regista che avevo martorizzato poco prima. Entrò molto deciso, ma entrò sul pallone. Fui io a buttarmi per terra urlando e contorcendomi dal dolore come se mi avesse fatto male sul serio. Pensai che poteva funzionare come scusa, vista la sua minaccia di poco prima. Lui si beccò un cartellino giallo per un fallo inestistente, che lo fece infuriare, tanto che quando mi rialzai cercò di aggredirmi. Io mi vidi arrivare il nostro “massaggiatore” (in realtà era il dirigente accompagnatore) con la borsa del soccorso ed il ghiaccio-spray. Mi diede un colpetto di bomboletta e mi disse: “Dai, dai, zuga che no te ghe gnente!”. Io mi rialzai e cominciai a zoppicare vistosamente, tanto che perfino qualcuno fra i miei compagni di squadra mi disse di smetterla di fare sceneggiate. All’azione successiva mi arrivò un passaggio un pò lungo, cominciai a correre zoppicando e venni anticipato dal loro attaccante che era partito in netto ritardo, il quale si involò solo verso la porta sbagliando uno dei gol più facili della storia. Mi girai verso la panchina e chiesi il cambio, il mister sconsolato mi accontentò. Sempre zoppicando andai verso lo spogliatoio, mi feci la doccia e mi rivestii: ero pronto per il derby! Uscii di corsa dallo spogliatoio, inforcai la bici e pedalai verso casa senza nemmeno assistere agli ultimi minuti di gioco. La cosa ovviamente venne notata, e pagai con un allenamento extra al martedì e con la panchina la domenica successiva. Chissenefrega, ne valeva la pena. Giunsi a casa, posai la borsa, salutai mia madre e le dissi che andavo a pranzo a casa di amici. Dopodichè uscii e mi accorsi che era arrivato il diluvio universale! Grazie al cielo avevo una cerata verde militare di mio padre, che usava quando andava a pesca, che mi fu molto utile visto il viaggio in motorino sotto l’acqua che ci attendeva… L’appuntamento col mio socio era alle 11,45 proprio di fronte a quella scritta “RICORDATI: LEGA NORD!” che ci ammoniva che quel giorno si doveva andare a votare…

A mezzogiorno allo stadio non c’era molta gente, e quasi tutti erano rifugiati sotto le tendine del chiosco per ripararsi dalla pioggia. Col mio socio avevamo deciso di “osservare la situazione”, e finire sotto le tendine era una situazione un pò troppo “intima”, più indicata per chi era già navigato e conosciuto. Decidemmo di andare al bar: poco più avanti, all’incrocio fra Corso Vittorio Emanuele e Via Cavalletto, ai tempi c’era un bar che si chiamava “Bar Mercato”. Oggi si chiama “Caffetteria al Prà” ed è gestita da cinesi, ma ai tempi era proprio una bettola di quelle caratteristiche in città. Ancora non lo sapevo, ma ci sarei capitato spesso negli anni a venire. Ovviamente non avevamo molti soldi in tasca, ventimila lire che avrebbero dovuto bastarci per tutta la settimana, sufficienti comunque per pagarci un panino ed una birra. C’erano molti vecchi che battevano carta, e qualcuno con sciarpa del Padova pronto alla partita, ma mancavano ancora quattro ore! Quando uscimmo ci accorgemmo che il tempo sembrava non volerne sapere di sballare, anzi pioveva ancora più forte. Poco male, il mio socio aveva sempre qualche pezzo di fumo, e così ci “caricammo” un pò. Verso le 13,30 facemmo ritorno al Chiosco, non prima di esserci fottuti un ombrello uscendo dal bar… Le presenze erano aumentate di parecchio, e cominciavano pian piano ad arrivare anche i tifosi più tranquilli che correvano alle biglietterie (che aprivano verso quell’ora) per prendersi gli ultimi biglietti disponibili. Al chiosco c’era un altro tizio, uno che conoscevo di vista per essere uno dei lanciacori dell’epoca. Sentii che parlava con tutti gli altri in ascolto, e diceva che probabilmente c’era un gruppo di veneziani e modenesi in arrivo in macchina, e di tenersi tutti pronti. Mi sentivo gasato, anche se la pioggia non tendeva a diminuire. Verso le 14 finalmente il tempo sballò, e qualcuno ci disse di prendere il motorino e di farci un giro per la zona, in modo da vedere se arrivavavano ospiti. Ovviamente ubbidimmo, ai tempi si usava che gli “sbarbati” non facevano troppe domande… Mentre il mio socio toglieva il lucchetto al motorino, ci sentimmo chiamare: era un suo compagno di scuola, con il quale da li saremmo diventati amiconi e con la cui compagnia in futuro avremmo diviso anche qualche trasferta. Gli spiegammo che stavamo andando a farci un “giro di perlustrazione”, lui si auto-accodò a noi con entusiasmo e ci propose di dirigersi verso Piazzale Boschetti, “sai mai che qualcuno della Riviera del Brenta arriva con la corriera?”. Ci rifacemmo al contrario tutta la strada che avrebbero poi percorso i veneziani in corteo, passando dall’Istituto Marconi agli ospedali, fino a Piazzale Boschetti. Era presto, ma le forze dell’ordine erano già al lavoro, e lungo tutta la strada si potevano notare vigili urbani e volanti della polizia nei “punti critici”. La stazione delle corriere era uno di questi, e c’erano una pattuglia della polizia ed una dei carabinieri di guardia. Decidemmo di fare comunque un giro fra i “terminal”, che durò poco: non eravamo troppo furbi e non passavamo molto inosservati, visto che tutti e tre avevamo la sciarpetta del Padova in bella vista (i miei soci anche il bomber, il che rendeva perfettamente il look da manuale del “piccolo hooligan” dell’epoca) ed io tenevo in mano un ombrello, chiuso. Ad un certo punto ci sentimmo puntati dai carabinieri: “Cercate qualcosa ragazzi?”, “No, stiamo aspettando degli amici…”, “Ecco bravi! Andate ad aspettarli da un’altra parte che fra poco di qua passa il corteo dei tifosi del Venezia… E tu magari quell’ombrello lascialo a casa la prossima volta, che non piove così tanto!”. Come facesse a dire “non piove così tanto” lo può sapere solo il cervello di un carabiniere; ad ogni modo il messaggio era chiaro: levatevi dai coglioni o vi leviamo noi! Riprendemmo i nostri motorini, e ci guardammo in faccia balenando la “grande idea”: “Proviamo a spingerci verso la stazione!”. Ovviamente anche quest’idea non funzionò, in quanto dopo solo cento metri percorsi su via Gozzi fummo fermati, questa volta da una macchina in borghese con un lampeggiante e da una faccia che nel corso degli anni avrei imparato a conoscere pur non essendo uno della curva: “Dove state andando voi?”, “Ehm… stiamo andando da mia nonna che abita all’Arcella!”, “Si fatalità proprio oggi dovete andare dalla nonna all’Arcella! E vestiti così! E scommetto che siete anche minorenni e viaggiate senza casco in motorino in due…”. In quel momento si sentì uno scoppio, ed un boato: “Oh Padovano va cagar…!”. Era arrivato il treno speciale che trasportava i veneziani, ed un esercito di bomber arancioni cominciava a stendersi lungo la strada. “Dai, andate fuori dai coglioni! E che non vi veda più qua in giro!”. Girammo i motorini e ce ne andammo. Mentre tornavamo indietro ci balenò in testa l’idea pazza di lasciare qualche ricordino ai veneziani in corteo, ma saggiamente optammo per tornarcene verso lo stadio…

In Laguna, se possibile, stavano ancora peggio di noi a livello di classifica. Però avevano l’entusiasmo della neopromossa dalla parte loro, e la tifoseria che in quel primo anno di B seguiva in maniera massiccia. Zamparini aveva riportato la squadra a giocare al Penzo, in Laguna, dopo quattro anni in terraferma al Baracca; ed aveva fatto ingrandire le due curve portandole alla capienza di 5.000 posti e facendo assumere allo stadio quella strana forma che ha avuto per anni (due curve enormi a fronte di due tribune piccolissime). Un curvone simile, da 5.000 posti, era forse anche troppo grande per la tifoseria veneziana, che cmq in quel primo campionato di serie B faceva registrare discrete presenze anche in trasferta. E non si tiravano propriamente indietro, visto che fecero anche qualche casino (Brescia, Bologna…). Diciamo che avevano qualche bel faccione, ed un ottimo potenziale, ma erano strani. Come sono sempre stati. Tanto per capire, la squadra che giocava la serie B quell’anno era nata cinque anni prima dalla fusione del vecchio Venezia 1907 col Mestre, i suoi colori erano l’Arancio, il nero ed il verde (dai colori delle due squadre) ed il suo nome sarebbe stato Veneziamestre. Dico sarebbe perchè Zamparini da qualche anno l’aveva abbreviato a Venezia, scatenando le polemiche con gran parte della tifoseria. Tifoseria che era divisa chiaramente sul nome e sui colori sociali, anche in curva. Infatti in Curva Morosini coesistevano due gruppi con idee radicalmente diverse: la Vecchia Guardia che sosteneva il vecchio Venezia ed i colori neroverdi, e gli Ultras Unione che invece avevano accettato l’idea della fusione (si perchè anche quella fusione non fu facile da far digerire in Laguna!), sostenevano l’Unione Veneziamestre ed allo stadio e sul materiale sfoggiavano i colori arancioverdi. E così si assisteva a scene inusuali, con due terzi di curva che gridava “Unione!” ed un terzo che gridava “Venezia!”, con due terzi di curva che faceva una sciarpata arancioverde ed un terzo che la faceva neroverde. Ed ovviamente con botte e schiaffoni che volavano da una parte all’altra… Per il derby a Padova avevano bruciato in poche ore i 1.700 biglietti disponibili (tanto che molti sarebbero partiti comunque senza tagliando) ed avevano riempito due treni speciali. L’attesa era forte tanto da noi quanto da loro…

Nel frattempo eravamo tornati allo stadio, dove la tensione era sempre più alta. C’erano ste voci sempre più insistenti di questo gruppetto veneziano-modenese in auto, ma non ce n’era l’ombra. Parecchia gente era in giro, c’era un bel caos. Per fortuna almeno aveva smesso di piovere. Beccai gli altri miei soci, che erano venuti su allo stadio col solito autobus nel solito orario. E, vista la partita particolare, c’era anche qualche mio amico “occasionale”. Mancavano circa tre quarti d’ora all’inizio della partita, e decidemmo di entrare… Come misi piede in Curva Nord partì anche il primo coro della giornata, “Chi non salta è un veneziano!”, motivetto che andava molto di moda all’epoca (ovvero, si faceva con quasi tutte le tifoserie che arrivavano a Padova). Ma la Sud era ancora vuota, c’erano solo una decina di tifosi appena entrati che rispondevano a gesti. Col passare dei minuti la nord andava sempre più riempendosi, mentre fuori dall’Appiani era arrivato anche il corteo dei veneziani: ce ne accorgemmo perchè iniziarono a picchiare contro i portoni in ferro della Curva Sud dell’Appiani, e noi tutti a gridargli “Oh-issa!”… Ad un certo punto sfondarono il portone, e bisogna dire che fecero un bell’effetto, in quanto invasero la Sud come un fiume in piena, fra i fischi del pubblico! Nel frattempo avevamo anche allestito la coreografia, che era sicuramente originale e diversa dalle solite che si vedevano in quel periodo: guanti bianchi e rossi, a dividere la curva in due, in modo da colorare ogni coro ed ogni battimani. Una coreografia che qualche anno dopo sarebbe stata ripresa dai laziali. I guanti utilizzati poi erano semplici guanti di gomma per lavare i piatti, che vennero distribuiti col solito metodo del “lancio”: una confezione mi arrivò in piena fronte… Ma non era tutto: all’annuncio che “i guanti sarebbero stati tenuti addosso per tutti i novanta minuti” un personaggio dietro di me, faccia abbastanza nota, ebbe qualcosa da ridire… Intervenne energicamente uno dei lanciacori dell’epoca, che raggiunse il tipo e cominciò un’accesa discussione, condita da qualche spintone: la cosa non troppo divertente per me è che mi trovavo in mezzo fra i due, schiacciato tipo sandwich, e senza possibilità di muovermi perchè eravamo già stretti come sardine!

Gli ospiti quel pomeriggio erano belli carichi, ed in corteo avevano lasciato diversi “ricordini” su molte auto parcheggiate lungo la strada. All’epoca era un brutto vizio che avevano in tanti, noi a Cremona l’anno prima non ci eravamo comportati correttamente. Il fatto è che quest’abitudine di prendersela con le macchine o con l’arredo urbano fu una cosa che li caratterizzò anche in anni successivi, quando per ovvi motivi di “scambio di cortesie”, avrebbero dovuto avere il buon senso di lasciar perdere il vandalismo da poppanti e provare ad imbastire qualcosa di più serio. Peccato, veramente peccato. Potenzialmente potrebbero essere un’ottima tifoseria, ma a conti fatti lo stendardo “Terroni del Nord” li rappresentava perfettamente… Ad ogni modo quel giorno erano belli ed avevano intenzione di piantar grande: ad inizio partita dal pezzo di Distinti loro assegnato iniziarono un fitto lancio di bandierine nei confronti della polizia in campo, proprio nel momento in cui le squadre stavano facendo il loro ingresso. Tutto era nato dal fatto che gli sbirri volevano far scendere un paio di loro che erano arrampicati su per la rete a lanciare i cori. Vista la situazione, l’arbitro Pairetto (quello che si metteva d’accordo con Moggi per mandare arbitri compiacenti alla Juve quando era designatore) ritardò e di molto l’inizio del match. Poi si cominciò a giocare, in un clima da bolgia. Ad un certo punto il protagonista divenne un personaggio di spicco in quegli anni della curva lagunare, un certo Alain, che per una decina di minuti seppe tenere sulle spine gli sbirri come Ivan Bogdanov a Marassi. Lo show terminò nel momento in cui perse l’equilibrio e scivolò in campo, con l’intero stadio piegato dal ridere. Fino a pochi anni fa il personaggio in questione gestiva un chiosco di gelati proprio poco prima di arrivare all’Isola di Sant’Elena. Oggi non so più che fine abbia fatto. So di sicuro che non frequenta più stadi e gradinate…

Quel giorno la partita fu tanto squallida sul campo, quanto spettacolare sugli spalti: sia noi che loro facemmo un gran tifo, ed avremmo meritato qualcosa di meglio di due squadre negli ultimi quattro posti in classifica. Da parte nostra ricordo bene qualche striscione di presa per il culo (Quello che mi piacque di più era “Dal 1405 nessun servo, nessun padrone, una sola farsa: la vostra Unione!” in risposta a quello fatto da loro all’andata “Dal 1405 regnamo su di voi“) ed uno striscione “Brigate Arancioverdi” rubato quattro anni prima in occasione di un Padova-Lazio che aveva visto i lagunari venire all’Appiani insieme ai laziali (particolare curioso questo, visto che non si può certo dire che siano amiche le due tifoserie…) e che dopo essere stato portato dentro a forza venne esposto e bruciato in quest’occasione: era di plastica grossa, e fece una puzza assurda nel momento in cui venne bruciato… Ad inizio ripresa inoltre ci fu la seconda coreografia della giornata: un bandierone con disegnata a bomboletta (niente di speciale rispetto agli affreschi che molte curve avrebbero fatto negli anni successivi, però si capiva) la Basilica di San Marco, che al segnale veniva ricoperta di cartoncini blu al grido “Alta Marea, portali via!”. Per rendere meglio l’idea venne fatta pure la “Ola” con i cartoncini. I veneziani incassarono…

Come già detto la partita in campo fu squallida: il Venezia era una squadraccia che avrebbe fatto fatica a salvarsi ma rischiò di fare bottino pieno visto che costruì le uniche due azioni pericolose della giornata (un gol mangiato davanti a Bonaiuti ed un palo); il Padova semplicemente non giocò, ormai era evidente che stavano giocando contro Mazzia… A dieci minuti dalla fine il tifo si trasformò in contestazione, la piazza era stanca del nulla espresso e della classifica che domenica dopo domenica si faceva sempre più preoccupante. Uno dei primi ad essere “beccato” fu Galderisi, che al coro “Galderisi va in pension!” si girò facendo una risata di scherno alla Curva. Nell’azione dopo prese palla a centrocampo, saltò uno dopo l’altro cinque giocatori veneziani e venne falciato al limite dell’area. Era stato punto nell’orgoglio, ed aveva avuto una reazione d’orgoglio. Oggi a tanti calciatori potresti anche dar fuoco alla casa che non avrebbero nessuna reazione… Al fischio finale fu invece Nunziata a fare la mossa sbagliata, rivolgendo un applauso ironico alla Nord: nel post-partita, centinaia di persone si trovarono all’ingresso degli spogliatoi per contestare la squadra, e proprio Nunziata venne fermato mentre usciva in auto e si becco anche uno schiaffone!

Altri invece cercarono di “salutare” i veneziani, e le forze dell’ordine ebbero il loro daffare a stanare vari gruppetti di padovani imboscati nelle viette, in tutto il tratto che va dagli Ospedali fino a Piazzale Boschetti. Fra questi io ed il mio socio, che non ci stava in tasca la triste conclusione di una delle giornate più attese dell’anno. Fuori dello stadio, decidemmo di seguire una banda di ragazzi che stava partendo in motorino, e prima di cominciare l’avventura mi misi anche in tasca un paio di sassi, che non si sa mai. Imboscati in una stradina dalle parti di Pontecorvo, riuscimmo a tirargli qualche sasso, prima di ritrovarci la digos alle calcagna e di riuscire a fuggire via imboccando una stradina contromano (Dio benedica il 75 Malossi… e per fortuna non avevano ancora inventato le targhe per i cinquantini!). Dal canto loro, i lagunari imbastirono ancora un pò di show con i poliziotti e tirarono un pò di volte il freno a mano del treno, che ripartì da Padova solo dopo le 20. Fecero i loro bei danni, di sicuro Padova era per loro la trasferta dell’anno… Come ho già avuto modo di dire, a me non dispiacevano quell’anno come tifoseria, ed ho sempre pensato che avessero un gran potenziale, superiore anche al nostro. Il loro problema casomai erano le teste: non sono mai stati uniti e quei pochi momenti che lo sono stati erano pochi quelli che avevano la mentalità di andarsi a cercare un confronto. Potevano sicuramente fare di più e meglio, in senso generale… Un paio di mesi dopo acquistai un numero di Supertifo, come ero solito fare, e c’era una lettera intitolata “L’anno del derby” di parte veneziana: non avevo mai letto un concentrato di cazzate e di assurdità tale, e pensavo fosse il classico tema del sedicenne esaltato alla sua prima trasferta. Quando venni a sapere che era stata scritta dal loro direttivo, ci rimasi male: saremo strani da queste parti, ma non ci salterebbe mai in mente di scrivere una lettera di autocelebrazione a un qualsiasi giornale, oltretutto piena di puttanate e riportando cifre ed episodi gonfiati all’inverosimile! Purtroppo è il difetto di molte tifoserie italiane quello di avere la lingua lunga (molta più lingua che dati di fatto) e loro che erano i “terroni del Nord” non potevano che avere questo difetto elevato all’ennesima potenza. Del resto, mi è capitato anche negli ultimi anni di leggere comunicati di certe “Vecchie Guardie” che farebbero molto meglio a star zitte, quindi…

Proprio oggi, passando, mi sono fermato di fronte a quella vecchia scritta, “RICORDATI: LEGA NORD!”. Sono passati un bel pò di anni, ed oggi la Lega è uno dei partiti di governo. Mi viene da ridere a pensare a come si siano fatti strada gridando “Roma Ladrona!” e poi i fatti di questi giorni stiano dando piena conferma di come i “ladroni” fossero per primi loro. Ma soprattutto riflettevo su come l’unica cosa concreta che sono riusciti a fare è stato di rompere le balle agli ultras: vent’anni fa erano il partito che nelle curve del Nord raccoglieva le maggiori simpatie, ed una volta che sono stati al potere con la maggioranza più schiacciante della storia sono riusciti solo a rompere il cazzo ad una larga fetta del proprio elettorato! Forse ha ragione chi dice che è inutile star tanto a lottare, e che in Italia le cose non cambieranno mai… Oggi, grazie anche a partiti come la Lega Nord, derby spettaccolari come quello del 5 aprile 1992 non saranno mai più possibili! E non ci resta che consolarci con qualche immagine d’epoca…

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PADOVA-VICENZA, 26 MARZO 1994

Posted on 26 marzo 2012 by La Padova Bene

Si avvicina il derby col Vicenza, una partita che oggi come oggi allo stato attuale delle cose, non mi dice assolutamente niente: per me è come se si giocasse Padova-Pizzighettone, tanto me ne frega di un “derby” il cui accesso è vietato a larga parte dei tifosi ospiti. Per me, un derby senza ospiti non è semplicemente un derby!

Un tempo tuttavia le cose erano ben diverse, un epoca non lontana ma completamente diversa da quella attuale, in cui la parola “derby” significava intere città contro, significava stadio esaurito, significava migliaia di tifosi ospiti al seguito, significava città blindata, coreografie, tifo, scontri, tensione, odio, passione… Tante parole che ben si riassumono in una sola, e che qui a Padova ha trovato forse la sua massima espressione giusto 18 anni fa: sabato 26 marzo 1994, Padova-Vicenza 0-0, partita noiosa in campo, giornata campale fuori. Si è sempre parlato molto di quella partita, e degli strascichi giudiziari che ne seguirono, ma andiamo con ordine…

In quegli anni il calcio televisivo di Sky era ben lontano dal venire, ed anzi la pay-tv muoveva proprio nella stagione 1993/94 i suoi primi passi con l’antesignana Tele+ che in quel campionato iniziò a trasmettere un anticipo del campionato di serie B il sabato sera ed un posticipo del campionato di serie A la domenica sera. Qualcosa di strano, rispetto alla strafottente invadenza a cui siamo abituati oggi, con campionati spezzettati in tre giorni ed inevitabilmente falsati, ma tant’è: per l’epoca era una sorta di novità, una piccola “vetrina” nella quale mettersi in mostra. E, noto, quell’idea della “vetrina” non è ancora passata dalla mente di tanti tifosi, più o meno radicati nel proprio ambiente! Ad ogni modo, solo una mano sadica poteva pensare di mettere in anticipo televisivo Padova-Vicenza in programma al vecchio Appiani. E quella manina puntualmente compì la sua mossa: allora il calendario delle partite da disputarsi in anticipo o posticipo (cazzo, quanto avanti eravamo rispetto all’arretratezza imperante di oggi!) veniva deciso ad inizio stagione, e non potei fare a meno di strabuzzare gli occhi quando sul Mattino di un giorno di fine agosto 1993 lessi gli anticipi “per esigenze televisive” del Padova: Monza-Padova giusto la prima di campionato, Pisa-Padova a gennaio, Fiorentina-Padova a febbraio (altra grande trasferta) ed appunto Padova-Vicenza il 26 marzo! Pensai che questi erano pazzi, e probabilmente la stessa cosa avranno pensato i ragazzi della Piazza: la leggenda narra che la sera in cui vennero comunicate le date degli anticipi e dei posticipi ci fosse grande euforia ed addirittura qualcuno che offrì da bere appena saputo che il derby col Vicenza si sarebbe disputato in notturna!

Padova e Vicenza in campionato non si incontravano da dieci anni, ma la rivalità non era mai scemata anzi si era “conservata” al punto giusto. Nel decennio precedente, i cugini berici erano stati un gruppo di tutto rispetto: i primi ultras a Vicenza esistevano già dalla metà degli anni ’70 ed i Vigilantes dal 1978. Avevano avuto la fortuna di nascere con una squadra che al tempo era una presenza fissa in serie A, e questo li aveva aiutati non poco ad avere un seguito di tutto rispetto in una città relativamente piccola. Ma soprattutto avevano avuto la fortuna di fare la serie A da ultras quando questo significava molto, e la loro esperienza e la loro fama se l’erano conquistata sul campo contro tifoserie come bolognesi, atalantini, granata e altri gioiellini simili… I padovani erano appunto i cuginetti più piccoli che avevano tutto da imparare dai berici, e avevano subito almeno un paio di lezioni da tenere a mente: nel 1981 quando al Menti i Vigilantes si impossessarono del primo striscione “Ultras” biancoscudato con la stella a cinque punte al centro; e nel 1982/83 quando i berici giunsero all’Appiani di buon’ora occupando la Nord. C’era stato anche un derby di Coppa Italia nel 1985, con l’illecito di Taranto fresco fresco che la tifoseria biancoscudata non aveva ancora digerito: pochissimi ultras si mossero dalla città del Santo, e quasi tutti in “borghese”, con più di qualcuno che a fine partita si trovò a fare di corsa il tragitto Menti-Stazione FF.SS. Fu l’ultima umiliazione, poi i tempi iniziarono a cambiare: nell’agosto del 1989 le due squadre disputarono un’amichevole proprio al Menti, e da Padova si mosse un discreto gruppo di ragazzi (circa 250) con la chiara intenzione di attaccar briga. Gli scontri di quella sera del 1989 tuttavia riguardarono sopratutto le due tifoserie e la polizia (otto berici vennero arrestati nel post-partita), e la resa dei conti venne solo rimandata di qualche anno; ma ormai era abbastanza chiaro e palese che “i tempi erano cambiati”…

Nei primi anni ’90 gli ultras berici cominciarono a “cambiare pelle”, iniziando a contentrarsi più sul tifo che sugli scontri. I vecchi Vigilantes ormai non erano più ragazzi, qualcuno cominciava ad avere anche grossi problemi giudiziari e molti altri finirono nel tunnel dell’eroina (in quegli anni Vicenza era la provincia col più alto numero di tossicodipendenti in Italia), i giovani che si avvicinavano erano cmq qualcosa di diverso dai vecchi avendo vissuto anche esperienze diverse, e nel 1992 arrivarono anche i fatti di Empoli a dare la mazzata finale al vecchio gruppo: successe infatti che nel corso della trasferta in terra toscana, dei poliziotti esplosero alcuni colpi di pistola che ferirono (fortunatamente in maniera non grave) alcuni ultras vicentini. Come spesso succede, i fatti vennero insabbiati (ricordo che nei TG nazionali di quel giorno si parlava di “tifosi vicentini feriti dal lancio di sassi”, solo nei TG locali venne fuori la verità che dopo qualche giorno si diffuse anche a livello nazionale!), e da quel momento i Vigilantes si diedero una grossa calmata… Nella città del Santo la situazione era molto diversa: qui a dare la mazzata ai vecchi ultras del Ghetto era stato l’illecito di Taranto nel 1985 (che ci costò la retrocessione a tavolino) ed anche qui si era diffusa come il pane l’eroina, che aveva fatto più di qualche “vittima illlustre”. Tuttavia, sin dalla seconda metà degli anni ’80 un gruppo di giovani di pessime speranze aveva iniziato a ritrovarsi in Piazza Cavour, maturando giorno dopo giorno e facendo esperienza fino ad arrivare a prendere in mano la Curva Nord dell’Appiani verso la fine del decennio. All’inizio degli anni ’90 poi, l’entusiasmo per un Padova che puntava decisamente alla serie A aveva contaggiato l’intera città, e per i ragazzi di Piazza Cavour questo significava crescere, sopratutto a livello numerico. In un certo senso, l’humus era ottimo perchè Padova in quegli anni pullulava di compagnie di ragazzi e c’erano parecchi attaccabrighe; inoltre uno stadio come l’Appiani favoriva molto gli “scambi culturali” anche con chi veniva da altre città. Il successivo passaggio a “movimento di massa cittadino” fu per questo abbastanza semplice: credo che i ragazzi di Padova della mia fascia d’età, quelli che oggi hanno fra 30 e 40 anni, abbiano quasi tutti avuto a che fare con la curva, chi per averla frequentata anche solo per qualche partita o per brevi periodi, chi per aver avuto amici o parenti che ne sono stati coinvolti Dal 90/91 in poi il movimento ultras conobbe una vera e propria esplosione a Padova e Provincia, ed il top si raggiunse nelle stagioni 92/93 e 93/94 come dimensioni, tifo e scontri. Sembrava che i ragazzi avessero l’argento vivo addosso, ed in quasi tutte le partite si verificarono piccoli e grandi casini (Ricordo tanto per dirne due la battaglia con i modenesi in Prato della Valle e gli scontri in occasione di Padova-Stoke City nel torneo anglo-italiano, dove un inglese rimediò una ferita d’arma da taglio…) che ovviamente avevano fatto crescere a dismisura il numero di diffidati. Del resto, quando un gruppo fa parlare di se, finisce per accorgersene irrimediabilmente anche la questura, e così se fino a pochissimi anni prima per beccarsi una diffida bisognava venir colti sul fatto, in quella stagione cominciarono a girare anche i primi agenti della Digos con telecamera portatile, e cominciarono ad esserci anche i primi ragazzi fermati ed identificati “per un semplice controllo” all’ingresso dello stadio o nelle immediate vicinanze… Ma soprattutto le prime diffide “sulla fiducia”, cosa che in altre città era ancora sconosciuta, ne sanno qualcosa sette ragazzi diffidati di ritorno da Modena perchè nel loro scompartimento era stata rotta una lampadina del treno!

Ad inizio stagione la Commissione di Vigilanza aveva imposto la riduzione della capienza della Curva Nord a soli mille posti per motivi di sicurezza: questo aveva portato alla scelta dei ragazzi di Piazza Cavour di spostarsi in Gradinata, mentre i vecchi del Ghetto rimasero fedeli alla vecchia Curva Nord posta dietro la porta. Si creò così una prima, piccola spaccatura interna alla tifoseria: negli anni precedenti capitava spesso di assistere a qualche discussione dovuta alle diverse maniere di interpretare la vita da stadio, ma con la divisione “fisica” della tifoseria vecchi e giovani divennero due entità sempre più distinte. Tuttavia, quando era ora di piantare qualche grana, spariva qualsiasi divisione. Possiamo dire che la Curva biancoscudata di quel periodo era un bel mix di tre generazioni: qualche vecchia faccia del Ghetto che aveva superato la mazzata di Taranto, i ragazzi della Piazza che erano nella fascia d’età “intermedia” e che portavano avanti la tifoseria, e molti ragazzi giovani e sufficientemente euforici. Tutto sommato si andò avanti bene fino appunto a quel famoso Padova-Vicenza, che finì col cambiare parecchie prospettive…

Quanto a me, nel 1993/94 ero un ragazzino non ancora maggiorenne, inquieto come la maggior parte dei ragazzini di quell’età, ma con una grande e definitiva passione che mi avrebbe accompagnato anche in età adulta: il Calcio Padova 1910 e la Curva Nord. Mi piaceva il tifo, mi piaceva il mondo ultras e volevo avvicinarmene. Come molti altri coetanei ed amici dell’epoca, con la differenza che per molti ritrovarsi la domenica in Curva Nord all’Appiani a cantare era un’attività come un’altra, o forse una divertente alternativa alla discoteca; mentre io ero uno di quelli che ci credeva veramente. Non ero ancora ben inserito nel gruppo, diciamo che vivevo la curva un pò da “esterno”, nel senso che ronzavo si intorno a quello che era il nocciolo degli ultras ed in quella stagione avevo anche iniziato a fare diverse trasferte, ma non ne facevo parte in maniera ufficiale… Durante la settimana andavo a scuola, e nel pomeriggio mi vedevo con la mia ragazza dell’epoca (la prima “storia seria”, ed una di quelle che durò più a lungo cmq) e con la mia compagnia di amici. Di studiare non se ne parlava, tanto che quell’anno venni bocciato per la seconda volta e da li cambiai scuola. Ma non è che mi ponessi molto il problema: mi godevo la mia settimana da adolescente, e contavo i giorni aspettando che arrivasse la domenica. La compagnia di ragazzi che frequentava lo stadio era cresciuta, ma non tutti i miei amici avevano la libertà di partecipare alle trasferte (molti non tentavano nemmeno di affrontare il discorso a casa per la verità…), e quei pochi che ne facevano difficilmente uscivano dai confini del Veneto. Così insieme ai pochi che tentavano di presenziare anche lontano dall’Appiani, ci aggregavamo ad altre compagnie di ragazzi provenienti da altri quartieri o paesi, conosciuti a scuola o tramite giri di amicizie. Giri di amicizie che, piano piano, mi portarono anche lontano dal mio paese facendomi cambiare frequentazioni… La stagione 1993/94 era stata abbastanza divertente fino a quel momento, diciamo che la nostra “creatività teppistica” la esprimevamo bene anche durante la settimana (ne sapevano qualcosa le cabine telefoniche, i cassonetti e le recinzioni della piazzetta in cui ci trovavamo normalmente…), ed inoltre il Padova andava bene e questo faceva si che anche le trasferte fossero quasi tutte seguite in massa…

Da mesi la tifoseria preparava il derby col Vicenza, e la partita d’andata aveva mosso circa 4.000 biancoscudati al seguito (Clicca qui) ma tutto sommato sotto il profilo dell’ordine pubblico era scivolata via abbastanza tranquillamente a parte qualche lieve scaramuccia… L’attenzione di tutti era puntata sul derby di sabato 26 marzo, che cascava giusto giusto nel week end delle elezioni: Berlusconi per la prima volta “scendeva in campo” e sfidava i partiti tradizionali, ma a me la cosa importava relativamente poco. L’unico dato positivo è che la mia scuola superiore era seggio elettorale, e che da sabato 26 marzo sarebbe rimasta chiusa per una settimana! Per il resto di Berlusconi, delle sinistre, dei suoi alleati, del post-tangentopoli e della voglia di forca che c’era in quel periodo non me ne poteva fottere di meno… Quel sabato ero a casa da scuola, e convinsi quindi la mia dolce metà a “bruciare” per andare a farci un giro in centro. Lo stesso centro in cui avrei avuto poi appuntamento con i miei soci nel primo pomeriggio, quando apriva la “caccia al vicentino”… Ovviamente la tipa era all’oscuro dai miei progetti per quel sabato: lei aveva in mente per quella sera di uscire con la sorella ed il ragazzo della sorella (che mi stava anche sui coglioni, ma poco importava) e continuava ad insistere che andassi anchio… Fu una mattinata strana, perchè in giro non potevo fare a meno di notare qualche “volto noto” della curva che si stava già portando avanti col bibitaggio, e dall’altra parte avevo la ragazza che mi “tirava per la manica”, ma non volevo dirle la verità e pertanto finii ad inventarmi una scusa ben poco credibile (“Sai? Stasera sono a festeggiare il compleanno di un amico e devo andargli a prendere il regalo oggi pomeriggio… tu non puoi venire perchè è una cosa da uomini!”). Mentre stavamo ancora discutendo passammo davanti un edicola la cui locandina del Mattino in esposizione citava a caratteri cubitali: “Stasera Padova-Vicenza: APPIANI ESAURITO, CITTA’ BLINDATA!”. A questo punto anche la mia dolce metà capì almeno in parte, e mi disse: “Ma perchè non mi dici semplicemente la verità, cioè che devi andare alla partita?”, e poi ancora: “Ma cosa devi andare a fare in centro al pomeriggio se la partita è alla sera?”. Domande che rimasero senza risposta, ma credo che la risposta l’avesse colta al volo visto che prima di salutarci per il pranzo mi disse chiaramente di evitare di mettermi nei guai…

Alle 15,30 avevo appuntamento in centro con i soci. Eravamo un gruppetto di una decina di ragazzi, e quel pomeriggio di gruppetti come il nostro era pieno in giro. Non c’era un vero e proprio piano di battaglia, semplicemente era girata la voce di ritrovarsi in centro nel primo pomeriggio ed il resto era lasciato all’improvvisazione. L’obiettivo era stanare qualche cugino isolato che avesse avuto l’ardire di prendere la trasferta a Padova come una gita. Oltretutto in settimana era rimbalzata la voce che lo “zoccolo duro” della curva berica avrebbe affrontato la trasferta di Padova in motorino, notizia che avrebbe infiammato ancora di più il clima. L’appuntamento per tutti era alle 18 nella piazzetta davanti Ricordi, ma alcuni ragazzi si erano comunque organizzati per un degno comitato d’accoglienza in un bar di Chiesanuova. In centro non c’era il classico pienone dei sabati pomeriggio dell’epoca, di teen-agers attratti dallo spritz e dallo shopping; c’erano solamente bande di ragazzi in cerca di guai. Il primo guaio lo trovò un auto targata VI e scovata nel parcheggio di Valsport (all’inizio di Corso Milano, dove oggi c’è il negozio della Lacoste…). Prede facili facili. Ci confrontammo fra di noi per qualche secondo, giusto il tempo di decidere di tenere un profilo basso, attendere che l’equipaggio dell’auto uscisse, quindi circondarli in silenzio e colpirli quando per loro sarebbe stato troppo tardi per accorgersene. Un piano perfetto, da perfetti baby-hooligans. Dopo cinque minuti, quattro ragazzotti uscirono dal negozio e si recarono verso l’auto parcheggiata, uno indossava tranquillamente la sciarpa del Vicenza (ai tempi il casualismo non andava ancora di moda, il che significava che spesso qualcuno un pò troppo spavaldo nelle trasferte finiva irrimediabilmente per lasciarci la sciarpa, la bandiera ed i denti!). Iniziammo a camminargli dietro in fila indiana, quando uno dei nostri soci (un bravo ragazzo fondamentalmente, che in gioventù aveva una certa predisposizione alla sceneggiata…) si mise ad urlare frasi sconnesse al loro indirizzo. Questi mangiarono immediatamente la foglia, salirono in auto e schizzarono via come lepri. Mi girai verso di lui e stavo per dirgliene quattro, quando lo vidi con questa faccia deformata stile “incredibile Hulk” che prese a roteare la catena del lucchetto del suo motorino e la lanciò, mandandola ad infrangersi contro il lunotto dell’auto dei vicentini, i quali nonostante i pezzi di vetro che schizzavano da tutte le parti riuscirono a superare le auto in colonna ed a fuggire via… Il socio urlatore si era parzialmente riscattato con un lancio degno di un cecchino, ora però bisognava telare in fretta prima che arrivasse la polizia chiamata da qualche “anima buona” incapace di farsi i cazzi propri: iniziammo a camminare per le vie del ghetto, fermandoci in qualche bar a “far tappa”. Sfiorammo anche la rissa con alcuni ragazzi di sinistra (che trovammo fuori da un bar di Via dei Soncin) a cui qualche socio simpatizzante dell’estrema destra aveva rivolto qualche apprezzamento; non erano loro il nostro obiettivo ma la tensione era alta e la voglia di alzare le mani parecchia… Alle 18 ci presentammo al ritrovo davanti Ricordi: eravamo veramente in tanti, e la tensione era a livelli di guardia. Qualcuno qualche preda in giro l’aveva trovata, e non l’aveva risparmiata. Nessuna traccia invece del gruppo vicentino “motorizzato”, in compenso i ragazzi del comitato d’accoglienza di Chiesanuova avevano ricevuto la visita della Digos in bar che aveva identificato tutti gli avventori… Una settimana tutte le persone identificate in bar quel pomeriggio vennero diffidate! Col passare dei minuti iniziò a prenderci lo scazzo e verso le 19 parecchia gente iniziò a muoversi verso lo stadio, fra cui la nostra piccola banda. Il biglietto da visita che trovammo appena giunti all’Appiani fu una luce intensa che proveniva dal Foro Boario: da lontano sembrava come che qualcuno avesse acceso delle torce, poi man mano che ci avvicinammo scorgemmo la sagoma di una vettura (che immagino fosse targata VI) completamente avvolta dalle fiamme!

Se in centro la tensione si tagliava col coltello, l’Appiani sembrava zona di guerra! Mentre ci guardavamo intorno, vedemmo del movimento in Prato della Valle (all’epoca frequentato da balordi e tossicodipendenti) e notammo alcuni ragazzi che giocavano semplicemente a pallone con la testa di un pusher tunisino. In giro si udiva chiaramente il suono delle sirene. Decidemmo di entrare a mezzora dal fischio d’inizio, giusto per accorgerci che anche la Celere era parecchio carica: il solito modo di fare degli sbirri, che invece di stemprare le tensioni ci tengono a mostrarti i loro muscoli. E li mostrano sopratutto a chi non è in grado di reagire, come i ragazzini (Quanto rido ogni volta che ripenso alle loro espressioni timorose a Genova sotto il settore dei serbi!). Al momento della perquisizione prima dell’ingresso un mio socio si beccò uno schiaffo assolutamente gratuito: un ragazzo che non conoscevo ma che assistette alla scena si lasciò sfuggire un “Ma che cazzo fai?” nei confronti del celerino, e per tutta risposta venne circondato da due agenti che gli iniziarono ad urlare in faccia al malcapitato di ripetere ciò che aveva detto “Se hai le palle!” (Altro discorso molto opinabile). Ne nacque un piccolo parapiglia che venne sedato dalla Digos prontamente intervenuta. Era solo l’antipasto… A dieci minuti dall’inizio della partita lo stadio era ormai pieno, tranne il settore di Curva Sud ed il pezzo di gradinata riservato ai vicentini. All’arrivo delle prime avanguardie beriche si levarono subito i primi cori di scherno, seguiti da tutto lo stadio. Ricordo bene uno di loro nella curva sud deserta (il grosso della tifoseria vicentina doveva ancora arrivare) che si mise come a ballare ai nostri cori, per prendere per il culo: ho sempre avuto il dubbio che fosse il padrone dell’auto avvolta dalle fiamme che avevo visto nel prepartita, ed in quel caso sarei curioso di sapere se si era messo a ballare anche quando aveva visto il “trattamento” riservato al suo mezzo di trasporto!

I 1.700 berici giunsero all’Appiani alle 20,30 in punto, giusto in tempo per l’inizio della partita. In corteo si erano lasciati andare a qualche vandalismo, ma la questura era riuscita ad evitare qualsiasi contatto con noi. Quando arrivarono i vicentini, erano ancora in parecchi i nostri a stazionare fuori dallo stadio, ed un folto gruppo di nostri tentò un “approccio” a base di sassi e bottiglie. Ma la zona era veramente blindata, e le forze dell’ordine caricarono a fondo. Contemporaneamente la Digos diede ordine di chiudere i cancelli della Curva Nord e della Gradinata, forse per evitare un’uscita di massa dal settore; lasciando così all’esterno almeno 300 ragazzi regolarmente provvisti di biglietto. Fu “la scintilla che fece traboccare il vaso” (cit.), in quanto la voce si diffuse rapidamente, e se quelli rimasti fuori iniziarono a premere sui cancelli per entrare molti di coloro che erano già dentro lo stadio decisero di dar loro manforte. Ci fu una prima carica della celere in gradinata, giusto nei minuti iniziali della partita, ma questa volta gli agenti fecero molto male i loro conti perchè i ragazzi erano veramente avvelenati: per alcuni minuti volarono delle gran botte vicino al tunnel d’ingresso della gradinata, poi una decisa carica dei nostri costrinse la celere a fare dietro-front, uscire di corsa dalla Gradinata e chiudendosi il portone alle spalle. In tanti anni di stadio mi è capitato anche di vedere la Celere subire, compreso il “glorioso” reparto di Padova. Mai li avevo visti girare i tacchi ed abbandonare il campo. In quel frangente un celerino si beccò pure una coltellata. Credo sia sufficiente per spiegare l’incazzatura generale… Ovviamente fuori c’erano i famosi 300 ragazzi chiusi fuori, che non potendo assistere alla partita decisero di rifarsi su di loro: vennero ovviamente sparati dei lacrimogeni per disperdere la gente incazzata, ed assistemmo alla prima interruzione di gioco, visto che sia sulle gradinate che in campo gli occhi bruciavano a tutti, arbitro e giocatori compresi. Per gran parte del primo tempo l’attenzione della maggior parte dei presenti fu rivolta agli scontri in gradinata che non a quanto stava succedendo in campo. I vicentini nel frattempo avevano continuato a fare il loro tifo, e verso la fine della prima frazione di gioco esposero il primo striscione “Hell’s Angels Ghetto”, quello storico rubato da loro dieci anni prima. Dalla parte nostra ci fu chi decise semplicemente di andare a riprenderselo… attraverso il campo! La cancellata che divideva la gradinata dal campo venne divelta in pochi secondi e solo il pronto intervento delle forze dell’ordine presenti in campo evitò un’invasione che sarebbe stata clamorosa… Il secondo tempo venne interamente disputato con la celere schierata a bordo campo!

Il bilancio finale della giornata fu di decine di feriti ed oltre trenta fermi, ma la cosa non finì li. Gli incidenti in diretta TV nazionale fecero molto scalpore, e l’Appiani (già diffidato) venne squalificato per una giornata. La questura prese la palla al balzo per dare il giro di vite definitivo al “problema ultras” a Padova, con l’appoggio della stampa e di una certa parte dell’opinione pubblica. Il ritrovamento di due ordigni rudimentali non fece altro che peggiorare la situazione. Tre ragazzi furono arrestati, e trascorsero in carcere venti giorni. Decine di altri vennero denunciati a piede libero, ed i diffidati solo per quella partita furono quasi un centinaio. Da quel momento le cose cambiarono, e non poco: a Padova fino a quel momento i fermi venivano effettuati di rado, e si concludevano quasi sempre dopo una notte in carcere ed un passaggio davanti al giudice; inoltre le accuse erano quasi sempre le stesse: rissa, resistenza, danneggiamento, lesioni, oltraggio ed altri reati minori dettati più dall’esuberanza giovanile. Tre settimane in galera ed accuse come lesioni pluriaggravate, incendio doloso, fabbricazione di ordigni e devastazione erano tutto un’altro paio di maniche. Si decise per un gesto eclatante come lo scioglimento degli HAG, e da quel momento fu tutta un’altra storia: all’epoca la gente era ancora molto legata allo striscione, e quello striscione finiva bene o male per rappresentare tutta una tifoseria. Anche chi non bazzicava Piazza Cavour ma andava cmq in curva e si riconosceva dietro quello striscione. Lo scioglimento e la successiva svolta verso quello che veniva definito “tifo all’inglese” (per l’esposizione di bandiere e stendardi al posto dello striscione chilometrico che rappresentava un pò il modo di tifare “classico” delle curve italiane) fece perdere parecchia identità alla tifoseria. Il successivo passaggio dal catino dell’Appiani al freddo Euganeo avvenuto nei mesi successivi in seguito alla promozione in serie A, fu la mazzata finale. Qualcosa si ruppe, e tanta, troppa gente sparì nel nulla. Inoltre i controlli si fecero molto più scrupolosi, e le diffide negli anni successivi vennero sempre più spesso distribuite a pioggia. Gli ultras divennero un giro chiuso, e la curva finì col politicizzarsi, cosa che era impensabile negli anni dell’Appiani. Per superare questo trauma fu necessaria qualche stagione, e l’avvicendamento di nuove generazioni su quelle gradinate. La tifoseria cmq mantenne la sua fama di tifoseria tosta, anche se a mio modesto avviso non fummo più all’altezza degli anni successivi.

Fu la fine di un’epoca. Un giorno durante una birra fra amici avevo detto per scherzo ad un socio: “Il 26 marzo 1994 Berlusconi ha vinto per la prima volta le elezioni, e contemporaneamente Padova-Vicenza fu la fine dei vecchi HAG… tempi che cambiano!”. In realtà, ripensandoci, mi verrebbe da dire che qualche collegamento c’è, non direttamente con la nostra situazione, ma più in generale con quello che hanno vissuto in seguito i ragazzi delle curve di tutta Italia: se la prima repubblica aveva dovuto combattere col terrorismo, la seconda si è dovuta inventare sempre dei nuovi nemici per continuare a mangiare alla faccia del popolo! E così anche gli ultras sono diventati una categoria socialmente pericolosa. Chiaramente qui a Padova abbiamo sperimentato in anteprima ciò che avrebbero poi combinato a parecchi altri gruppi: repressione indiscriminata e nuovo stadio anti-tifo fuori dal centro cittadino! La cosa più triste è scoprire di essere delle cavie…

 

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ERO UN BAMBINO

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R.I.P. ZANCA

Posted on 29 febbraio 2012 by La Padova Bene

Nella giornata di ieri si è spento Filippo Zancato, per tutti “Zanca”, storico tifoso biancoscudato che militava nei Leoni della Nord fin dalla loro nascita. Lo potete scorgere in questa foto di fine anni ’70, agli albori del movimento ultras a Padova: sopra il tamburo grigio, giacca scamosciata, maglione bianco e camicia nera, leggermente girato verso destra ad osservare i fumogeni.

Da quando il Padova si era spostato all’Euganeo, si era allontanato dallo stadio, e da qualche anno viveva negli USA dove è morto ieri colpito da ictus. La Redazione de La Padova Bene si stringe nel dolore ai familiari. Ciao Zanca, salutaci gli altri biancoscudati che hai raggiunto in cielo!

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legnanopadova_2

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LEGNANO, 25 FEBBRAIO 2001

Posted on 25 febbraio 2012 by La Padova Bene

Una caratteristica abbastanza marcata della nostra tifoseria è sempre stata l’assoluta imprevedibilità degli eventi. Capita spesso e volentieri che ci si prepari per settimane se non per mesi ad una determinata partita, al confronto con una determinata tifoseria e che il giorno dell’evento, per una serie di coincidenze non si verifichi nulla di eclatante; e che al contrario trasferte ritenute da tutti tranquille e senza problemi si trasformino in vere e proprie guerriglie urbane. Succede quando si ha un nutrito gruppo di schegge impazzite e di fulminati al seguito. E ne sono capitati spesso di giorni così nella nostra storia, anche non per colpa nostra: Gubbio quest’anno, ma anche Carrara in passato o l’anno prima Legnano…

Nel 2001, il bellissimo anno dei Fans, Legnano per noi era solo un paese dell’hinterland milanese. C’erano stati dei precedenti col Padova, nel 1986/87, e francamente non so se loro fossero venuti all’Appiani. Di sicuro, non c’erano mai stati scontri. C’erano i Boys Lilla, quello si, e l’anno prima era nata anche la Brigata Legnano. Avevano tirato su un bel gruppo, sicuramente molto aveva fatto l’entusiasmo per il ritorno in C2, ma alcune voci dicevano anche che in mezzo a loro ci fossero alcuni milanisti ed interisti che avevano preso a seguire il Legnano come “divertente alternativa”. Addirittura si sentiva dire (parlando con membri di altre tifoserie del nostro girone) che la Brigata fosse formata da ex-personaggi del Gruppo Brasato, ma mi sembrava veramente fantasia pura! Io non ho elementi in mano per stabilire se queste voci erano vere o meno, quel che sono sicuro è che erano molto diversi da qualsiasi altra tifoseria dell’hinterland milanese: Pro Sesto e Meda, entrambe nel nostro girone quell’anno, avevano al seguito dei gruppetti tanto onesti nel sostegno quanto striminziti nei numeri, i monzesi (che erano una categoria sopra) non erano messi molto meglio… C’erano i bustocchi, un bel gruppo, con una certa storia ed una discreta tradizione alle spalle; e poi quelli di Legnano che non conoscevamo ma di cui si sentiva anche parlare bene…

I legnanesi, dal canto loro, erano coscienti di aver stimolato la curiosità di molta gente, ed amavano mettersi in mostra. Diciamo pure che erano un tantino sfrontati e pure un pò sbruffoni; ma gli va dato atto che per essere in C2 ed in una cittadina di provincia con San Siro a due passi, erano un gruppo di tutto rispetto… In quella stagione 2000/01 avevano attaccato briga prima di noi con triestini e cremonesi, oltre che con gli odiati bustocchi; di contro avevano stretto amicizia con mestrini e mantovani (anche questi ultimi un gruppo di tutto rispetto, ma anche loro con una certa sbruffonagine da condividere coi “lilla”). Alla prima di campionato, il Padova affrontò la Pro Patria a Busto Arsizio, e dopo la partita ci trovammo casualmente a bere con i ragazzi del Commandos Tigri nel loro bar: fu un tranquillo scambio di opinioni, c’erano conoscenze ed amicizie comuni fra le due tifoserie, e tutto si concluse all’insegna del rispetto… La voce arrivò anche ai cugini lilla, ed il giorno dopo un tizio che si firmava Brigata Legnano scrisse sul “muro” del sito della Juventude che rispetto genera rispetto, e che loro ci rispettavano come tifoseria ma non rispettavano i bustocchi nè i loro amici… Una sorta di minaccia velata completamente delirante, francamente avevo già all’epoca l’idea (che oggi confermo) che molti utenti dei vari siti internet fuori dal web non esistono, quindi passai oltre; ma ebbi comunque l’impressione che questi si prendessero molto sul serio… Nella partita d’andata vennero in un centinaio buono all’Euganeo, stupendo un pò tutti col loro tifo a base di torce, bandiere e cori continui. Un bel gruppo, con un bello stile. Non ci fu il benchè minimo problema fra le due tifoserie e la stagione continuò oltre…

In quel periodo la nostra tifoseria (come peraltro già ampiamente spiegato in altri post) era un mix di vecchie facce e di giovani leve. Ed i giovani in particolare mettevano in mostra una certa esuberanza, la tipica esuberanza dei vent’anni che ti fa buttare nelle situazioni senza pensarci troppo. Inoltre l’entusiasmo per il campionato di vertice del Padova fece si che si riaccendesse in molti quella vecchia “fiammella” che covava sotto la cenere: piccole e grandi scaramucce successero a Trieste ed a Cremona. Il 18 febbraio poi arrivò la trasferta di Mestre, che a fine partita si trasformò in guerriglia fra polizia ed ultras biancoscudati (Clicca qui). Fu un autentico delirio, con la polizia che si fece sfuggire letteralmente la situazione di mano, e centinaia di persone in giro per Mestre allo stato brado, senza controllo alcuno. Chiaramente dopo Mestre le polemiche infuriavano, ed in molti cominciarono a chiedere la testa degli ultras su un piatto d’argento, sia giornalisti che tifosi “sani”… Il calendario aveva messo due trasferte consecutive per i biancoscudati in questo periodo: Mestre e, una settimana dopo, Legnano. Molti protagonisti attivi della domenica di Mestre preferirono evitare di farsi vedere a Legnano, onde evitare identificazioni, ed i pochi che decisero di partire partirono in macchina, senza un vero e proprio ritrovo, senza pullman organizzati, senza niente di tutto ciò… In molti c’era la convinzione che “tanto a Legnano non succede nulla”, ed a partecipare alla trasferta fummo solo una quarantina di ragazzi. Fu una domenica “strana” per molti aspetti…

Anche il nostro gruppetto di amici, i Fans, non attraversavano una fase particolarmente brillante: dopo il primo iniziale entusiasmo, si cominciava già a delineare all’interno del gruppo (seppur, appunto, un gruppetto) una “linea di demarcazione” fra coloro che ci tenevano veramente e coloro che ci tenevano a parole. Cominciavano anche a sorgere i primi screzi per il diverso modo di pensare di alcuni, che qualche mese dopo influirono purtroppo sulla fine stessa del gruppo. Per la trasferta in terra lombarda, al giovedì sera avevamo una macchinata completa di cinque persone, dopodichè un ragazzo tirò pacco al venerdì sera, un altro ancora il sabato ed un terzo non si fece proprio sentire e non si degnò nemmeno di rispondere agli sms! Alla fine eravamo in due pronti a partire, e decidemmo di partire lo stesso: ad entrambi ci interessava esporre la nostra pezza in tutti gli stadi, il numero non lo vedevamo come un problema, anzi a dirla tutta non ce ne fregava niente! Ci attaccamo al cellulare il sabato pomeriggio, e tirammo su altri due ragazzi. “Ragazzi” si fa per dire, visto che all’epoca erano già due ultratrentenni con parecchi anni di stadio alle spalle: uno era un noto venditore di carciofi delle Piazze; un altro una faccia molto nota della curva, uno skinhead antirazzista che nel corso degli anni si era un pò allontanato dall’ambiente ed aveva avuto delle discussioni a causa principalmente della sua “visione” politica (in antitesi a quella della maggioranza della curva) ma che aveva ancora il suo bel nome ed il suo rispetto, e che due settimane prima era appena rientrato da una diffida di un anno, in concomitanza con la trasferta di Mestre (rientro col botto!). Ora avevamo la macchina piena…

Partimmo la domenica mattina verso le 9.30, convintissimi che sarebbe stata una delle tante trasferte da fare giusto per “onor di firma”. Avevamo una certa scorta di birre ed un pò di fumo giusto per non annoiarci eccessivamente. Insomma, a tutto pensavamo tranne che ad una domenica di violenza… il viaggio proseguì abbastanza tranquillo fra battute, becerate, barzelette più o meno razziste, ricordi di vecchi aneddoti di curva e racconti di personaggi emigrati in Inghilterra a sbarcare il lunario lavando piatti e ad impiegare il tempo libero fra gli hooligans del Chelsea nel loro periodo d’oro! All’autogrill di San Giacomo, la prima sorpresa della giornata: dal nulla piombarono quattro furgoni di mestrini, la cui squadra divideva il primato col Padova e con la cui tifoseria c’era stato qualcosa da dire nel fine settimana precedente… Gli arancioneri si sarebbero poi divisi in due gruppi: uno diretto a Busto Arsizio per vedere la propria compagine impegnata con la Pro Patria, l’altro nella vicina Legnano per dar manforte agli amici lilla contro l’odiato Padova. Sulle prime ci sarebbe anche venuta voglia di tentare qualcosa, ma c’era poco da tentare, non fosse altro perchè noi in quel momento eravamo in quattro e loro in quaranta… Non avevamo sciarpe o altro materiale in bella vista, ma le facce da gradinata ce le avevamo; e qualcuno della controparte notò la nostra presenza, anche se decise di non cagarci il cazzo. Chi ci cagò invece il cazzo, probabilmente senza nemmeno rendersene conto, era uno Skin (di destra) di Mestre, alto, enorme, con un bomber nero ma con l’aria del tontolone sfigato; tanto che ho sempre avuto il dubbio se avesse capito realmente che eravamo padovani e ci stuzzicasse, se non si fosse semplicemente accorto della nostra presenza o se addirittura pensava che fossimo mestrini! Incurante, questo pandolo si mise a passeggiare su e giù davanti a noi cantando “Alè alè alè il Mestre alè!”. Al terzo giro che ci faceva davanti, si girò verso di noi e ci guardò: io mi girai a controllare i miei soci e non potei far a meno di notare che il mio socio storico stava scoppiando a ridere e per non vedere questa scena pietosa si era messo a sfogliare un libro; il carciofaro si stava rollando una canna e si lasciò scappare un “L’è proprio beo come el soe questo!” di puro sarcasmo mentre il quarto, lo skinhead antirazzista, aveva semplicemente le orecchie che gli stavano fumando per il nervoso. Non c’era molto da fare, decidemmo di andarcene. Risalimmo in auto, con lo skinhead antirazzista che non fece nulla per celare il proprio malcontento: “Mi sta sui coglioni questa storia – mi disse – è che eravamo quattro contro quaranta, altrimenti gli avrei spaccato volentieri la testa a quel ritardato!”. Vedendolo nervoso, evitai di spiegargli che anche in macchina sua c’era gente di destra, tanto non gli sarebbe interessato minimamente… Più avanti ci fermammo in un’area di servizio, dove c’erano alcuni udinesi diretti a Milano, ma erano macchinate di semplici tifosi con morose al seguito, niente di serio… C’era anche un chiosco che fungeva da bar, rivendita giornali e gadget. Lo skinhead antirazzista acquistà una copia di “Liberazione” ed una bottiglia di vino con l’etichetta del Che Guevara, “tanto per fare il provocatore”: dopo la trasferta se la dimenticò nella mia macchina, e per quattro anni la tenni in garage in mezzo ad altre cianfrusaglie, fino a quando non mi decisi di buttarla via. In fin dei conti, quel vino (che è lo stesso utilizzato sulle bottiglie con l’etichetta di Mussolini o Hitler) faceva schifo al cazzo, e non condividevo certo il messaggio dell’etichetta! Nel frattempo però il nostro particolarissimo compagno di viaggio antirazzista continuava ad essere velenoso ed a ripetere che la scena del mestrino in autogrill non gli era stata in tasca, mentre il carciofaro lo consolava dicendogli “Ma si! Te ghe visto come che el iera ciapà? Almanco na soddisfasion ea ga avua anca eo nea vita…”. Ad ogni modo, nella tranquillità più assoluta, giungemmo a Legnano…

Lo stadio “Giovanni Mari” di Legnano si trova immerso in un quartiere, circondato da case. All’epoca l’entrata del settore ospiti dava su un piazzaletto e due strade separate da un’aiuola: una dritta che arrivava ad un incrocio dove c’era un bar e dove a destra attraversavi tutti i “Distinti” per arrivare giusto sotto la curva di casa; ed una a sinistra che costeggiava dei palazzoni e che portava sotto la tribuna. Quando arrivammo, ovviamente ci dirigemmo subito in bar: il posto era zeppo di legnanesi, ed al nostro arrivo ci si scambiò delle occhiate ma ognuno continuò a farsi i cazzi propri beatamente. Oltre a noi, al nostro arrivo c’erano solo altre due macchinate di ragazzi di Padova. Le tifoserie erano mischiate, ma tutto sommato il clima era tranquillo e le stesse forze dell’ordine non sembravano preoccuparsene più di tanto. Mentre osservavo la situazione, vidi arrivare una macchina con a bordo quattro ragazzi di Padova, che girò verso la tribuna: erano quattro ragazzi diffidati! In quel periodo infatti molti non avevano l’obbligo di firma, e soprattutto in C2 dove spesso si giocava in campi da patronato, qualche diffidato veniva in trasferta e si mischiava nella tribuna ai tifosi locali… Ovviamente oggi i tempi sono drasticamente cambiati, ed il rischio non vale più la candela, ma ai tempi in C2 qualcuno veniva spesso in trasferta nonostante il divieto… Logico che non si fermarono li a far salotto: ci scambiammo uno sguardo d’intesa e loro proseguirono verso la tribuna! I padroni di casa continuavano a far su e giù a gruppetti, ed avevo la netta sensazione che non aspettassero altro che una mossa sbagliata… Sensazione che mi venne confermata dal mio socio Skinhead che ad un certo punto mi si avvicinò e mi disse: “No voria mai che i gavesse voia de rompare i coioni…”. Ad ogni modo il prepartita scivolò via tranquillo, ed a dieci minuti dal fischio d’inizio entrammo nello stadio…

Posizionammo la nostra pezza, dopodichè altro giro al bar, dove facemmo una gran bella scoperta: servivano la birra su boccali di vetro! Per un attimo ebbi la sensazione di non essere nemmeno in uno stadio italiano… Altri ragazzi della curva ci raggiunsero a partita quasi iniziata, e raggiungemmo così l’ “oceranica” cifra di 40 unità. La classica trasferta “per far presenza”. Anche il tifo nostro non era un granchè, qualche coro, qualche battimano, ma niente di speciale. Loro per la categoria avevano una discreta curva: ad occhio e croce saranno stati in 300, con torciata iniziale e cori continui. Anche i mestrini erano presenti con tanto di striscione. I padroni di casa fecero più di una volta cori contro la Pro Patria, che personalmente interpretai come una frecciata indiretta anche a noi, che non ci eravamo mai incontrati ma che nelle loro menti eravamo “amici dei bustocchi” (noi invece separavamo quello che erano le amicizie personali dai rapporti “ufficiali”). Li interpretai in un certo modo anche perchè dalla loro curva, ogni volta che si levavano cori contro la Pro Patria, era ben visibile un ragazzo che sventolava una bandiera giamaicana nella nostra direzione. Insomma, continuavo ad avere la sensazione che ci volessero stuzzicare… Da noi qualcuno aveva esagerato col bere, e tendeva ad essere più molesto del solito. Però vabbè, tutto nella norma fino al triplice fischio dell’arbitro.

Uno zero a zero squallido, una giornata noiosa come spesso succedeva in C2. Mi stavo preparando mentalmente alle quasi tre ore di macchina che ci aspettavano per tornare nella “Cara Vecchia Padova”, ormai non mi aspettavo più nulla, quando quattro ragazzi nostri invasero il campo. Inizialmente andarono a prendersi la maglietta dai nostri, ma ebbi immediatamente la sensazione che la cosa non sarebbe finita qui… Ed infatti, mentre uscivano dal campo, ci fu uno “scambio di opinioni” con la curva di casa (per uscire dalla parte degli spogliatoi bisognava per forza passare sotto la loro curva), ed uno dei nostri particolarmente vivace li invitò a “chiarire la cosa” da uomini. Detto, fatto; subito una trentina di legnanesi scavalcò la recinzione e si lanciò addosso al malcapitato, dandogli una discreta razione di calci. Fu la scintilla che scatenò l’incendio: molti dei nostri entrarono a loro volta in campo per farsi giustizia, i legnanesi rientrarono nella loro curva, ed entrarono in gioco le forze dell’ordine ed i dirigenti locali… I poliziotti in un primo momento avevano dormito, lasciando fare ai padroni di casa ciò che volevano, dopodichè avevano deciso di intervenire con decisione ed i nostri subirono un trattamento molto diverso. Un padovano venne braccato da un dirigente del locale commissariato, altri intervennero per liberarlo e si scatenò una vera e propria bagarre a calci e pugni, col pubblico di casa sulle tribune che faceva il tifo per le forze dell’ordine. Nel frattempo eravamo rimasti in pochi dentro il settore, e notai che dal confinante settore dei “Distinti” alcuni tifosi di casa ci vennero incontro cominciando a scuotere il divisorio. Ci preparammo all’eventualità che potessero entrarci dentro, ma in quel momento vidi una bandierina del calcio d’angolo che a mò di giavellotto planò nei Distinti sfiorando proprio quello che guidava la mini-spedizione, il quale impallidì e fece tre passi indietro. Mi girai a guardare, e vidi il mio socio skinhead  in campo, che osservava l’esito del suo lancio con ghigno soddisfatto! Nel frattempo in campo la battaglia andava avanti: c’era un addetto al campo della società di casa che si divertiva a placcare i nostri modello rugbysta. Forse era un vecchio praticante un pò esaltato (del resto, molti rugbysti secondo me sono un pò esaltati..), fatto sta che un giovane di belle speranze di Padova, ben più magro ed agile, gli si sfilò dalla presa e gli mollò una cinturata in testa. “L’eroe di Legnano” si trovò con il cranio aperto, certo se avesse tenuto le mani a posto non gli sarebbe successo niente. Un’altro ragazzo della Riviera del Brenta aveva ingaggiato un bel confronto a colpi di thai contro gli sbirri, in cinque intervenneto per fermarlo e lo amanettarono in campo davanti a tutti. Colui che aveva dato il la a tutto invece venne raccolto dal mio socio storico: aveva preso dei bei calci, ma non aveva un graffio in faccia a parte lo zigomo un pò gonfio (Ci tengo a precisarlo perchè i legnanesi fecero girare la voce fasulla di avergli spaccato tutti i denti… Un pò come i trevigiani qualche anno prima avevano fatto girare la voce di “polifemo”, ovvero di aver cavato un occhio ad un nostro ragazzo durante uno scontro in autogrill… Anche questa era una boiata, e credo che molte tifoserie se raccontassero meno favole forse sarebbero anche meglio considerate, senza nulla togliere alla validità di molti loro elementi!). Il mio socio fece per portarlo fuori dal campo, ma questi si divincolò e tornò indietro per aiutare l’altro ragazzo amanettato, col risultato che venne arrestato anche lui. Dentro il settore, nel frattempo, tentammo un pò tutti di entrare in campo ma i carabinieri fecero buona guardia e cercarono a più riprese di spingerci fuori, in modo da isolare quelli che erano in campo e poterli così fermare. Eravamo molto pochi, ma riuscimmo a tenere duro fino a che non fummo tutti dentro: a quel punto li uscimmo tutti insieme, ben decisi a non ripartire senza i nostri amici… superfluo spiegare che a questo punto eravamo assolutamente avvelenati, e la storia non sarebbe finita qui…

Appena varcammo il cancello del settore ospiti, notammo un legnanese li che ci osservava. Un tizio poco più basso di me, e ben piantato. Nemmeno troppo furbo, visto che teneva la sciarpa lilla ben annodata al collo in bella vista. Mentre uscivamo cercò di mischiarsi a noi facendo l’indifferente. Non so che intenzioni avesse, cosa gli fosse saltato in mente di fare visto che era da solo ed inoltre aveva la sciarpa del Legnano al collo. Infatti il mio socio skinhead gli si fece sotto un pò stupito, chiedendogli cosa ci facesse li in mezzo; ed il tizio gli rispose alla maniera dei milanesi, cioè strafottente: “Io mi sto facendo i cazzi miei… perchè non te li fai anche tu?”. Ovvio che quando uno da risposte stronze, deve mettere in conto anche reazioni stronze alle sue risposte; ed infatti il mio socio gli mollò un siluro in faccia che lo fece barcollare all’indietro. Il tipo però aveva una discreta stazza che gli impedì di volare a terra, ed era anche discretamente agile a dispetto della stazza: riuscì a rimettersi subito in piedi ed a girarsi per fuggire, evitò anche un mio calcio con un dribbling degno di Maradona, e iniziò a correre. Fece solo un errore: corse dalla parte sbagliata e finì giusto in mezzo ai nostri che stavano uscendo dal settore, finendo inevitabilmente rosolato. Sveglio si, ma non del tutto. In quel momento mi accorsi che c’erano dei ragazzi che dentro il settore non c’erano: erano i nostri diffidati, cappuccio in testa, che erano venuti a darci manforte! La scena era divertente perchè loro non parlavano, era tutto un capirsi a sguardi. Uno di questi in particolare mollò un calcione sulla pancia al ciccione legnanese, spedendolo in mezzo ai nostri, da dove poi vennero a raccoglierlo gli sbirri… “Bene – pensai – adesso ci divertiamo…”. E così fu: da in fondo la strada che conduceva verso il bar e la curva di casa, uscirono una ventina di legnanesi, cinghie alla mano, che ci invitarono a farci sotto. Il loro socio stava ancora rosolando quando venni richiamato dalle urla dei nostri: mi girai e vidi il mio socio storico e lo skinhead che partivano a passo di carica, ed altri dietro. Partii anchio. I legnanesi ci videro arrivare e parecchi di loro girarono i tacchi e tornarono da dove erano venuti, ma cinque o sei rimasero li a combattere. Uno in particolare lo riconobbi, perchè l’avevo già riconosciuto vedendo gli scontri in campo: il più bastardo di tutti, quello che mentre tutti prendevano a calci il nostro ragazzo lui gli teneva le braccia aperte perchè non si coprisse la faccia… Bisogna ammettere che un pò di palle in più dei suoi concittadini le aveva, infatti al contrario del grosso dei suoi soci provò a resistere e schivò anche un paio di cinghiate ben date… Alla fine anche i cinque-sei valorosi capitolarono e fecero dietro-front, facemmo per lanciarci all’inseguimento ma fummo bloccati dai carabinieri che nel frattempo ci avevano raggiunti. I poveri militi stavano facendo le trottole in pratica, su e giù a cercare di spegnere ogni focolaio di rissa. E per fortuna che eravamo solo in quaranta. Nello stesso momento nella stradina parallela comparve un ragazzo biondo, lo stesso che sventolava la bandiera giamaicana nei nostri confronti. Molti dei nostri stavano parlamentando con i carabinieri affinchè ci riportassero i nostri amici, e della sua presenza se ne accorsero solo i membri della nostra macchinata. Anche nel suo caso, non capivo molto l’utilità di passarci accanto in quel modo da solo: non capivo se volesse provocarci o se volesse tentare qualche sortita. Non capivo in generale il senso delle mosse dei tifosi di casa. Il mio socio skinhead invece lo invitò ad andarsene per il suo bene: “Guarda, non ho niente contro di te, anchio sono un amante della Giamaica ma loro sono parecchio incazzati e non la prenderebbero bene…”. Il tizio a queste parole tornò indietro a chiamare gli amici, che erano nascosti dietro l’angolo della strada: potevano dirlo che si trattava di una sopraffina tecnica di guerriglia! I tizi vennero fuori in 5-6 e si limitarono a farci gesti osceni, questa volta i carabinieri si mossero per primi e li spinsero indietro in malo modo, fra le altre cose strappando di mano la bandiera giamaicana al ragazzo biondo e lanciandola oltre il muretto di un palazzone…

A questo punto il maresciallo dei Carabinieri ci disse: “Ragazzi, comportatevi bene, e FORSE riavrete i vostri amici…”. Non ho mai creduto a rappresentanti delle forze dell’ordine che ti dicono di comportarti bene che poi forse loro ti daranno qualcosa in cambio, anche perchè in genere la mossa successiva è quella di dirti: “Ragazzi, noi ci abbiamo provato ma purtroppo il Comandante/Questore è stato irremovibile…”. All’epoca credevo (e ne sono ancora convinto, se non fosse che oggi è diventato molto rischioso operare in questo modo) che comportarsi male pagasse molto di più che comportarsi bene, almeno in queste situazioni. Ed altri la pensavano come me, infatti gli venne detto chiaramente che finchè non arrivavano i due fermati noi non ci saremmo mossi di li. I carabinieri si misero a dialogare con alcuni dei nostri, ma personalmente di ascoltare non mi interessava: mi spostai dalla parte opposta del piazzaletto, attraversando la strada e mettendomi appoggiato ai palazzoni, almeno per vedere se venivano avanti altri legnanesi. Come attraversai la strada mi girai in direzione della loro tribuna, e… SORPRESA! Mi vidi venire avanti lo skin mestrino che avevamo trovato qualche ora prima in autogrill, il tontolone enorme che canticchiava per il Mestre, tutto intento a osservarci ed a parlare al cellulare. Da non credere… Ed infatti urlai divertito ai miei soci: “Ehy ragazzi, guardate un pò chi c’è…”. Il mio socio skinhead antirazzista, come lo riconobbe, gli si dipinse un sorriso sul volto simile a quello di un bambino davanti al suo giocattolo preferito: “Naaaaaa! El mestrin de l’autogrill! Allora Dio esiste…”. Il dialogo successivo me lo ricordo ancora, ogni volta che ci ripenso mi piego dal ridere: “Vedemo se ‘desso te fe ancora el beo!”. “Iiiiiih! No so miga da Legnano mi!”. “No infatti, te si un mestrin de merda!”. “No, FIOI, non so gnanca da Mestre…”. Dopo quest’ultima frase venne raggiunto da una bomba in faccia, anche per lui la stazza gli evitò di finire a terra, ma a differenza del legnanese dell’inizio era decisamente meno agile e meno sveglio: ci mise un pò a realizzare, il tempo che gli arrivasse una bella scarica di pugni dal mio socio, e che altri dei nostri accorressero a fare i “buoni samaritani” dandogli il resto. I carabinieri ce lo tolsero letteralmente dalle mani, a quel punto il mestrino riuscì a divincolarsi e fuggì a gambe levate mentre perdeva una scia di liquido rosso dalla bocca ed urlava come un maiale in uno scannatoio (non sto scherzando, non ho mai sentito uno urlare in quelle maniere!). Anni dopo, venni a sapere che per quel povero ragazzo era stata proprio la classica giornata fortunata: appena giunto a Legnano qualcuno dei locali lo aveva scambiato per padovano a causa del suo look da skinhead e gli aveva tirato un bel pugno in faccia come benvenuto! Mi immagino poi la scena quando lo hanno scelto per andare al patibolo: “Vai tu che sei vestito da skin ed hai l’accento veneto, non ti riconosceranno mai!”… Credo che dopo quell’avventura si sia reso conto che lo stadio era qualcosa di troppo impegnativo per lui, e si sia dedicato ad altre attività!

Dopo lo sketch del mestrino, il maresciallo dei Carabinieri ci promise che tempo dieci minuti avrebbe riportato qui i nostri due fermati. Per tranquillizzarci telefonò in caserma, e diede ordine di riportare qui i fermati una volta terminate le procedure per la denuncia. Nei dieci minuti successivi non si vide più nessun legnanese, credo si fossero convinti che era meglio starci alla larga. Il Maresciallo fu di parola: dieci minuti dopo i due fermati scesero da una macchina dei carabinieri, e finalmente potemmo tornare a casa. Quando riprendemmo la strada di casa, lo skinhead antirazzista era al settimo cielo: era appena tornato da una diffida di un anno, ed era riuscito a vedere due partite (Mestre e Legnano) dove erano successi due grossi casini… Il mio socio storico era un pò abbacchiato dalla prospettiva che arrivassero diffide, ma lo skinhead gli rispose semplicemente: “Che cazzo te ne frega della diffida? Erano dieci anni che non mi divertivo così tanto, mi sono appena fatto un anno per una cazzata, adesso ho vissuto due giornate di fuoco: se vogliono diffidarmi nuovamente che facciano pure!”. Discorso semplice e lineare. Subito dopo cominciò la consueta raffica di telefonate di amici rimasti a casa, che avevano avuto notizia degli incidenti e volevano sapere come era andata… Per calmarci i nervi, facemmo una sosta tutti insieme in autogrill: nel primo ci fu ancora della tensione, in quanto uno dei nostri si attaccò con un addetto alle pulizie e ce ne andammo; nel secondo c’erano alcuni udinesi fermi, gli stessi dell’andata, e ci fu anche chi gli chiese se volevano scontrarsi, ma questi risposero che non erano ultras. I componenti della nostra macchinata erano belli tesi: ci bevemmo un paio di birre e ci fumammo una canna prima di ripartire decisamente più rilassati… L’immagine conclusiva di quella trasferta che ho sono due miei soci che dormono sul retro, io alla guida che parlo con il carciofaro, questo che alza il volume della radio sperando che la smetta di parlare, io che abbasso il volume e che continuo il mio discorso/monologo: ogni volta che mi vede, mi rinfaccia quel ritorno in macchina da Legnano con un “Te si sta un incubo!”.

Ovviamente gli incidenti fecero il giro dei tg locali e nazionali: per la seconda volta in quella stagione Mentana aprì il TG5 con la notizia di incidenti che riguardavano la nostra tifoseria! Ovviamente i giornalisti locali non volevano essere da meno, ed il buon Borile il giorno successivo organizzò una puntata speciale di “calciolandia” (ai tempi si chiamava così il suo programma sul Padova…) sugli incidenti di Legnano. Presenti in studio Ciccio Edel, Fantino Cocco ed altri personaggi più o meno noti. Nei programmi di Borile c’era ovviamente la stigmatizzazione degli eventi, e le solite telefonate da casa di spettatori indignati a proporre le solite misure estreme contro i violenti degli stadi. Magari anche qualche ex-ultras che raccontasse di come si era allontanato dalla Curva quando questa era diventata covo di violenti ed estremisti politici. Invece, con mia grande sorpresa, chiamarono tre personaggi della curva, di cui due erano i miei soci, quello “storico” e lo skinhead antirazzista, entrambi presenti a Legnano. Se il mio socio storico si limitò a descrivere la scintilla che aveva scatenato gli incidenti (Il giorno dopo mi disse: “Ero stanco di sentire Fantino Cocco che diceva ‘è colpa dei genitori’!”), la telefonata dello skinhead fu epica: offrì ai giornalisti nostrani un saggio sociologico sulla violenza negli stadi, che lasciò spiazzati tutti i presenti… Borile capì al volo la possibilità di fare audience, e finì con l’incentrare la puntata interamente sulla sua telefonata. Si andò da “Quando avevo quindici anni c’erano ragazzi di 20-25 anni che menavano, quando avevo 20-25 anni ero io che menavo, oggi che ho passato la trentina ci sono ragazzi di 20-25 anni che menano… E’ una ruota che gira!”, fino a “Non è che noi ci sentiamo in guerra… il nostro è più un “gioco di guerra”, una lotta fra bande… lo so che è brutto da dire!”. Gli ospiti in studio erano semplicemente disarmati. Subito dopo arrivò la telefonata di un terzo ragazzo della curva, uno dei capi storici che in quel periodo era diffidato. Il senso della sua telefonata fu grossomodo: “Insieme ai miei soci, siamo giunti alla conclusione che probabilmente la polizia allo stadio ci lascia fare perchè preferisce così, piuttosto che i casini li piantiamo in altri ambiti…”. Dopo questo trittico di interventi, non c’era più molto da dire, e si tornò a parlare di calcio giocato, pur con qualche sporadico intervento da casa come quello di un altro elemento abbastanza strano che esordì dicendo “A mi a Mestre me ze passà un lacrimogeno tacà na recia… come ea metemo?” e che concluse dando dell’ebete a Borile, che si era fatto una risatina sentendolo parlare…

Tutto questo casino però non poteva passare sotto silenzio: una decina di ragazzi vennero diffidati, principalmente i protagonisti degli scontri in campo, e nella partita successiva contro il Novara la Curva Sud osservò uno sciopero di 45 minuti, con un “buco” creato al centro, e lo striscione “Ne eroi ne teppisti: semplicemente ultras!”. L’iniziativa venne replicata contro il Sandonà, e lo striscione questa volta era: “45′ per tifare, 45′ per riflettere… Dodicesimo in campo? Solo quando decidiamo noi…” . Anche in trasferta divenimmo osservati speciali, e la situazione si tranquillizzò fino a fine campionato. Dal canto loro, i legnanesi raccontarono un pò la cosa a modo loro, e si misero a straparlare, via internet ma non solo: basta pensare che fecero stampare degli adesivi con la foto del nostro socio a terra e preso a calci! Gli va riconosciuto che erano un bel gruppo considerata la categoria e le dimensioni della città, tuttavia avevano quel modo di fare arrogante che non mi piaceva. Sul fatto di aver tirato un pestone al nostro amico niente da dire, in quanto qualsiasi tifoseria, noi compresi, a parti inverse avrebbe fatto la stessa cosa: ciò che non mi è mai stato in tasca è che abbiano sempre negato quanto successivamente capitato fuori dello stadio, soprattutto il loro “tentativo di approccio” ed il loro rapido dietrofront…

Nell’ultimo anno di C1 andai in trasferta a Legnano, fra l’altro fu la mia prima trasferta dopo due anni di “stop forzato”. I legnanesi non erano più il gruppo di prima: la Brigata Legnano non esisteva più, erano rimasti solo i Boys Lilla, decisamente meno numerosi e meno ostili. Leggendo qualche loro fanzine, ho avuto l’impressione che abbiano svoltato molto sulla goliardia, e prima della partita mi giunse voce che alcuni dei nostri andarono a farsi una birra nello stesso bar di dieci anni prima, senza trovare nessuno… Su quest’ultimo aspetto non ne so molto: io arrivai allo stadio a partita quasi iniziata, e ricordo quella partita per l’avventura poco piacevole capitatami con un agente della Digos che mi sgamò mentre imboscavo l’accendino e poi mi portò nei cessi dello stadio per “controllare meglio” che non avessi anche altro… Anche le leggi sono molto cambiate, ed oggi le dieci diffide che prendemmo quel giorno sarebbero state dieci arresti, e soprattutto gli arrestati avrebbero trascorso in galera ben più di una sola notte… In questi dieci anni di tempo, l’imperativo statale è stato quello di rendere gli stadi più sicuri: abbiamo assistito così ad aumenti della durata delle diffide, arresti in flagranza differita, vere e proprie leggi speciali contro gli ultras che oggi portano a giudicare in maniera diversa il medesimo reato a seconda che sia compiuto in ambito di stadio o meno, tornelli e biglietti nominativi, striscioni megafoni tamburi fumogeni e bandieroni vietati, stadi con oltre 100 telecamere, divieti di trasferta e tessera del tifoso. Tutto questo ha portato ad una drastica diminuzione degli spettatori negli stadi (Basta pensare che all’epoca il Padova faceva una media-spettatori in C2 di poco superiore ai 6.000 a partita… La stessa media-spettatori che faceva lo scorso anni in B, con una squadra che ha sfiorato la promozione in A… ed il bello è che il Padova è una delle società che fa più pubblico in serie B!) ma non alla fine della violenza, prova ne sia il fatto che qualche episodio succede sempre… Certo, un calo c’è stato per forza di cose: se si vietano sistematicamente le trasferte, per forza di cose gli episodi diminuiscono, ma questo non significa aver sconfitto la violenza; anzi la sensazione è che oggi certi episodi si stiano verificando ogni qualvolta se ne presenti l’occasione! Avrebbero dovuto lavorare maggiormente su aspetti preventivi, con stadi più moderni ed efficienti (ah, non ci sono i soldi…!), con i tifosi trattati da persone e non più da animali, con maggiori servizi ed una maggior fidelizzazione anche attraverso iniziative importanti come l’azionariato popolare… Ma non ci arrivano: in Italia il calcio è in mano alle televisioni ed agli sbirri, e se le prime guardano solo il proprio introito e di tutto il resto se ne fregano, i secondi sono troppo ottusi per capire questo aspetto: per loro “modernizzare gli stadi” significa mettere tornelli e telecamere, “trattare i tifosi come persone” significa ammassarli su un autobus fermo per ore sotto al sole, “fidelizzare” significa obbligare a sottoscrivere la tessera del tifoso, e “prevenire” significa punire preventivamente… Credo che chiunque possa riconoscere che in dieci anni non c’è stato nessun miglioramento, anzi si è peggiorato ulteriormente il tutto finendo per chiudere gli stadi. Ma da questo orecchio non ci sentono e non ci vogliono sentire…

N.B. Le foto e l’articolo di giornale sono state riprese dal sito Ultraslegnano.it

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Nave incagliata al Giglio, continuano le ricerche dei dispersi

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CIAO WILLIAM!

Posted on 23 febbraio 2012 by La Padova Bene

Fonte: Tutto Cesena

A quaranta giorni dal naufragio della Costa Concardia al Giglio è stato ritrovato il corpo di Williams Arlotti e della figlia Dayana di cinque anni. Arlotti, 36 anni di Viserba, era un grande tifoso bianconero, in particolare per tanti anni aveva seguito le partite del Cesena in casa e in trasferta fotografando il tifo degli ultras.

Un tempo, quando non c’era internet, esisteva un’attività parallela al mondo delle curve e del tifo organizzato: quella della corrispondenza e dello scambio di materiale! Diciamo che era proprio simbolo di un’altra epoca: ci si contattava fra tifosi di squadre diverse (spesso giornali come Supertifo ma anche il vecchio Guerin Sportivo avevano una rubrica apposta chiamata “mercatifo” in cui si trovavano tutti gli indirizzi interessati) e si scambiavano contatti ma anche e soprattutto materiale. In particolare foto e adesivi. Allora non c’erano le foto digitali che uno scaricava sul computer: erano tutte in formato cartaceo, ogni settimana ci si mandava pacchi di foto della propria tifoseria e di gruppi ospiti nella propria città in cambio di pacchi di foto dello stesso materiale di altre città. Nascevano collezioni, ed amicizie. Diciamo che in ogni città c’era qualcuno che teneva un piccolo archivio fotografico, che se vogliamo col tempo risulta anche essere utile come “memoria storica”…

Fu proprio in seguito a questa attività che conobbi William Arlotti. Eravamo appena retrocessi in C2, e la prima di campionato era in programma la trasferta a Rimini. Mi interessava avere le nostre foto, e cercai un contatto che me le potesse procurare a Rimini. Da un amico di Teramo mi arrivò il numero di William Arlotti, che chiamai. Mi rispose un ragazzo un pò particolare, mi sembrava molto su di giri, e parlava con un accento romagnolo molto forte e mangiandosi le parole, tanto che mi sarebbe servito un interprete… Cominciò a dirmi che lui normalmente scattava a Cesena, ma che a richiesta avrebbe potuto scattare anche a Rimini, Pesaro, Fano, Ancona, Gubbio, Ravenna, Ferrara… lo interruppi e gli chiesi se gli avanzava anche il tempo di andare in bagno! Ci mettemmo a ridere entrambi, subito dopo mi disse che per la prima di campionato a Rimini aveva già un impegno e mi diede il recapito di un suo socio riminese, il quale una volta contattato, la prima cosa che mi disse in risposta al mio “Ho avuto il tuo numero da William Arlotti…” fu: “Ah, si si! Quando lo senti digli che lo meno!”. 

Alla fine quello dei corrispondenti era un mondo così: di veri ultras ce n’erano pochi, ma c’erano dei personaggi veramente particolari, con alcuni ti facevi delle belle risate, altri finivi per odiarli… Diciamo che William, quando lo conobbi meglio, mi resi conto che tutto sommato non era una persona cattiva… magari un pò ingenua, quello si, ma non cattiva!

Un mese fa, quando seppi che era coinvolto anche lui nel naufragio della Concordia, fui da subito pessimista, come avrete letto in questo articolo. Più che pessimista, direi realista. Però da qualche parte probabilmente speravo sempre che succedesse un miracolo, a volte succedono… Il ritrovamento del suo corpo pone fine ad ogni discorsi, e non nascondo che mi ha messo addosso una certa tristezza, anche se da anni non avevo più contatti di nessun tipo con lui.

Rimane il ricordo di un periodo bello perchè spensierato, quello degli anni della corrispondenza. Oggi con internet tutto questo non esiste più, sono i tempi che cambiano, ma forse si è persa una parte genuina e simpatica di tutto ciò che ruota intorno al mondo del tifo… Oggi si dice spesso e volentieri che “gli ultras stanno morendo”, ma io ci credo poco: gli ultras si stanno trasformando, in molti casi si sono già trasformati. Stanno facendo gli anticorpi alla repressione, un tempo erano una massa, oggi sono tanti piccoli gruppetti… Penso che più che gli ultras stia morendo una parte della nostra vita, almeno per ciò che riguarda la mia generazione: la nostra giovinezza! Il brutto è che ce ne rendiamo conto quando ti accorgi che piano piano anche dei pezzi della tua vita finiscono per staccarsi irrimediabilmente!

Che la terra ti sia lieve, William!

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CATANIA, 2 FEBBRAIO 2007

Posted on 03 febbraio 2012 by La Padova Bene

Cinque anni fa a Catania, dopo il derby col Palermo, moriva l’Ispettore Filippo Raciti. Fu una pagina tragica del calcio italiano, ed allo stesso tempo drammatica per il mondo ultras, visto che da quel momento tutto cambiò. La repressione esisteva già nel nostro paese, ma quello che accade dopo quel 2 febbraio di cinque anni fa non ha precedenti per lo meno in quei paesi che si definiscono “democratici”: agli ultras venne vietato l’ingresso di striscioni, bandieroni, fumogeni, megafoni e tamburi; le trasferte considerate più a rischio vennero costantemente vietate; le società non potevano più vendere biglietti per le gare in trasferta con il risultato che tutta la prevendita andò ad ingrossare il culo di quelle associazioni a delinquere che prendono il nome di Ticket One, Lottomatica e compagnia cantante e per acquistare un biglietto bisognava farsi schedare; sempre più ragazzi si trovarono a scontare mesi di carcere ed anni di diffida senza nemmeno che ci fossero prove concrete nei loro confronti. Dulcis in fundo, l’introduzione della tessera del tifoso, su cui c’è stata una vera e propria levata di scudi da parte del mondo ultras. Da quel 2 febbraio 2007, gli stadi italiani si sono trasformati in caserme o, nel peggiore dei casi, in vere e proprie carceri a cielo aperti di sudamericana memoria. Eppure non è stato risolto nulla, anzi si sono accentuati i problemi. A cinque anni di distanza da quell’episodio e dall’ennesima legge speciale sulla violenza negli stadi (nemmeno per il terrorismo vennero fatte tutte queste leggi) possiamo dire senza possibilità di smentita, che l’unica cosa che è riuscito a fare il governo italiano è stata quella di svuotare gli stadi e di far morire il tifo. Non la violenza, che è continuata come gli anni precedenti: certo, sono in diminuzione gli episodi di violenza, ma sono capace anchio di farli diminuire vietando sistematicamente tutte le trasferte a tutte le tifoserie d’Italia! E’ come risolvere il problema degli incidenti stradali chiudendo le autostrade… In un anno come l’ultimo, in cui pochissime tifoserie si sono potute recare in trasferta, la dimostrazione è che in quasi tutte le trasferte a rischio si sono verificate piccole e grandi tensioni; questo è il fallimento delle politiche repressive!

Eppure l’intera vicenda è stata molto strana. A cominciare dallo svolgersi dei fatti, quel 2 febbraio 2007. Tanta, troppa gente a scontrarsi con la polizia, anche solo per un derby. Si dice che ci fosse tanta gente che con lo stadio ed il mondo ultras in realtà non centrava nulla, e che molti avessero il dente avvelenato con la polizia per motivi, diciamo così, extracalcistici. Infatti sul banco degli imputati alla fine ci finirono in due: Antonino Speziale, il principale imputato, minorenne all’epoca dei fatti, e Daniele Micale. Pochini per il disastro che è stato quella serata… Speziale venne arrestato la sera stessa della morte di Raciti, e la “prova” della sua colpevolezza (se così si può chiamare) sarebbe una registrazione interna alla Questura di Catania, dove il ragazzo si trovava con altri fermati. Vedendo il video diffuso a livello nazionale, uno dei ragazzi chiede (almeno sembra che chieda… parlano in dialetto catanese fra di loro, ed io non essendo catanese non capisco…) “L’hai fatto tu?” e lui farebbe di si con la testa. Tutto molto strano, di solito quando c’è la sicurezza di un colpevole, non si fanno problemi a mostrare tutto lo svolgimento dei fatti e dell’indagine, spiegando anche in maniera abbastanza chiara. Ricordo in questo senso la morte di “Spagna” (Clicca qui) e tutti i passaggi sottolineati per arrivare alla cattura di Barbaglia. In questo caso, la sensazione che avevo era quella di un “brancolare nel buio” da parte di forze dell’ordine e magistratura che ho rivisto poi per molti altri casi di morti “misteriose” accadute negli ultimi tempi (Meredith Kercher, Sarah Scazzi, Yara Gambirasio, Carmela Rea e Roberto Straccia, tanto per citarne alcuni).

Speziale fondamentalmente è accusato di aver lanciato un sottolavello che avrebbe colpito Raciti, causandogli un’emoragia interna. Inizialmente si era parlato di una bomba carta, che lo avrebbe colpito in pieno, poi di un sottolavello che gli avrebbe spappolato il fegato. Non si è capito tuttavia come glielo avrebbe spappolato… Il suo iter giudiziario è quanto meno particolare: viene da prima scagionato dai R.I.S. di Parma (quindi non da un gruppo ultras, ma da un corpo dei carabinieri specializzato in un certo tipo di analisi…) secondo i quali le ferite riportate non sono compatibili con il corpo contundente utilizzato, e rimesso in libertà dal GIP, quindi nuovamente arrestato per ordine del Tribunale dei Minori di Catania.  La Corte Suprema tuttavia non fu d’accordo con questo nuovo arresto, ed invitò i giudici a rivedere la loro posizione. Tuttavia il Tribunale dei Minori non fu d’accordo con la Corte Suprema e ne dispose nuovamente l’arresto. Ancora la Cassazione lo rimette nuovamente in libertà, ritenendo incolmabili le lacune indiziarie, ma a questo punto interviene il PM che non ne vuole sapere di archiviare il suo caso e lo rinvia a giudizio con l’accusa di omicidio volontario. Fino ad oggi ha scontato due anni di carcere per resistenza aggravata. E’ stato anche denunciato per violazione del Daspo nel 2010, per aver assistito ad un allenamento del Catania. Al processo Speziale viene condannato a 14 anni, dopo otto ore di camera di consiglio. Otto ore per raggiungere un’unanimità di giudizio. Si va quindi in appello. E qui si verifica un’altro “piccolo” giallo: uno dei testimoni, un maresciallo dei carabinieri in servizio quella sera, non riconosce il sottolavello mostrato in aula come l’oggetto che ha colpito Raciti: “quello – ha ribadito in aula – però era completo di vasche per l’acqua, mentre questo ne è sprovvisto”. Speziale dal canto suo ha sempre ammesso di aver utilizzato il sottolavello negli scontri, dapprima per farsi largo per uscire dalla Curva e poi di averlo lanciato verso le forze dell’ordine senza tuttavia aver colpito nessuno. Ma viene ancora condannato a otto anni, per omicidio non più volontario ma preterintenzionale. La sua vicenda non si è ancora conclusa.

Micale in carcere c’è finito dopo più di un anno, il primo aprile del 2008. Un anno e due mesi d’indagine per riconoscerlo in base ad una felpa nera con la scritta “Meglio diffidato che servo dello stato”. E’ stato successivamente scarcerato il 20 giugno dello stesso anno. Di lui si è parlato molto meno, e l’unica cosa che si sa è che insieme a Speziale teneva in mano il sottolavello. In appello è stato condannato a 11 anni e 6 mesi per omicidio preterintenzionale. Anche lui ricorrerà in Cassazione. Dopo l’ultima sentenza ha detto: “Allo stadio ci tornerò, ed a testa alta!”.

Al processo d’appello di Speziale assisteva anche una signora, che in tutta questa vicenda è stata forse la protagonista assoluta. Assisteva con i figli, e con i colleghi dell’ex-marito, mi verrebbe da dire “presenze non scelte a caso”. Ma tant’è. Il suo nome è Marisa Grasso, da tutta Italia conosciuta come “Vedova dell’Ispettore Raciti”. Un pò di tempo fa venne fuori una questione non proprio pulita sul suo conto, che riporto tratta dal forum “Vivamafarka” (Clicca qui). Che non si pensi che sia farina del mio sacco:

Era il 2 febbraio 2007 quando l’ispettore Filippo Raciti perse la vita durante il derby Catania – Palermo svoltosi allo stadio Massimino. Morte riconosciuta e sentita a livello nazionale, come d’uopo, non solo perché l’ispettore Raciti è morto durante lo svolgimento del servizio, ma perché lasciava una famiglia composta da due bambini ed una moglie.
Da Palermo vengono rilanciate le ombre. Stando a Fabio Mazzarella di www.palermochannel.tv,  diversi sono stati gli aiuti economici in favore della famiglia Raciti – Grasso: “l’Associazione Italiana Arbitri, ha donato 30.000 Euro; a seguire, il Governo ha risarcito moralmente la famiglia di 75.000 mila euro per ognuno dei figli; ed ancora raccolte fondi e collette di vera e propria beneficenza per una donna “afflitta dal dolore” a causa dell’assurda perdita del marito”.
E fino a qui sembrerebbe tutto normale se non fosse che, in realtà, la giovane vedovella “non andava per niente d’accordo con il marito essendo: sposati, si, ma separati!” Una parte di questi fondi, ricevuti dalla “vedova”, sono stati investiti in una “villa ad Acitrezza in cui abita con il suo attuale compagno ex collega del defunto!” Non solo, ma la “signora vedova”, ad onor del giusto, spesso e volentieri è stata presente in programmi tv, lamentandosi della città di Catania, mettendo in evidenza alcune delle inefficienze legate alla sicurezza, all’inciviltà e disquisendo di problematiche sociali inappuntabili. Nonostante la comunità catanese la invitasse a non esporsi più in pubblico, perchè “u sovecchiu e comu u mancanti” lei continuò a parlare e straparlare, facendo accrescere le “donazioni” per lei e per i suoi due figli.
I fondi crebbero a tal punto che riuscì anche ad acquistare “una villa in Sardegna in cui passa le vacanze con figli e fidanzato!” Un caso quello della vedova Raciti costruito per lo più dalla stampa, che ha indotto tutta l’Italia a “donare” conforto (e non solo) a questa giovane donna, che indubbiamente ha trovato il modo di consolarsi. L’opinione pubblica, dunque, è stata abbindolata dai media attraverso la figura afflitta, sconvolta e disperata di una giovane donna con a carico due figli. Noi non siamo qui, per giudicare la condotta morale della Signora Grasso poiché, si sa, chi “muore giace e chi vive si da pace”, e non vogliamo neanche sembrarvi cinici o spudorati nel linguaggio, ma la verità non sta mai da una parte sola. Oggi la stampa è in grado di manipolare le coscienze, svelare e tenere nascosti fatti, o addirittura camuffarli, ma è anche giusto dare spazio a questo genere di notizie per creare un confronto sano.
Vi sono tantissimi militari, rientrati dalla missione in Kosovo, malati di tumore che non percepiscono neanche lo stipendio, poiché lo Stato non gli riconosce la causa di servizio; migliaia di figli di vittime del dovere in attesa di essere riconosciuti come tali; tantissime donne perdono i loro uomini sul lavoro (morti bianche) e non hanno il diritto di esporsi con la stampa, non chiedono nulla perché spesso nei loro confronti si alza un muro di omertà, che spinge gli stessi lavoratori a tacere.

Qualcuno storcerà il naso, vista l’area politica di provenienza di “Vivamafarka”. Ma la notizia era stata ripresa dal sito Cataniapolitica.org. Volete vedere cosa riporta oggi quello stesso sito alla pagina interessata? Cliccate qui.

E non è l’unico sito ad essersi visto sequestrare la pagina. Ad esempio cliccando qui accederete alla pagina di “Qui Mineo”. Dove fra l’altro ci sono molti altri link di altri siti posti sottosequestro per lo stesso motivo.

Anche La Padova Bene aveva riportato la notizia. Mi arrivò un bel giorno una mail della Polizia Postale di Catania, che riporto:

Gentile redazione,
sul forum del vostro sito alla url http://millenovecentodieci.blogspot.com/2010_11_02_archive.html, viene riportata una discussione intitolata “LA VERITA SULLA POVERA VEDOVA RACITI” pubblicato Pubblicato da La Padova Bene – Categoria: Ea Scoassara, tratto da un articolo (“Le ville della vedova Raciti”) tratti da altri giornali on-line di cui si è già proceduto a sequestro preventivo,indagando i responsabili per diffamazione, a seguito di apposita querela della parte lesa. Come può essere verificato on line.
Si chiede pertanto, al fine di evitare apposita procedura con sequestro di rimuovere con urgenza i testi interessati.
In attesa di risposta. Cordiali saluti.
Polizia di Stato
Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni “Sicilia Orientale” – Catania

Potete trovarla a questo link.

Mi chiedo: anche se la signora Grasso avesse utilizzato i proventi delle offerte raccolte in giro per l’Italia per acquistare delle ville, avrebbe commesso qualche reato? Risposta: no, non avrebbe commesso nessun reato! Ma avrebbe fatto una figura di merda a livello nazionale, sputtanando la sua immagine di “vedova inconsolabile con due figli piccoli da crescere senza il marito”, e contemporaneamente sputtanando la Polizia di Stato che a lei si è appoggiata tantissimo. La mistica degli “eroi sottopagati che rischiano la vita per i cittadini”. Recentemente la signora Grasso si è anche buttata in politica, con l’UDC. Cliccate qui per i particolari. Io direi che può essere la sua strada, ha un futuro.

Tornando al caso Raciti, fu proprio Marisa Grasso ad esprimere profonda soddisfazione per la sentenza del processo d’appello: “Che sia d’esempio!” tuonò dopo il pronunciamento del Giudice che aveva condannato Speziale a 8 anni. Personalmente, se dopo che un imputato per la morte di un mio familiare in primo grado viene condannato a 14 anni ed in appello solo a 8 io mi sento preso per il culo! A meno che non sappia dell’innocenza dell’imputato, e non stia cercando un capro espiatorio. Magari per tenere in piedi un castello di carte che nel frattempo ho contribuito a costruire. Allora otto anni in quel caso mi andrebbero benissimo… Di Speziale non penso che sia un santo, ma mi sembra abbastanza evidente che è considerato un capro espiatorio. Serviva un colpevole, il colpevole è stato trovato, stop. Ma c’è una cosa che Marisa Grasso in tutto questo non considera: così facendo non solo il suo ex-marito non tornerà più in vita come del resto ha dichiarato anche dopo la sentenza d’Appello lei stessa; ma nemmeno avrà mai una giustizia perchè di fatto il colpevole della morte di suo marito non è mai veramente venuto fuori!

Ma se non sono stati Speziale e Micale, allora chi sarebbe stato il responsabile della morte dell’Ispettore Raciti? Quello non lo posso sapere, ma un sospetto mi è sempre balenato in testa… Guardate qui cosa dichiarò un poliziotto in servizio quella sera al Cibali:

Lo scenario raccontato dall’agente scelto alla guida del Discovery la sera della morte di Filippo Raciti avvenuta il 2 febbraio 2007.
Il Discovery della polizia si muove in retromarcia per sfuggire all’inferno di pietre, fumo e bombe carta scatenato dagli ultras catanesi. Poi, un botto improvviso sulla vettura. In quel momento l’ispettore Filippo Raciti si porta le mani alla testa e si accascia. Due colleghi lo adagiano nel sedile posteriore del fuoristrada; l’ispettore si lamenta dal dolore e non riesce a respirare. Potrebbe essere in questo racconto, nel verbale redatto il 5 febbraio scorso alla squadra mobile di Catania, la soluzione del ‘caso Raciti”, l’ispettore di polizia morto dopo gli scontri con i tifosi durante il derby Catania-Palermo del 2 febbraio.
A raccontare è l’autista del fuoristrada, l’agente scelto S. L., 46 anni. E’ lui che ricostruisce dettagliatamente quella giornata di follia: dall’arrivo dei pullman con i tifosi del Palermo sino agli ultimi momenti di Raciti. Il passaggio più importante del verbale va collocato intorno alle 20,30. Più di un’ora dopo il presunto contatto con gli ultras di fronte al cancello della curva Nord e a partita appena conclusa, mentre fuori dallo stadio continua la guerriglia. Rivela S. L.: “. In quel frangente sono stati lanciati alcuni fumogeni, uno dei quali è caduto sotto la nostra autovettura sprigionando un fumo denso che in breve tempo ha invaso l’abitacolo. Raciti ci ha invitato a scendere dall’auto per farla areare. Il primo a scendere è stato Raciti. Proprio in quel frangente ho sentito un’esplosione, e sceso anch’io dal mezzo ho chiuso gli sportelli lasciati aperti sia da Balsamo che dallo stesso Raciti ma non mi sono assolutamente avveduto dove loro si trovassero poiché vi era troppo fumo. Quindi, allo scopo di evitare che l’autovettura potesse prendere fuoco, mentre era in corso un fitto lancio di oggetti e si udivano i boati delle esplosioni, chiudevo gli sportelli e, innescata la retromarcia, ho spostato il Discovery di qualche metro. In quel momento ho sentito una botta sull’autovettura e ho visto Raciti che si trovava alla mia sinistra insieme a Balsamo portarsi le mani alla testa. Ho fermato il mezzo e ho visto un paio di colleghi soccorrere Raciti ed evitare che cadesse per terra”. Raciti viene adagiato sul sedile e soccorso da un medico della polizia.

La notizia venne riportata dall’Espresso. A conferma di ciò c’erano anche dei segni di vernice blu trovati addosso al corpo di Raciti. Ma i giudici durante il processo ritennero che la velocità con cui la camionetta aveva colpito Raciti era insufficiente. Non si affidarono a nessuna perizia, gli bastò guardare un filmato di Sky. Il filmato chiaramente è introvabile. Ed il poliziotto che redasse questo verbale, la sera stessa venne trasferito. Ma guarda un pò le coincidenze della vita!

A conclusione di tutto, e per la gioia degli amici di “Football a 45 giri” a cui rubo il lavoro, mi permetto di abbinare un pezzo a questa vicenda… Direi che ci sta tutto…

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GENOVA, 29 GENNAIO 1995

Posted on 01 febbraio 2012 by La Padova Bene

Sono passati esattamente 17 anni. Era una fredda domenica di fine gennaio, ed a Genova arrivava il Milan, campione d’Italia ma soprattutto rivale storico dei rossoblù. Certo, i milanesi non sono mai stati amati in Liguria, soprattutto perchè visti come “invasori” durante le vacanze estive, ma in questo caso l’estate non centrava veramente un cazzo: un tempo le due tifoserie erano gemellate, fino al 1982 quando il Milan vinse a Marassi un delicatissimo scontro salvezza ed i genoani assaltarono i milanisti. Da quel momento il vecchio gemellaggio divenne una delle più grosse rivalità della storia ultras italiana: i milanisti andavano a fare la guerra a Genova, e lo stesso facevano i Grifoni a Milano. Qualche genoano si era ritrovato tagliato nel corso degli anni, ma non credo che i rossoblù rimanessero a guardare…

In quel periodo inoltre uno dei gruppi storici della curva rossonera stava attraversando una fase assai delicata: le Brigate Rossonere si erano infatti divise, ed al gruppo storico formato prevalentemente da ragazzi legati ad un’area politica di sinistra ed ai centri sociali milanesi se n’era affiancato un’altro formato dai più giovani, con l’appoggio di qualche elemento storico e di gruppi satellite come il Gruppo Brasato (che all’epoca erano un pò l’ala radicale e sbandata della Curva Sud di Milano), ideologicamente vicini alla destra, anche se dubito che la politica fosse realmente un elemento vincolante per loro. Questa nuova “cellula” prese il nome di Brigate Rossonere 2, e non aveva uno striscione proprio: semplicemente in Curva Sud, il gruppo storico si posizionava sulla sinistra guardando la curva, dietro la metà di striscione con scritto “Brigate”; mentre le BRN 2 si mettevano dalla parte opposta, dietro la metà con scritto “Rossonere”. Il Gruppo Brasato invece continuava ad esporre il proprio striscione sopra quello del gruppo, nessun problema. Una spaccatura silenziosa ma “strisciante”, di cui tutti sapevano e nessuno parlava, giustamente. In fin dei conti erano cazzi loro. Scopo delle BRN 2 chiaramente era quello di prendere pian piano il comando dell’intero gruppo. Uno dei leader di questa formazione era Carlo Giacominelli, che nei giornali veniva spesso indicato come “Il Chirurgo” anche se questo soprannome personalmente mi sapeva molto di fantasia giornalistica: in realtà era un commercialista trentunenne, che nell’estate del 1994 insieme ad altri tre (tutti inquisiti nella morte di Spagnolo) aveva guidato la scissione che portò alla nascita delle BRN 2. In curva aveva un nome fin dal 1983, quando a Perugia aveva accoltellato un tifoso locale durante gli scontri. Nel 1986 poi era stato coinvolto in una sparatoria per questioni di viabilità. Ma era pur sempre figlio di buona famiglia, e se l’era saputa cavare…

Simone Barbaglia era un mio coetaneo, all’epoca poco più che diciottenne. Come molti miei coetanei, aveva abbandonato presto la scuola e faceva il giardiniere. Juventino fin da piccolo, si era poi avvicinato alla curva rossonera negli anni dell’adolescenza finendo per aggregarsi alle BRN 2 per questioni di amicizia e di frequentazioni, come spesso accade. Nei giorni immediatamente successivi al suo arresto, si parlava di lui come appartenente ad un “fantomatico” Gruppo Barbour. Nel corso degli anni ho appurato che una formazione del genere esisteva realmente in Curva Sud a Milano: più che un gruppo era una banda, senza striscione o materiale di riferimento, senza colori, si distinguevano dagli altri solo per il fatto di indossare una giacca allora molto di moda, il Barbour appunto. Di sicuro si distinguevano dalla massa dei curvaioli italiani che all’epoca indossavano il bomber come una vera e propria divisa. Una sorta di primordiali “casuals”. Non ho tuttavia appurato se Barbaglia facesse realmente parte di questa banda, so che al momento del suo arresto indossava appunto un Barbour, e che negli anni successivi qualcuno che conosceva i fatti meglio di me mi spiegò come quelli del Gruppo Barbour fossero in realtà estranei alla spedizione di Genova organizzata dalle BRN 2. Non avendo sufficienti elementi in mano, preferisco non dare nulla per scontato…

Descritto da molti come un ragazzo aggressivo ed insicuro, Barbaglia probabilmente cercava l’accettazione all’interno del gruppo. Ma al di la di tutto conduceva una vita tranquilla come molti ragazzi della sua età: lavoro durante la settimana, stadio la domenica, e la riunione del gruppo che si svolgeva in una sera infrasettimanale presso la Pizzeria “Sorriso” in zona Bovisa. Durante queste riunioni si sarà sicuramente parlato della trasferta di Genova, e di come fosse un banco di prova importante per un gruppo che voleva emergere come le BRN 2. Un’eventuale bella figura avrebbe fatto guadagnare punti e considerazione al gruppo all’interno della stessa Curva Sud, una figura di merda al contrario li avrebbe marchiati per sempre. Funziona così. Per questo bisognava pianificare per bene l’azione, anche perchè Genova non è mai stata una passeggiata per nessuno, figurarsi per una tifoseria odiata come i milanisti! Inoltre pare che Barbaglia avesse una sorta di venerazione nei confronti di Giacominelli, tanto che nei giorni precedenti la trasferta di Genova si era procurato tramite un amico di stadio minorenne un coltello a farfalla, proprio per non essere da meno rispetto al suo capo. “Mi serve per tagliare un genoano!” aveva detto all’amico, ma forse non ci credeva nemmeno lui…

Quella mattina, una trentina di ragazzi appartenenti alle BRN 2 si ritrovò alla stazione di Milano Centrale con l’obiettivo di prendere il treno intercity delle 11,15. Il resto della tifoseria rossonera era partito con un treno speciale alle 10 del mattino. L’obiettivo era viaggiare in incognito su un treno di linea, senza sciarpe nè altri vessilli che potessero identificarli come milanisti, aggirare la scorta di polizia e presentarsi viso a viso con i genoani. Non erano i primi i milanisti a fare il “numero” del treno di linea: gruppi come i veronesi, Opposta Fazione della Roma o i Mods Bologna lo facevano per abitudine per dire; perfino noi padovani (che non eravamo male, ma eravamo pur sempre una tifoseria di secondo piano rispetto ad altre) ci muovevamo in questo modo in molte trasferte… Probabilmente le BRN 2 erano il primo gruppo milanista a presentarsi in un certo modo a Genova. Erano pochini forse, ma tutti avevano il loro bel coltello pronto all’uso. Del resto, a quei tempi era una pratica abbastanza diffusa nelle curve. E poi, quale adolescente non gira per Milano col coltello in tasca? All’epoca quasi tutti ce l’avevano, credo che adesso siano forse pure peggiorate le cose… Del resto se vuoi andare a Genova in trenta a far casino è difficile che tu ci vada proprio a mani nude!

Vincenzo Spagnolo aveva ormai 25 anni, che in quel periodo significava essere ormai adulti. Aveva fatto parte della Fossa dei Grifoni, che ormai da un paio d’anni si era sciolta, ma continuava a frequentare la curva rossoblù. Era uno skinhead di sinistra, e pur frequentando il Centro Sociale Zapata di Genova non faceva attivamente politica. Preferiva occuparsi di volontariato, ed aveva una ragazza a Milano per studio, città nella quale aveva iniziato a frequentare il Centro Sociale Leonkavallo. Anche lui, un ragazzo come tanti. Ma uno che nella sua curva e non solo era parecchio conosciuto. Quel 29 gennaio 1995 era andato al ritrovo davanti la Nord. Erano in arrivo i milanisti, non era una partita qualsiasi. Non aveva l’abitudine di portare coltelli Vincenzo, o “Claudio” come veniva chiamato dagli amici. Si affidava tutto alla sua prestanza fisica, ai suoi pugni ed alla sua cinghia. Come molti ragazzi ultras. Di sicuro non poteva immaginare che la sua passione per il Grifone e per il mondo ultras gli sarebbe costata la vita.

A mezzogiorno il treno speciale che trasportava i 900 tifosi del Milan era sbarcato a Genova-Brignole, ed i tifosi erano stati presi in consegna dalla polizia ed accompagnati verso Marassi. Un’ora più tardi erano arrivati i membri delle Brigate 2 ed avevano preso anche loro la strada di Marassi senza la scorta della polizia. Non avevano in realtà fatto molto per non farsi notare, anzi pare che durante il tragitto fino allo stadio avessero avuto più di qualche diverbio. Di sicuro ferirono un diciassettenne tifoso milanista di Tortona, scambiato per genoano, che si ritrovò il cranio ed il naso rotti. Poi, giunti a poche centinaia di metri dalla Nord, si riunirono per studiare la situazione. I genoani erano una marea, e pensare di aggredirli di fronte l’ingresso della loro curva era un suicidio vero e proprio. Così richiamarono la loro attenzione in una stradina laterale. Ci fu un primo scambio di colpi da cui i milanisti indietreggiarono, molti fuggirono in direzione degli ingressi dello stadio; poi una seconda carica in cui Spagnolo e Barbaglia si trovarono di fronte l’uno all’altro. Il milanista estrasse il coltello per intimorirlo, il genoano decise di fottersene e gli si fece sotto ritrovandoselo piantato sul petto. Dopodichè fu il fuggi fuggi generale. Vincenzo viene soccorso da Pippo Spagnolo, omonimo ma non parente, capo storico del Centro di Coordinamento del Genoa. Morirà durante il trasporto in ospedale.

Nel frattempo le partite di serie A iniziano normalmente, anche a Genova. Quel giorno il Padova gioca in casa con la Sampdoria. Sono anni in cui non sono in molti ad avere il cellulare, figuratevi gli smartphone. Le uniche fonti di notizie sono le radioline, da cui cominciano ad arrivare le prime confuse notizie di gravi incidenti a Genoa-Milan e di due morti, forse tre. A Marassi intanto la tensione comincia a montare: nel momento in cui si diffonde la notizia della morte di “Spagna”, a fine primo tempo, i genoani cominciano a tirare di tutto in campo ed a chiedere la sospensione del match. Migliaia di persone si riversano in strada e cercando di assaltare il settore ospiti per farsi giustizia sommaria. Al servizio d’ordine diranno: “Non ce l’abbiamo con voi. Lasciateci solo entrare dieci minuti, che sistemiamo la questione e ce ne andiamo!”. Chiaramente la proposta è rifiutata, e comincia un lungo pomeriggio di guerriglia, con i milanisti assediati fino a notte fonda. In quegli anni si cantava spesso alle tifoserie avversarie in trasferta “A mezzanotte! Uscite a mezzanotte!”, mai come quel giorno fu vero per i milanisti.

In quel momento io ero allo stadio a vedermi il Padova che prendeva una sonora scoppola dalla Sampdoria (1-4), in un clima alquanto strano. Già col passaggio dall’Appiani all’Euganeo e con lo scioglimento degli HAG in seguito alle numerose diffide rimediate dopo Padova-Vicenza dell’anno prima, la curva biancoscudata non era al top della forma (anzi, direi che in certe giornate era proprio triste, nonostante fossimo in serie A); quel giorno nessuno aveva voglia di cantare: si cercava di capire cosa era successo e cosa stava succedendo a Genova. Ad un certo punto i doriani iniziarono a rimuovere i propri striscioni e ad ammainare le bandiere. Non rimase più nulla appeso alla vetrata del settore ospiti, se non lo striscione da trasferta degli Ultras Tito, girato sul retro dove era stata composta col nastro adesivo la scritta “Tre morti bastano?”. Il riferimento era appunto alle vittime delle abitudini milaniste: Marco Fonghessi nel 1984 (tifoso del Milan, che pagò il fatto di avere la macchina targata CR prima di un Milan-Cremonese e si beccò una coltellata fatale…), Antonio De Falchi nel 1989 (romanista, aggredito vicino ai cancelli di San Siro e morto per infarto) ed appunto Vincenzo Spagnolo quel pomeriggio… Subito anche da noi nacque una discussione sul comportamento da addottare, ed un ragazzo disse al megafono: “Siccome i milanisti di merda hanno ammazzato un ragazzo, adesso per solidarietà stacchiamo tutti le bandiere!”. Così facemmo, rimanendo in silenzio per tutto il secondo tempo. Giusto qualche coro contro i rossoneri a spezzare un’atmosfera anomala, ovattata, come se la partita non ci riguardasse più.

A Marassi intanto i giornalisti riferivano di essere “sotto assedio”, quando invece erano nella sala stampa davanti al loro bel buffet e con tre lati su quattro dello stadio sgombri, nel caso avessero voluto abbandonare l’area… Erano gli stessi che parlavano di “due, forse tre morti” qualche ora prima… Diciamo la verità, cercavano solo lo scoop, del ragazzo morto non gliene fregava un cazzo. Anzi, meglio così! Avevano qualcosa da scrivere… La situazione tuttavia non era per niente tranquilla: credo che nel piazzale di Marassi ci saranno state almeno cinque o seimila persone ad aspettare i milanisti. Ivi compresa gente che non centrava un cazzo: sampdoriani, amici di Spagnolo, gente che aveva in culo i milanesi o che aspettava l’occasione buona per menare qualcuno… Un ragazzo che si trovava nel settore ospiti quel giorno, mi raccontava che ad un certo punto era andato in bagno a pisciare, e nei cessi c’era una vera e propria ferramenta sul pavimento fra coltelli ed armi da taglio di tutti i tipi. Subito gli balenò in testa il pensiero che potesse arrivare qualche graduato ed affibiargli il possesso di tutta quella roba, e con un morto che chiedeva giustizia non era una bella situazione. Se ne andò, tenendosi la pisciata in corpo per qualche oretta! Solo dopo mezzanotte i milanisti poterono uscire da Marassi, a due a due. Venivano fermati, fotografati ed identificati, mentre alcuni genoani (presumo amici di Spagna) li identificavano nel tentativo di riconoscere il colpevole. Non si sapeva molto di lui, se non che indossava un Barbour. Tre ragazzi vennero subito fermati e portati in questura per accertamenti, tutti gli altri partirono alla volta di Milano. Non in treno, dato che i genoani avevano occupato i binari della stazione di Genova-Brignole, ma con pullman di linea. Solo verso le quattro fecero ritorno a Milano, ed all’alba Simone Barbaglia venne fermato mentre stava per aprire il portoncino del palazzo dove abitava. Il suo nome era saltato fuori, non si sa da chi, non si sa come… Di sicuro Barbaglia una volta in questura se la cantò alla grande, inguaiando anche tutti gli altri del gruppo che erano con lui a Genova. Uno dopo l’altro finirono nella rete Giacominelli e molti altri pesci grossi e meno grossi; anche se a dire la verità ho sempre avuto la sensazione che non fosse l’unico a cantare e che probabilmente a qualcuno lo smantellamento della cellula delle Brigate Rossonere 2 facesse anche comodo. Un pò come quando ci si toglie il fango dalle scarpe. Ma sono solo illazioni…

Ovviamente l’evento ebbe grande risalto mediatico, e per giorni non si parlò d’altro. Diciamola tutta: si sentivano stronzate di tutti i tipi! I giornali, l’opinione pubblica, l’intero mondo dello sport si interrogarono sul perchè e sul per come. Per la prima volta si cominciò a parlare di smantellare il tifo organizzato, come se il gruppo che aveva organizzato la spedizione di Genova fosse inquadrabile come “gruppo organizzato” e non piuttosto come una banda di “cani sciolti”. Sono italioti, che ci volete fare… Per mesi, anni direi, gli ultras divennero “quelli che vanno allo stadio col coltello”, ed anche qui niente di nuovo: l’opinione pubblica in questo paese è fatta così! Negli anni ’80 gli ultras si drogavano, nel 1995 erano quelli che andavano allo stadio col coltello, dopo il 2001 cominciarono ad essere quelli che lanciavano i motorini dagli spalti e dopo la morte di Raciti sono semplicemente diventati “gruppi politicizzati che utilizzano lo stadio per pianificare scontri ed aggredire le forze dell’ordine”! Sono passati quarant’anni dalla nascita dei primi gruppi ultras, e tuttoggi possiamo dire che l’opinione pubblica italiana non sa un cazzo di cosa siano… E purtroppo questa mentalità ottusa ha portato negli anni a vere e proprie storture se non alla creazione di mostri! Se oggi abbiamo la tessera del tifoso e le trasferte vietate a chi risiede in una città piuttosto che in un’altra, dobbiamo dire grazie proprio a questa ottusità che è tipica dell’italiota medio….

Ai funerali di Spagna c’erano tantissimi genoani e tantissimi militanti dei Centri Sociali. Molti quelli che all’uscita del feretro salutarono a pugno chiuso. Ed ovviamente qualche giornalista prese la palla al balzo per cercare di dare una coloritura “politica” allo scontro. Niente di più falso! Vero che il gruppo delle Brigate 2 guardava verso destra e che in quegli anni i genoani erano una tifoseria molto sul “rosso”, ma l’unico movente era la rivalità calcistica: avrebbero potuto fare lo stesso numero a Verona, sarebbe stata la stessa cosa, ma capitò Genova per uno strano destino del calendario… E quando alcuni vecchi amici di Barbaglia si stupirono che fosse proprio lui l’autore dell’omicidio, e tanti si ricordarono che lui da piccolo era juventino quindi non capivano cosa ci facesse coi milanisti, ecco subito che si ricamò sulla possibile presenza di gobbi fra le fila milaniste, in particolare dei Viking che provenivano in gran parte dalla Lombardia! Certo, c’era stato giusto un paio di mesi prima il precedente della trasferta dei romanisti a Brescia, in cui era stato accoltellato il vice-questore della città lombarda, ed in cui agli ospiti si era mischiato un pò di tutto fra estremisti di destra e gente che non centrava un cazzo col calcio. Si dice che ci fosse anche qualche laziale, ma non ci ho mai creduto molto. Ciò che era sicuro è che dopo quella storia, i giornalisti cercavano in tutti i modi di trovare qualche filo conduttore anche con la spedizione dei milanisti a Genova, e si attaccavano a qualsiasi cosa… La Gazzetta, tanto per dirne una, ci sguazzò per mesi proponendo un “viaggio all’interno delle curve ultrà” a puntate: un paio di mesi più tardi ricordo che presi in mano il suddetto giornale e ci trovai dentro un articolo dove si parlava di “Supermarket per ultrà” in cui si poteva trovare di tutto: dai fumogeni alle biglie d’acciaio, dalle spranghe di ferro alle molotov già pronte! E che dire di tutti quei periodici che proponevano la loro personale “mappatura” degli ultras italiani? Se ne leggevano di tutti i colori, dai sampdoriani “legati all’estrema destra” a quelli del Chievo “molto violenti e razzisti”, con tanto di sigle e gruppi sciolti da tempo se non addirittura inventati di sana pianta! La disinformazione è il loro forte… Ovviamente non potevano mancare le interviste agli “ultrà pentiti” e la storia strappalacrime della famiglia col figlio ultras, ormai estraneo al mondo dei genitori quasi come fosse parte di una setta o dei testimoni di Geova (o di Genova se preferite, visto che anche li di testimoni ne saltavano fuori continuamente…); come non poteva mancare lo “sport per famiglie” che oggi è il rugby mentre all’epoca venne identificato nella pallavolo (avrebbero dovuto vedere qualche derby fra Petrarca Padova e Belunga Belluno di qualche anno prima per capire bene lo “sport per famiglie”…). Bisogna capire tuttavia la situazione: il fatto che Barbaglia fosse in realtà figlio di buona famiglia, aveva sconvolto un pò tutti i vecchi clichè sugli ultras drogati, sbandati, figli di quartieri-ghetto o periferie disagiate tipici degli anni ’80. Bisognava reinventarsi la macchietta, ed ecco servito l’ultras giovane, annoiato, benestante ed armato di coltello!

Una settimana più tardi tutti i campionati di calcio e tutte le manifestazioni sportive vennero fermate, “per riflettere”… su cosa? Sulla morte di un ragazzo che sarebbe potuta avvenire con le stesse modalità anche in discoteca o per strada? C’è poco da riflettere se non si propongono dei modelli educativi diversi… Ad ogni modo fu l’occasione per gli ultras di tutta Italia per ritrovarsi a Genova e rendere omaggio a “Spagna”. E, contemporaneamente, guardarsi in faccia e parlarsi. Fu, se vogliamo, un momento storico: due anni prima, in occasione della morte di Celestino Colombi (clicca qui) molte curve avevano superato le rivalità calcistiche per unirsi dietro lo striscione “La morte è uguale per tutti”; ma mai prima del 1995 tutte le tifoserie italiane si erano ritrovate tutte assieme, in una sorta di “raduno”. Anche in questo caso i riflettori erano puntati: si parlava da più parti di “tregua” fra ultras, e magari c’era qualche giornalista che sperava che succedesse qualcosa per aver così materiale su cui lavorare. Ma in realtà il raduno di Genova non fu nulla di tutto questo: ci si trovò per fare il punto della situazione, per prendere coscienza di quanto accaduto e per stabilire una sorta di “codice comportamentale” che fosse accettato e condiviso da tutti. Ne uscì un comunicato di matrice atalantina dal titolo “Basta Lame Basta Infami”, con il quale gli ultras presenti prendevano le distanze da tutti quelli che usavano i coltelli. Indicativo un passaggio: Basta con questi, che Ultra’ non sono, che cercano proprio a spese del mondo Ultra’ di fare notizia, di diventare grandi ignorando il male fatto (come in questo caso irreparabile). Indicativo perchè esplicita bene la situazione descritta all’inizio degli anni ’90. Indicativo, ma un pò ipocrita. Nel senso che quanto scritto poteva essere valido se detto dagli atalantini (quelli che realmente hanno redatto il comunicato) ma che per conto mio ha poco valore se uno slogan (il “Basta Lame Basta Infami”, titolo del comunicato) viene ripreso da interisti, romanisti o napoletani; tifoserie che con una certa oggettistica ci hanno sempre avuto a che fare, o che comunque anche se non la usavano in prima persona, “sapevano e tolleravano”. Come del resto “sanno e tollerano” anche oggi, visto e considerato che certe brutte abitudini non sono scomparse anzi c’è chi ne ha fatto un vanto… Il discorso che non si può morire per una partita di calcio, che tanto piace all’opinione pubblica italiana, è giusto; ma proprio per un fatto che il tifo non è un buon motivo per uccidere… Ma per morire si fa sempre in tempo, anche allo stadio: può succedere per una coltellata, ma può succedere per una rissa a mani nude dove uno becca un calcio sulla tempia, può succedere perchè uno scivola e si rompe la testa sui gradoni o semplicemente perchè fa un infarto durante la partita… che differenza fa? Sempre di un morto si tratta… ed il pur vero discorso che il tifo non è un buon motivo per uccidere, si scontra con la realtà delle curve italiane degli anni ’80-’90 dove giravano armi da taglio in abbondanza: forse non era il caso di pensarci prima? Sicuramente non in certe realtà metropolitane dove molti ragazzi il coltello in tasca ce l’hanno dal lunedì al sabato e di sicuro non lo lasciano a casa la domenica… la curva è un contenitore sociale dove all’interno si trova di tutto, anche la delinquenza, ma i fatti dimostrano che non è colpendo la massa che si corregge il singolo (a meno che qualcuno non riesca a dimostrarmi che con la tessera del tifoso e tutti gli altri provvedimenti la violenza sia realmente scomparsa… cosa difficile come ben sappiamo!); ed i fatti avrebbero dovuto dimostrarlo già all’epoca, visto che parliamo di un periodo contrassegnato da curve allo sbando e gruppi storici che cedevano il passo… O pensiamo che sia tutto casuale? Il raduno di Genova fu un ottimo passo per gettare le basi per un dialogo fra ultras, e se oggi si è arrivati a situazioni di una certa unità (diciamo “quasi” totale) come in occasione della morte di Gabriele Sandri e dell’introduzione della Tessera del Tifoso, non bisogna dimenticare che si è partiti da Genova il 5 febbraio 1995. Ma imporre un “codice comportamentale” a realtà frastagliate e variegate come le curve degli stadi, dove all’interno si trova di tutto, secondo me è un esercizio inutile. Dovrebbero in caso essere i capi o “responsabili” delle singole realtà a prendere i dovuti provvedimenti nella propria città, ma ho la sensazione (anzi non è per niente una sensazione!) che in molte realtà certe storie facciano comodo! E non a caso pochi mesi più tardi le lame rispuntarono nuovamente, in occasione di un Lazio-Juve di Coppa Italia…

Naturalmente non poteva mancare l’ennesima legge ad hoc per la violenza negli stadi! Ministro degli Interni allora era Maroni (ma guarda un pò…) che all’apparenza non fece nulla di straordinario.. Quasi nulla: introdusse semplicemente la misura del Daspo! Cosa cambiava? Innanzitutto, se prima del 1995 il provvedimento di diffida (di fatto una restrizione della libertà personale) veniva emesso dal GIP dopo aver letto il rapporto della polizia su eventuali incidenti, con il Daspo ad occuparsene divenne il questore in persona, il quale si trovava i provvedimenti belli pronti sul tavolo e non doveva far altro che apporre un timbro ed una firma. Del resto, la stessa struttura della legge lo scaricava da ogni responsabilità, e lo stesso Daspo per la sua struttura amministrativa divenne impugnabile solo di fronte al TAR. Inoltre i destinatari del Daspo potevano essere obbligati a firmare in questura negli orari delle partite sempre per disposizione del questore, mentre nelle città in cui questa misura era stata precedentemente addottata era sempre il GIP a decidere per l’eventuale obbligo di firma, in base alla presunta pericolosità dei soggetti o al pericolo di reiterazione del reato… Nel concreto cambiò che da li in poi diventà molto più facile per le questure emettere un provvedimento di diffida, e che si assisterà spesso e volentieri ad autentiche piogge di diffidati, spesso e volentieri anche per motivi risibili. Diffide che alla lunga finiranno con lo sfaldare molte curve e molti gruppi storici…

In qualche maniera da quel 29 gennaio 1995 fu una sorta di “spartiacque” per il mondo ultras, da li in poi cambiò un pò tutto: l’epoca d’oro degli anni ’80 venne definitivamente archiviata, e cominciarono i problemi sempre più grossi, talvolta esterni (vedi repressione), talvolta interni con screzi sempre più pesanti fra capi storici e nuove leve e curve sempre più divise. Molti personaggi di spicco un pò in tutta Italia cominciarono ad abbandonare la scena, finendo col creare vuoti sempre più difficilmente colmabili. I risultati chiaramente non si videro nell’immediato, ma si cominciarono a tirare le somme negli anni immediatamente successivi quando ormai era chiaro a tutti che le curve non erano assolutamente più quelle di un tempo. In quel periodo all’interno delle tifoserie italiane si diffuse una parola tanto profonda nel significato quanto vuota nei fatti: “Mentalità Ultras”! L’intento sicuramente nobile è quello di “regolamentare” un movimento che nella seconda metà degli anni ’90 conta ancora diverse migliaia di aderenti, stipulando una sorta di “codice d’onore” fra tifoserie a cui tutti coloro che si sentono ultras dovrebbero attenersi. Ma la realtà dei fatti è ben altra, e dimostra che ogni tifoseria, ogni città, ogni singolo gruppo ha la propria “mentalità” spesso in antitesi non solo a quelle di tifoserie nemiche ma anche ad altri gruppi della propria stessa curva, e non è disposto a “venire incontro” agli altri.

A seguito di quella tragica giornata, Barbaglia venne condannato a 11 anni di galera nel 1997, ed uscirà nel 2006 per effetto dell’indulto. Dopo aver ucciso una persona e dopo aver trascinato nel vortice allegramente tutti i suoi vecchi amici. Gli altri protagonisti di quella spedizione se la cavarono con condanne più lievi. Oggi Giacominelli, il “Chirurgo” è un apprezzato commercialista che ha svolto anche consulenze per la Lega Nord. Molti chiusero li con lo stadio: le Brigate Rossonere 2 furono solo un ricordo, e lo stesso Gruppo Brasato sparì per molti anni dalla scena prima di ritornare negli ultimi tempi in occasione di una trasferta ad Auxerre (una sorta di rimpatriata, Auxerre era stata la loro prima trasferta europea nel 1985 quando ancora si chiamavano Gruppo Emergente). Il Gruppo Barbour credo che cambiò semplicemente giacca per andare alle partite. Negli anni successivi le Brigate Rossonere subirono un forte processo di rinnovamento e rifondazione da parte di uno dei personaggi storici della Sud, ed oggi si sono fuse con altri gruppi nel progetto “Curva Sud Milano”. Milan e Genoa non si sono più incontrate per anni (al termine di quella stagione avemmo noi l’onore di spingere il Genoa in serie B) e quando si sono reincontrate i tempi erano decisamente cambiati: alla prima trasferta a Marassi, l’Osservatorio aveva deciso di dare la possibilità ai possessori della Tessera del Tifoso “Cuore Rossonero” di partecipare, e 371 tifosi milanisti si erano messi in moto. Chiaramente i genoani si erano mobilitati per fargli pagare la morte di Spagna, scrivendo fra le altre cose un comunicato che a mio modo di vedere è indegno per una tifoseria dalla grande storia come quella rossoblù. E così il sabato sera alle 23 (il giorno prima della trasferta… così vanno le cose in itaGlia!) l’Osservatorio fece un clamoroso dietrofront facendo disputare il match a porte chiuse, con buona pace di quello strumento inutile che è la tessera del tifoso (e di tutti quelli che l’hanno sottoscritta convinti che sia un lasciapassare universale). Lo scorso anno invece i milanisti (semprechè avessero sottoscritto la tessera benedetta…) furono liberi di andare, in una Genova blindatissima. Non successe granchè, ma il fuoco cova ancora sotto la cenere…

Alla fine della fiera, l’unico ad averci realmente rimesso era proprio colui che aveva meno colpe: Vincenzo “Claudio” Spagnolo. Morto da ultras, mentre difendeva il proprio territorio. Ucciso da un ragazzino che giocava a fare l’hooligans, per trovarsi poi invischiato in storie molto più grandi di lui. Per questo, “Spagna” avrà sempre il mio rispetto… RIP!

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celestinolazio

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10-01-1993: PER NON DIMENTICARE!

Posted on 19 gennaio 2012 by La Padova Bene

Il 10 gennaio 1993, esattamente 19 anni fa, moriva a Bergamo Celestino Colombi, colpito da infarto in seguito ad una carica della celere dopo Atalanta-Roma. Fu uno dei primissimi casi di “repressione mediatica” legata al mondo ultras, visto che la sua morte venne praticamente ignorata dai mass-media. Solo gli ultras, per la prima volta uniti al di la di ogni rivalità, ne portarono a galla la vicenda, che a 19 anni di distanza voglio ricordare in questo spazio con le parole di chi l’ha vissuta in prima persona:

Il 10 gennaio 1993 è purtroppo diventata una data tristemente famosa. Quel giorno infatti dopo la partita Atalanta – Roma perse la vita Celestino Colombi, 41 anni.
La partita è finita, i tifosi romanisti sono già stati riportati in stazione, dove stanno per prendere il treno per tornare nella Capitale. Tutto liscio. Quando improvvisamente, e senza alcun motivo, la celere di Padova (di servizio quel giorno a Bergamo) decide di caricare gli ultrà bergamaschi rei di trovarsi al loro solito bar a bere qualche birra. Durante queste cariche, 3 poliziotti si trovano davanti Cestino Colombi, che passava di li assolutamente per caso (era appena uscito da una seduta con lo psicologo). Minacciano con i manganelli il malcapitato, il quale preso dal panico si accascia a terra e muore per arresto cardiaco. Quello che ne seguirà saranno ricostruzioni fantasiose da parte della polizia, in cui la colpa sarà solo ed esclusivamente degli ultrà, come siamo sempre abituati a sentire in questi casi…

Celestino, va ricordato, non frequentava lo stadio. Aveva un passato da tossicodipendente. La questura si limitò ad uno scarno comunicato in cui si sottolineava la sua condizione di tossico, quasi a voler dire “tanto sarebbe morto lo stesso”. I giornali sportivi e non liquidarono la notizia con poche righe, parlando genericamente di “scontri fra tifosi” (cosa impossibile visto che i romanisti avevano già abbandonato la zona dello stadio), e di “cariche di alleggerimento” da parte della celere (le chiamano così per dargli un nome mediaticamente meno pesante con quell’ “alleggerimento”… sarebbe bene ricordare che nel corso di molti “alleggerimenti” tanta gente è rimasta menomata per sempre!). Qualcosa di assolutamente vergognoso ed inaccettabile.

Gli ultras decisero di non stare al loro gioco. Per la prima volta un gran numero di tifoserie di serie A (e qualcuna anche di serie minori) misero da parte le rivalità (che nei primi anni ’90 erano ancora molto forti e quasi “invalicabili”) per portare avanti un’iniziativa di controinformazione. E così all’unisono in molte curve (Bergamo in primis, ma anche Roma, Lazio, Milan, Fiorentina, Genoa, Sampdoria, ecc) per una domenica sparirono i consueti striscioni per far spazio ad un unico telo raffigurante la frase: “10-01-1993: LA MORTE E’ UGUALE PER TUTTI!”. Fu un numero ridotto di tifoserie a partecipare all’iniziativa, ma quasi tutte profondamente rivali fra di loro. Fu una cosa nuova, diversa, a cui non eravamo abituati. Fu in quel momento preciso che nacque il concetto di “solidarietà fra ultras” che molto spesso viene bollato con il termine a me avverso di “mentalità ultras”. Stiamo parlando dei primi anni ’90, quando la repressione odierna era considerata possibile solo nei film di fantascienza, e quando in molte curve quando la celere caricava nel settore ospiti partiva ancora il coro “Uc-ci-de-te-li! Uc-ci-de-te-li!”. Si stava prendendo coscienza di certe cose, ma il cammino era ancora lungo. Ciò che conta è che la morte di Celestino e gli abusi della celere quel giorno a Bergamo non passarono proprio del tutto inosservati…

Purtroppo i metodi di polizia non sono cambiati, e quattordici anni dopo abbiamo assistito ad un feroce insabbiamento mediatico nel caso dell’omicidio di Gabriele Sandri: abbiamo visto la distorsione delle notizie (le prime voci che giravano erano di uno scontro fra laziali e juventini in cui un tifoso biancazzurro aveva perso la vita, rendiamoci conto!!! Solo verso mezzogiorno venne fuori la verità…), abbiamo assistito alla conferenza stampa “bulgara” di un questore (che oggi è diventato il presidente dell’Osservatorio, tanto per non smentirsi!) in cui era vietato ai giornalisti porre domande, per un anno non abbiamo mai visto Spaccarotella in volto ed il giorno del giudizio in primo grado non solo ci siamo “ciucciati” la pagliacciata dei sei anni “con benefici di legge” (sentenza poi fortunatamente ribaltata in appello… occhio che fra poco c’è la Cassazione!) ma anche l’esultanza dei suoi avvocati, ed oggi stiamo qui a sorbirci i piagnistei di un omicida che dovrebbe stare in galera… Non è cambiato niente! Hanno avuto bisogno di far girare “ACAB” per rivalutare la propria immagine, forti dietro una divisa, campioni nel coprirsi a vicenda, piagnucolosi di fronte all’opinione pubblica!

C’è però chi ha la memoria molto lunga…

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