Delle volte penso di aver fatto il mio tempo, che il calcio e lo stadio di oggi non mi divertono più, che forse è l’ora di occuparsi di cose più serie e lasciare spazio ai giovani. Poi apro l’album dei ricordi e mi rendo conto che ho ancora bisogno di certe cose e di certe sensazioni…
Il Padova edizione 1992/93 era molto diverso dalla squadra sbarazzina di due anni prima. Diciamo che era tremendamente più cinico e concreto: partiti male in campionato, bastonati a Cremona alla seconda di campionato e contestati apertamente la domenica successiva contro il Modena; i biancoscudati avevano saputo pian piano trovare un loro equilibrio in spogliatoio, riuscendo a forgiare un gruppo dal grande carattere. Un gruppo che mi fece innamorare, e che ancora adesso ricordo con immutato affetto a distanza di tutti questi anni: il Padova 1992/93 è in assoluto la squadra che più mi è entrata nel cuore, non perchè fosse particolarmente spettacolare da vedere ma perchè dotato di una grinta ed un cuore che non ho più ritrovato in seguito… Qualcosa di simile l’ho visto nell’anno della promozione in C1, ed anche l’anno scorso in un certo senso, in entrambi i casi due campionati conclusi in rimonta… Qualcuno sostiene che nel DNA del tifoso padovano è insita la sofferenza, ed i fatti sembrerebbero dargli ragione: non abbiamo mai avuto una squadra ammazza-campionato, non abbiamo mai vissuto una doppia promozione consecutiva, abbiamo sempre dovuto lottare ben più del dovuto per ogni minimo traguardo. Forse è proprio il sadismo insito in noi che ci ha fatto innamorare di questa maglia. Il mio sogno nel cassetto rimane sempre l’Europa, mi rendo conto tuttavia che la realtà oggi come oggi è ben diversa: probabilmente l’era-Cestaro si concluderà col vicentino che getterà la spugna una volta giunti nella massima serie, cedendoci a qualche speculatore senza scrupoli e rispedendoci nell’inferno della serie C. Il che è un avviso a quanti oggi seguono il Padova: se ve la sentite di soffrire per i colori biancoscudati in futuro bene, altrimenti andate pure fuori dai coglioni adesso!
Nel 1993 il mondo era molto diverso da adesso. Diciamo pure che era un’altra cosa, ma questo lo sanno tutti. La cosa strana è che spesso si dice che “si stava meglio quando si stava peggio”, ma la realtà è ben diversa: all’epoca stavamo decisamente meglio, a partire dal fatto che avevamo molti più soldi in tasca! Per quanto mi riguarda, il fatto che stavo decisamente meglio di oggi è anche abbastanza naturale visto che avevo 17 anni e vivevo esattamente come vivono tutti i diciasettenni del mondo: la scuola al mattino, la compagnia di amici al pomeriggio, uscivo di sera solo al sabato e molto spesso per fare le stesse cose che facevo nei pomeriggi feriali ovvero quattro chiacchiere con gli amici… La domenica andavo alla partita, ed in casa non me ne perdevo una mentre cominciavo a fare anche qualche trasferta; e dopo la partita era quasi obbligatorio un salto al Wag (al tempo era la discoteca più in voga fra i teen-agers padovani, sorgeva dove poi per anni c’è stato il Victoria Pub in via Savonarola, oggi non so più cosa ci sia esattamente…). In quella primavera del 1993 ero in rimonta esattamente come il Padova, nel senso che l’anno scolastico (ero in seconda dopo aver ripetuto la prima) era partito malissimo, con lo stesso andamento del mio primo anno di superiori ovvero poche presenze in classe e tantissime al Rex, al Tranquillino o all’Hec… Poi di fronte alla concreta minaccia di mio padre di portarmi a lavorare in fabbrica con lui mi misi di impegno e nel secondo quadrimestre riuscii a tirare su quasi tutte le materie in cui navigavo ben al di sotto della sufficienza. Insomma cullavo sogni di promozione, che esattamente come quelli del Padova vennero infranti a giugno quando mi ritrovai a settembre per una sola materia (non vi dico quale) e non per il mio rendimento scolastico… Insomma, studiavo si ma non mi facevo mancare la compagnia degli amici nel tempo libero: poteva sembrare noioso non girare per pub e locali (a parte qualche rara occasione come feste o compleanni), del resto soldi in tasca non ne avevamo in quanto studenti, ma le giornate trascorse sulle gradinate di quel campetto di pallacanestro che era la nostra roccaforte avevano un gusto tutto particolare e regalavano spesso e volentieri perle di saggezza e grasse risate. Per dirne una: un noto personaggio a suo modo “storico” della tifoseria abitava li in zona, spesso lo vedevamo tornare in Vespa dal suo (allora) lavoro di guardiano notturno, e lo chiamavamo per farci due risate visto che viveva abbastanza in un mondo tutto suo. Un giorno un mio amico aveva portato uno stereo portatile, da dove sparava a tutto volume “Technobalilla”, ovvero una compilation firmata Moka DJ molto in voga in quel periodo, contenente gran parte dei canti del ventennio remixati in versione techno. Ad un certo punto si vide passare la Vespa del “noto personaggio” che, attratto dalla musica, si fermò a chiederci che canzone fosse. In quel momento il pezzo battuto era l’Inno del Sommergibilista (“Sfiòrano l’onde nere nella fitta oscurità, dalle torrette fiere ogni sguardo attento stà! Taciti ed invisibili, partono i sommergibili! Cuori e motori d’assaltatori contro l’immensità!”) e ben sapendo che la sua fede politica era all’opposto (si è spesso vantato di aver partecipato ai motti del 1977, non oso pensare con quali risultati vedendo un pò il tipo…) gli dissi che era un canto partigiano ripreso poi dagli autonomi nelle piazze negli anni ’70. Si limitò ad un laconico “Ah, si si… me pareva de ricordarmeo!” e se ne andò lasciandoci un pò attoniti a ridere… due anni dopo in occasione di una trasferta a San Siro apostrofò dapprima i celerini come “compagni” e poi levando il pugno chiuso verso di loro cominciò a cantare “Taciti ed invisibili, partono i sommergibili…”, causando grasse risate in tutti i presenti: il grosso non capiva ciò che diceva ma rideva semplicemente vedendo la scena, quelli più istruiti gli facevano notare che aveva “leggermente” sbagliato canzone, io avevo semplicemente le lacrime agli occhi ben sapendo da dove veniva quella sua convinzione e che normalmente avrebbe fatto fatica a ricordarsi a memoria l’indirizzo di casa sua ma si ricordava perfettamente una canzone che aveva sentito di sfuggita due anni prima, ed era pure la canzone sbagliata nel contesto!
Ma la “vita da ultras” già mi attirava parecchio: mi avessero chiesto cosa avrei voluto fare da grande avrei risposto “Seguire il Padova ovunque!”. Del resto, cosa altro potevo voler fare? Ero in quell’età in cui si vede il mondo del lavoro come una cosa lontana dal venire, ed appartengo ad una generazione che alla famiglia ed ai figli non ci pensava proprio (anche se poi arriva il momento per tutti… ma era troppo presto!). Dagli amici e dagli adulti ero considerato comunque quello “un pò strano” che è troppo invasato di stadio, ma forse la maggior parte di loro era convinta che avrei lasciato perdere una volta che avessi imparato a riconoscere il profumo di una donna. Imparai di li a pochi mesi a dire la verità, ma non mi è mai passato per la testa di lasciar perdere! Anzi, posso dire che le due passioni si possono coniugare tranquillamente, checchè ne dicano molti… Avevo precisamente una bella sbandata per una mia amica dell’epoca, e di li a poco i miei sforzi avrebbero trovato il giusto sbocco, anche se il tempo avrebbe detto che ancora non ero pronto per una “storia importante”… E quando non andavo in compagnia mi vedevo spesso con altri miei coetanei, amici di amici o meglio compagni di scuola di amici, che già erano più inseriti nell’ambiente stadio ed avevano molta più libertà rispetto al sottoscritto (ed anche molta più disponibilità economica) per partecipare alle trasferte… Cominciavo a guardare le partite in TV più per sentire il tifo che non per vedere le azioni da gioco e spesso cercavo nelle riprese il settore ospiti per vedere quanti ultras erano al seguito della squadra in trasferta… e compravo Supertifo per ritagliarmi le foto delle tifoserie ed incollarmele sul diario scolastico… Insomma facevo quello che fanno un pò tutti gli adolescenti che cominciano ad avvicinarsi all’ambiente ma che ancora vivono di sogni!
In quel maggio 1993 il Padova iniziò a gettare seriamente le basi per un finale di stagione da cardiopalma: il 2 maggio vincemmo 1-0 un derby “bollente” in campo e fuori contro il Venezia all’Appiani, con una gran punizione di Angelo Di Livio che poi fece il giro di tutto lo stadio per festeggiare. Il tornante romano era decisamente l’idolo della tifoseria e della Curva Nord: anche lui non un fenomeno tecnicamente, ma uno che in campo dava tutto con una grinta che compensava alla grande i limiti tecnici. A fine stagione se ne sarebbe andato, non ho ancora dimenticato le sue lacrime al momento del commiato… La domenica successiva ottenemmo un sofferto pareggio a Bari, ed ora all’Euganeo arrivava la Spal per una partita importantissima, sia ai fini della classifica, sia per quanto riguarda la tifoseria. I biancazzurri ferraresi erano stati promossi in B al termine della stagione precedente, e quell’anno si giocavano una salvezza che almeno sul campo per conto mio avrebbero meritato (dopo quella stagione non hanno mai più messo piede nella serie cadetta perdendo almeno un paio di volte i playoff e conoscendo poi l’onta del fallimento…). Il Padova doveva vincere per rimanere agganciato al treno di testa, la settimana dopo ci sarebbe stata la difficile trasferta sul campo della Reggiana già quasi promossa (e per me con la scusa della partita decisiva sarebbe stato più semplice strappare ai miei il permesso per poter andare, altrochè il “questa è l’ultima trasferta della tua vita” pronunciato da mia madre dopo la famosa “Cremona Invasion” del 1991!) e quindi era fondamentale far punti, possibilmente “bottino pieno”. Ma Padova-Spal era soprattutto una rimpatriata fra vecchi nemici: loro quell’anno come tifoseria erano in forma smagliante, e portavano grandi numeri ovunque. Non sono mai stati una tifoseria che mi ha impressionato particolarmente, e negli ultimi anni non sono mai stati in tanti (ammesso che questo significhi realmente qualcosa…); ma in quel periodo muovevano migliaia di tifosi al seguito come ridere. All’Appiani quella domenica erano attesi circa 2.000 tifosi da Ferrara, tanto per rendere l’idea. La partita d’andata aveva visto il nostro “gruppo di fuoco” mettere in atto un numero molto ben riuscito, che spesso facevano in quegli anni: evitarono il classico “treno speciale” e si imbarcarono senza colori in un treno di linea, eludendo la scorta di polizia appena giunti a Ferrara e puntando diretti alla loro curva. Era molto presto, di spallini in giro ce n’erano pochi, e quei pochi furono colti abbastanza di sorpresa, soprattutto quelli che a quell’ora stavano portando dentro lo stadio il materiale per la coreografia: un noto personaggio della Piazza si impossessò di un grosso sacco nero di pon-pon bianco-azzurri, dopodichè ormai quasi braccato da un poliziotto glielo mollò sulle gambe facendo rotolare a terra il malcapitato agente e disseminando la strada di pon-pon prima di infilarsi nel nostro corteo che stava arrivando dalla stazione facendo finta di nulla… Ma anche dentro lo stadio si poteva notare la presenza di molte sciarpe biancazzurre fra gli ospiti. Il resto della giornata si svolse abbastanza (quasi) tranquillamente, ma le premesse per una domenica calda all’Appiani c’erano tutte…
E quella domenica di maggio faceva caldo sul serio, più di oggi. Il sabato sera avevo “tastato” la disponibilità dei miei amici a venire alla partita, ed eventualmente anche a darmi un passaggio in motorino dato che il mio era dal meccanico, ottenendo riscontri positivi. Poi la domenica mattina ricevetti un pacco dietro l’altro, visto che quel pomeriggio molti di loro sarebbero andati alla chiusura del Wag senza nemmeno passare per lo stadio (grande dimostrazione di quanto gli interessasse il Padova al di la del momento…). Qualcun altro (la metà di quelli che eravamo di solito) si sarebbe mosso per venire ma sul tardi, io volevo essere in zona abbastanza presto visto che subodoravo casini… Così verso le 13,00 me ne andai a piedi a prendere il 19, con le palle girate. Giubbino in jeans e sciarpa di raso, che tanto era in voga all’epoca. L’autobus era deserto, a parte una mia compagna di classe delle medie che salutai e mi sedetti vicino a lei. Non era male, un pensierino ce lo avrei fatto, se non fosse che era parecchio “fighetta” e con la puzza sotto al naso. Infatti vedendomi abbigliato in un certo modo mi chiese: “Ma stai andando a vedere il Padova?”, ed alla mia risposta affermativa: “A me fa schifo il calcio e non capisco proprio chi lo segue…”. Domanda: perchè cazzo me lo domandi allora? Dopo un paio di fermate salì anche un altro mio socio, e così lasciai perdere i miei pensieri sconci sulla mia vecchia compagna di scuola per mettermi a parlare con lui della partita. Scendemmo a Santa Rita, come di consueto quando prendevo il 19, per farci a piedi tutti i giardini e spuntare giusto di fronte alla curva degli ospiti. Prima però ci facemmo una “pausa tecnica” sulle panchine al fresco, il mio socio tirò fuori fumo e cartine e cominciò a rollare una canna chiedendomi se mi andava di fumare. Non ero un gran fumatore, ma quelle erano pur sempre le prime “esperienze di vita” e dire no sembrava quasi un gesto vigliacco… Una volta ultimate le operazioni riprendemmo la strada dello stadio, ma il fumo ed il caldo ci avevano storditi a sufficienza, e finimmo col fare un giro assurdo, ritrovandoci nel bel mezzo delle case popolari di Via Crescini, e da li ritrovando poi la strada per passare di fianco al CUS e via dietro l’Appiani. Arrivammo in netto ritardo sul previsto: c’erano gli agenti che stavano bonificando la zona, ed un ragazzo fermo con un poliziotto che gli aveva trovato un “aggeggio” in tasca. Il mio socio, preoccupato per il suo fumello, si defilò, ed io nel mio stordimento mi trovai a passare proprio sotto la Sud nel momento in cui arrivavano i pullman dalla stazione con dentro i tifosi della Spal. Non so perchè gli sbirri non mi avessero fermato facendomi deviare verso la Nord, proprio non mi resi conto della cosa: so solo che mi ritrovai a passare a tre metri da questi che dai finestrini mi sputavano dietro e mi urlavano “padovano di merda!”, e risposi con la consueta strafottenza, provocandoli e mostrando loro il dito medio. Qualche brutta esperienza l’avevo avuta da quelle parti, con lucchesi e reggiani, ma evidentemente ero una testa di cazzo che provava uno strano piacere nel cercarsi i problemi… Attraversai tutta l’area, girai su per via Carducci attraversandola tutta e mi ritrovai al Chiosco di Santa Giustina dopo un giro assurdo. Speravo che la camminata mi avrebbe fatto smaltire l’intontimento, ma non era così. Il mio socio era sparito, in compenso trovai un mio compagno di classe e la sua compagnia: vista l’inaffidabilità dei miei amici decisi di trascorrere la giornata con loro. A qualcuno nel frattempo venne l’idea geniale di “andare a salutare gli spallini”, che in quel preciso momento significava solo fare tanta scena davanti al cordone di polizia; ma siccome a quell’età le “scenate” vanno anche bene mi aggregai… Peccato che il servizio d’ordine era un pò nervoso, mi presi una manganellata sul braccio da un poliziotto che mi disse fra l’altro “Ti ho visto prima che passavi sotto i pullman mostrandogli il dito!” e dovetti farmi una discreta corsetta per evitare guai peggiori. Il tutto senza aver fatto assolutamente nulla. Un buon inizio.
Dentro lo stadio la curva riservata agli ospiti era praticamente già piena, la nostra andava riempendosi ed in campo due squadre di pulcini si contendevano un non meglio precisato titolo provinciale. Una delle due squadre, in maglia rossa, usufruì di un rigore che un pulcino trasformò proprio sotto la Nord, accompagnato da un boato e da un “Vi vogliamo così!”. Tutto in goliardia. Capovolgimento di fronte, rigore per gli avversari, stessa scena da parte spallina: boato e “Vi vogliamo così!”. Da li in poi niente più goliardia, si partì ad insulti, con gli sfidanti in campo che più che giocare erano intenti a guardare le due curve che si beccavano! Quel giorno fra l’altro si inaugurava un nuovo club, o meglio un gruppo un pò particolare visto che era tutto femminile ed era forse il primo gruppo interamente femminile che facesse riferimento alla Curva: le “Ragazze della Nord”. La loro presenza divenne motivo di ulteriori sfottò da parte spallina, chissà, magari qualche “anima candida” potrebbe obiettare che non era bello per un ragazzino scopire che le padovane sono tutte puttane ed i loro figli tutti conigli, ma visto che prima o poi il ragazzino certe cose le scopre per conto proprio, vadano a farsi inculare anche le anime candide! Nel frattempo io recuperai gli altri miei soci, tranne il “cannaiolo” che non capivo dove si fosse cacciato…
La partita si mise subito male per i biancoscudati: dopo appena cinque minuti Olivares portò in vantaggio la Spal facendo esplodere i 2.000 ferraresi al seguito. Il Padova si spinse in avanti, ma la squadra sembrava confusa ed arrancava. Gli ospiti dimostravano una maggiore freschezza. Fortunatamente qualche talento in grado di togliere il coniglio dal cilindro ce l’avevamo, e così fece Longhi che al ventesimo su una punizione dalla sinistra invece di crossare tentò la conclusione in porta: l’estremo difensore estense respinse il pallone che era già oltre la linea, 1-1! Ma la sofferenza non era finita: cinque minuti più tardi punizione per gli ospiti, la barriera respinge, raccoglie Brescia che trova il classico “tiro-pesca” e riporta avanti la Spal. La ripresa fu un calvario: i biancazzurri eressero un vero e proprio muro nella loro metà campo, che i nostri non sembravano in grado di sfondare. I giocatori spallini perdevano tempo ad ogni azione: il loro centravanti era tale Marco “Nippo” Nappi, un passato alla Fiorentina in cui era passato alla storia per un palleggio di testa per tutto il campo durante una semifinale Uefa col Werder Brema, che a Ferrara si stava godendo gli ultimi scampoli di carriera (dovevano pagare bene in quel periodo…) e che non faceva altro che cercare di innervosire i nostri gettandosi a terra senza essere toccato, allontanando la palla a gioco fermo, insomma con i soliti trucchetti… Sugli spalti, gli spallini furono autori di una gran prova di tifo, una delle migliori tifoserie viste a Padova in quel periodo. Come ho già avuto modo di dire, non mi dicono granché come tifoseria, ma quell’anno mi impressionarono molto positivamente. E cantavano proprio tutti, compresi anziani e famiglie che avevano al seguito! La Nord ad un certo punto si era imballata quasi come la squadra, del resto in quegli anni era un po’ la nostra “pecca” quella di smettere o quasi di cantare mentre si stava perdendo; mentre oggi è quasi il contrario (meglio così!). Ci furono anche delle tensioni in curva, ed a più di qualcuno girarono le palle perché la gente non cantava. Volò qualche schiaffone, poca roba tutto sommato…. Per quanto mi riguardava continuavo a crederci: avevo visto la partita col Lecce quell’anno, quando nei minuti di recupero ribaltammo un risultato ormai compromesso, e qualcosa mi diceva che ce l’avremmo fatta anche questa volta… A cinque minuti dalla fine Pellizzaro in mischia trova il pareggio, e l’Appiani salta letteralmente per aria! Passa nemmeno un minuti, assist dello stesso Pellizzaro per Franceschetti solo al centro dell’area avversaria (il libero! Ormai erano saltati tutti gli schemi…) che in semirovesciata mette a segno il gol della vittoria. Se non ho fatto un infarto vedendo certe partite, penso proprio che vivrò fino a cent’anni! Quel Padova era così: sapeva nel momento più difficile tirare fuori le residue energie e raggiungere l’obiettivo! La vittoria fu importantissima per i biancoscudati che si presentarono nel finale di campionato in piena lotta per la promozione, ed in negativo fu importante anche per la Spal che con quella sconfitta compromise il suo cammino salvezza, poi perduto a favore della Fidelis Andria….
Al triplice fischio, consueti festeggiamenti sotto la Nord, mentre gli spallini sciamavano via. Uscimmo dallo stadio, e notai parecchia tensione: nemmeno il tempo di rendermene conto e vidi un celerino partire a manganellate verso un ragazzo che lo stava insultando. Come spesso succede in queste situazioni, si crea l’effetto-onda, con decine di persone che vedono la scena e si allontanano di corsa, immediatamente seguite da altre centinaia. Io stesso mi preparai allo scatto, quando sentii un personaggio assai noto della Curva che gridò: “Fermi! Dove ‘ndasio!?!”. Qualcosa scattò dentro di me: mi girai, vidi i celerini che venivano avanti in formazione, qualcuno che gli lanciava roba, uno dei miei soci che tentava di trascinarmi via… Raccolsi un sasso e lo lanciai, andò ad impattare contro lo scudo di un celerino… Avevo l’adrenalina a palla, non mi rendevo conto più di niente… Nuova carica dei celerini, questa volta più “profonda” (quelle che chiamano “d’alleggerimento”): indietreggiammo tutti fino alla metà del parcheggio del Foro Boario, quindi ripartimmo con lanci di sassi e bottiglie. Gli sbirri risposero con un lacrimogeno, che venne rispedito al mittente, altri ancora gridavano di star fermi e poi di ripartire. Era la prima volta che mi trovavo in una situazione del genere, mi era capitato di trovarmi in altre occasioni in situazioni calde, in mezzo alla massa che tira sassi e che poi fugge appena un poliziotto estrae il manganello; ma in quel preciso momento eravamo forse un centinaio a fronteggiare le forze dell’ordine, non c’era la massa a proteggerti e dovevi fare la tua parte… La cosa bella è che in questa situazione mi ci ero cacciato io di mia spontanea volontà! Partirono ancora sassi, qualche lacrimogeno, qualche bottiglia; il tutto andò avanti per circa dieci minuti prima che dall’imbocco di via 58° Fanteria arrivasse di gran carriera un nuovo plotone di celerini a chiuderci: riuscii a buttarmi a ridosso del muro di cinta della Caserma Salomone, mi beccai un bel po’ di manganellate sulla schiena da due celerini e poi riuscii a svicolarmi mentre il grosso fuggiva nel parcheggio del Foro Boario e qualcuno finiva inglobato. Mi andò bene, vuoi perché all’epoca i celerini erano meno bastardi di oggi (qualche anno più tardi mi avrebbero chiuso sul muro e massacrato di botte in dieci!) vuoi perché mi cagarono relativamente poco ed il grosso si lanciò all’inseguimento della gente per il Foro Boario. Ritornai davanti il chiosco di Santa Giustina dove si erano radunati altri ragazzi, quando mi vidi arrivare addosso una volante. La schivai, ed in quel momento in molti l’assalirono a colpi di asta di bandiera e di casco. Gli occupanti avevano fatto male i loro conti, pessima cosa. Tempo due minuti e la volante fuggì con un bel buco sul vetro posteriore… A quel punto decisi di defilarmi, mentre la battaglia continuò ancora per qualche minuto. Giunto nei pressi della fermata vidi come in un miraggio l’autobus numero 16 che portava diretto al mio paese e non ci pensai due volte ad infilarmi a bordo: sopra trovai il mio socio con il quale avevo percorso il viaggio d’andata, che mi chiese con la faccia stralunata “Cosa è successo?”. Prima di tornare a casa riuscimmo a trovare il tempo per fumarci un altro bel cannoncino, e ad attaccare briga con degli attempati tifosi spallini che avevamo trovato appena scesi dall’autobus e che tuttora mi chiedo che cazzo ci facessero da quelle parti!
Una settimana dopo andammo a cogliere un importante pareggio a Reggio Emilia, quindi tutto si complicò nella trasferta di Lucca la penultima giornata prima di infrangersi nella famosa partita con l’Ascoli all’Appiani. Ma è un’altra storia. Tornando a quella giornata, mi ritrovai a fine serata con un discreto mal di testa, un braccio tumefatto ed un bel cruciverba sulla schiena. E’ il “mestiere che si incarna” come si dice dalle nostre parti. Quella sera mi addormentai dolorante ascoltando questo pezzo per radio, che lo ripropongo perchè fa parte anche lui dell’album dei ricordi di quel periodo:























